di Valeria Cagnazzo* – 

Pagine Esteri, 13 gennaio 2022 – “Un milione di bambini”. La voce del Coordinatore ONU per gli Aiuti di Emergenza, Martin Griffiths, trema quando lo ripete. “Un milione di bambini – le cifre sono così difficili da immaginare quando sono di questa entità – ma che un milione di bambini siano a rischio di malnutrizione acuta severa è un dato scioccante”. I bambini di cui parla sono quelli afghani, nati e cresciuti senza mai conoscere la pace e adesso travolti da quella che nel 2022 potrebbe diventare la più grave catastrofe umanitaria di tutto il pianeta. È per questo che l’11 gennaio a Ginevra è stato lanciato il nuovo piano congiunto delle Nazioni Unite e delle organizzazioni non governative in risposta all’emergenza in Afghanistan. I finanziamenti dovrebbero essere destinati al soccorso umanitario di 22 milioni di afghani e di 5.7 milioni di profughi.



Si tratta della più grande richiesta di aiuti nella storia dell’ONU per un singolo Paese. “Oggi lanciamo un appello per 4.4 miliardi di dollari di aiuti per il solo Afghanistan”, una somma tre volte superiore a quella stanziata nel 2021.  “È una misura di ripiego assolutamente essenziale che oggi stiamo mettendo davanti alla comunità internazionale”, ha aggiunto Griffiths con tono grave, “Senza questo aiuto, non ci sarà un futuro”. I fondi, ha chiarito, saranno utilizzati per “pagare direttamente” gli operatori sanitari, senza passare per le mani delle autorità locali. Altri 623 milioni di dollari sono stati richiesti dall’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, Filippo Grandi, per l’aiuto di oltre 5,7 milioni di sfollati, sia interni che rifugiati in Paesi limitrofi, come Iran e Pakistan (dove sono registrati circa 2.2 milioni di afghani secondo l’Agenzia Onu per i rifugiati, l’UNHCR). “La chiave, in questo momento, è stabilizzare la situazione in Afghanistan”, ha spiegato, “compreso il problema degli sfollati, anche per prevenire una più grave emergenza di profughi negli altri Paesi”.

Una catastrofe senza precedenti, quella che si sta abbattendo sul Paese dopo la partenza delle truppe americane il 14 agosto scorso e soprattutto dopo il congelamento degli aiuti economici, che ha portato al lancio dell’”Afghanistan Humanitarian Response Plan”, la richiesta di aiuti più massiccia nella storia delle Nazioni Unite, di 5 miliardi di dollari. Secondo le stime, nel 2022 24.4 milioni di afghani, ben oltre la metà della popolazione totale, si troveranno in emergenza umanitaria, e almeno 23 milioni saranno in condizioni di severa instabilità alimentare: è a loro che il fondo d’emergenza ONU si rivolgerà.

I numeri, le immagini, le denunce raccolte dall’Afghanistan già negli ultimi cinque mesi del 2021 e nel gelo del primo mese del 2022 urlano al disastro e non stupisce che l’ONU sia stata costretta a lanciare un appello straordinario. La sanità afghana è al collasso. In un Paese che dipendeva per il 75% dagli aiuti internazionali, la partenza delle ultime truppe americane e il ritorno dei talebani al potere con l’embargo che ne è derivato hanno rappresentato un colpo tremendo a un’economia già poverissima. Oltre nove miliardi di dollari di beni appartenenti alla Banca centrale afghana sono stati congelati dall’amministrazione americana come misura preventiva al rafforzamento del governo talebano, e anche il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale hanno sospeso i loro aiuti economici al Paese con la stessa motivazione. Dall’agosto del 2021, i medici afghani non ricevono lo stipendio. I farmaci non vengono riforniti, scarseggiano il carburante e l’elettricità, le incubatrici non possono funzionare. Dovrebbero accogliere e tenere in vita i nati prematuri, sempre più numerosi, partoriti da madri malnutrite i cui organismi non sono più in grado di portare a termine le gravidanze e le interrompono precocemente, in una maniera o nell’altra. Oltre 20 milioni di afghani patiscono la fame, e per 8.7 milioni di loro il World Food Programme, l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di assistenza alimentare, parla di “emergenza”.

Un milione di bambini in Afghanistan potrebbe morire di fame, secondo l’UNICEF. Il numero di bambini, inoltre, affetti da malnutrizione severa potrebbe arrivare nel giro di pochi mesi a 3,2 milioni, secondo la stessa Agenzia. Su una popolazione di circa 40 milioni di abitanti, quasi la metà è costituita da minori: l’Afghanistan è tra i quattro Paesi al mondo con la percentuale più alta di persone di età inferiore ai 15 anni. Proprio su di loro, con riserve nutritive e difese immunitarie più basse, la fame si abbatte in maniera più impietosa. Non è mai stata tanto alta negli ultimi 20 anni la probabilità che un bambino sotto i cinque anni in Afghanistan muoia a causa della malnutrizione. Nell’ospedale di Medici Senza Frontiere a Herat, nell’Afghanistan occidentale, il numero di casi di malnutrizione è cresciuto del 40% nell’autunno 2021 rispetto ai dati dell’anno precedente. “L’accesso alle cure mediche in Afghanistan era un grande problema già prima della presa di potere dei talebani, ma oggi la situazione è ulteriormente peggiorata a causa della sospensione di gran parte degli aiuti internazionali, compresi i finanziamenti della Banca Mondiale per i programmi medici di base dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nella provincia di Herat”, si legge sul sito dell’ONG francese.

