di Ilaria De Bonis* – 

Pagine Esteri, 23 novembre 2021 – Ben dodici ministri stamani in Sudan hanno rassegnato le dimissioni, in aperta contestazione col nuovo accordo di power sharing, ossia la “partecipazione al potere” di militari e civili. Negoziato sotto banco e in condizioni di svantaggio per la coalizione democratica, l’accordo non piace né al popolo né a chi dovrebbe far parte del nuovo governo. I dodici dimissionari hanno inoltre detto no ad un primo ministro, Abdalla Hamdok, usato come “una marionetta” dai militari e appena reinsediato al potere dopo quasi 30 giorni di rimozione forzata dal proprio incarico. Sostanzialmente hanno bocciato l’intesa in 14 punti raggiunta domenica scorsa, con la firma al palazzo presidenziale di Khartoum del generale golpista Abdel Fattah al Burhan e di quella del premier rimesso in sella. Sotto accusa in tutto il Paese è sia il metodo violento e autoritario dell’esercito (artefice di un colpo di stato anomalo), che l’arrendevolezza del premier Hamdok, disposto a prendere di nuovo le redini di un esecutivo che non ha più i requisiti per dirsi tale.

Il premier sudanese Abdalla Hamdok

Tutta questa operazione è il risultato di un golpe soft che è servito a tenere sotto scacco la coalizione democratica, facendo pendere la bilancia del potere dalla parte dell’esercito. «Ci ha deluso, ha svenduto la rivoluzione. Hamdok è stato sleale. La nostra unica opzione rimane la strada», dicevano i manifestanti, intervistati da Al Jazeera domenica scorsa. Un ragazzino di 16 anni, poche ore prima, era stato colpito a morte dalla polizia in piazza. Dal canto suo Hamdok è sembrato irremovibile: «ho preso una decisione e ho firmato questo accordo politico, sebbene sapessi che molti non sarebbero stati d’accordo – ha dichiarato – che lo avrebbero rifiutato perché le aspirazione e le ambizioni della gente sono molto più elevate». In realtà le numerose proteste di piazza di queste settimane (durante le quali circa 40 manifestanti sono stati ammazzati per essersi opposti alla prepotenza dell’esercito) hanno dimostrato quanto il popolo sia contrario al metodo golpista. Peraltro lo stesso Hamdok è stato agli arresti domiciliari, privato della libertà di movimento e rilasciato solo al momento della firma del power sharing. Segno che è stato soggetto ad un ricatto. Sulaima Al Khalifa, attivista per i diritti umani, ha dichiarato che questa nuova divisione del potere «è stata uno shock: temiamo che ci sia stata molta pressione su Hamdok perché quello che ha fatto non è logico, tenuta presente la gravità di ciò che è successo prima». Ossia un Colpo di Stato militare. «La violazione dei diritti delle persone in Sudan, è ancora in corso. Dal 25 ottobre noi non abbiamo uno Stato», ha aggiunto Sulaima.

Ricapitolando i fatti che hanno sconvolto il Paese: i militari il 25 ottobre scorso hanno prelevato dalla sua abitazione il primo ministro Hamdok, portandolo nella residenza del generale Buran. Poi hanno arrestato altri ministri e tentato di formare un nuovo esecutivo. Buran ha dichiarato lo stato di emergenza e sciolto il governo di transizione, gettando il paese nel caos più totale. I militari hanno più volte tentato di negoziare “segretamente” col ministro tenuto in cattività: sono state settimane di attesa, anarchia e violenza in tutto il Paese. I dodici ministri oggi dimissionari (tra i quali quello degli Esteri, della Giustizia e dell’Energia) si sono detti contrari al raggiungimento di questo accordo “sotto banco”, perché è il frutto proprio di settimane di caos, unendosi così alle voci di quanti – tra attivisti e società civile – hanno parlato di «tentativo di legittimare un colpo di Stato». I dissenzienti chiedono che i militari non facciano più parte di un futuro governo democratico in Sudan. Poichè hanno violato non solo le più elementari regole della democrazia, ma usato un metodo violento per recuperare potere negoziale e avere maggiore influenza nel nuovo esecutivo.  Pagine Esteri

*Giornalista professionista dal 2005, ha lavorato per dieci anni nelle agenzie di stampa, specializzandosi in economia internazionale e cooperazione allo sviluppo. Ha vissuto e lavorato a Bruxelles, New York e Gerusalemme. Da diversi anni si occupa di Africa, Medio Oriente e missione, scrivendo per testate cattoliche.

 

 

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