Le strade afghane, che erano rimaste chiuse dopo l’agosto scorso per motivi di sicurezza, adesso sono di nuovo percorribili, per quanto i rischi di incidenti e attentati restino sempre elevati. Gli afghani sono spesso disposti ad affrontarli pur di trasportare i loro parenti malati da un ospedale all’altro, alla ricerca di un nosocomio in cui siano disponibili dei farmaci o le apparecchiature necessarie per assisterli. Nella maggior parte dei centri sanitari mancano ormai i beni più elementari, e gli operatori che, seppur non stipendiati si recano al lavoro, devono fare quotidianamente i conti con la frustrazione di non poter curare i loro pazienti. “La crisi economica sta colpendo una popolazione che era già in ginocchio”, riporta Marco Puntin, coordinatore medico in Afghanistan di Emergency, l’ONG italiana che nel Paese gestisce tre ospedali e oltre 40 posti di primo soccorso. “Le persone rischiano di morire di fame, per non parlare del collasso del sistema sanitario”.

Non è solo la mancanza di cibo a preoccupare. Con la povertà e la mancanza di servizi di igiene e salute pubblica, nel Paese le malattie infettive si diffondono con facilità. Da gennaio 2021, divampa sempre più pericolosamente un’epidemia di morbillo, una malattia che può essere letale o provocare gravi danni neurologici permanenti. Anche lo spettro della poliomielite si è riaffacciato nel Paese, uno dei pochi al mondo in cui non è stata ancora eradicata: gli sforzi di questi ultimi anni avevano permesso un crollo delle infezioni, con un solo caso di poliomielite nel 2021 a fronte dei 56 nell’anno precedente. La crisi degli ultimi mesi, tuttavia, ha inevitabilmente arrestato la campagna vaccinale: se non si interverrà subito, quanto compiuto finora nella lotta per la sua eradicazione risulterà vano. A colpire gli afghani, primariamente i bambini, anche colera, malaria e febbre dengue. Oltre, naturalmente, al Coronavirus: solo il 7.7% dei 39 ospedali per il Covid19 starebbe attualmente ancora funzionando a pieno regime. Scarseggiano l’ossigeno e l’elettricità per trattare i pazienti, i tamponi per fare diagnosi di infezione ed è pressoché completamente saltato ogni tracciamento dei contagi.

Dopo quarant’anni di guerre, non c’è ancora pace per l’Afghanistan, che sta adesso probabilmente toccando il fondo della sua storia recente. Il clima peggiora la situazione: dopo un anno di siccità gravissima, adesso l’inverno gelido così temuto è calato sul Paese. Le famiglie vendono quello che possono per comprare il pane e bruciano i mobili per riscaldarsi. Si vive alla giornata. Sempre più braccialetti MUAC (“mid-upper arm circumference”) si colorano di rosso quando avvolti attorno al braccio dei bambini afghani, segno di malnutrizione severa. Gli addomi si gonfiano e gli arti si assottigliano, poi ad assottigliarsi sono anche i capelli, che assumono un colore rossastro o cadono, la pelle si screpola fino ad aprirsi in piaghe e poi arrivano le infezioni, che per fisici così defedati spesso si rivelano fatali. Immagini alle quali si è probabilmente abituati e che rimandano non soltanto al continente africano, ma anche a sofferenze simili che già in passato furono inflitte ai bambini da sanzioni internazionali: era la volta dell’Iraq e delle sanzioni contro il regime di Saddam Hussein, la fame mieteva le stesse vittime e un’epidemia di colera si abbatteva sui loro corpi ridotti a scheletri. Anche nel caso dell’Afghanistan, il taglio ai finanziamenti sembra colpire ingiustamente la popolazione innocente. Sarebbe sufficiente sbloccare i 9 miliardi della banca afghana, hanno fatto presente anche alcuni deputati americani all’amministrazione Biden, e i beni del Fondo Monetario e della Banca Mondiale destinati al Paese, almeno 1,5 miliardi di dollari, per raddoppiare la cifra che l’ONU si trova a richiedere con un appello straordinario e disperato. “Aiutateci ad allontanare la fame, le malattie, la malnutrizione e in definitiva la morte sostenendo il piano umanitario che stiamo lanciando oggi”. Il tono di Griffiths davanti alla platea della stampa era accorato, il suo sguardo esasperato era rivolto ben oltre le poltroncine confortevoli dei giornalisti, come a scrutare dentro a un abisso di anni di guerra inutile e fallimenti. I suoi occhi sembravano riconoscere per un attimo in quel buco nero di fronte a lui il milione di bambini martoriati dalla fame di cui aveva appena parlato. “Si profila una vera e propria catastrofe umanitaria. Il mio è un messaggio urgente: non chiudete le porte al popolo afghano”.

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*Valeria Cagnazzo (Galatina, 1993), giornalista praticante, è medico in formazione specialistica in Pediatria a Bologna. Come medico volontario è stata in Grecia, Libano ed Etiopia.  Sue poesie sono comparse nella plaquette “Quando un letto si svuota in questa stanza” per il progetto “Le parole necessarie”, nella rivista “Poesia” (Crocetti editore) e su alcune riviste online. Ha collaborato con il Centro di Poesia Contemporanea di Bologna. Per la sezione inediti, nel 2018 ha vinto il premio di poesia “Elena Violani Landi” dell’Università di Bologna e il premio “Le stanze del Tempo” della Fondazione Claudi, mediante il quale nel 2019 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, “Inondazioni” (Capire Editore). Nel 2020, il libro è stato selezionato nella triade finalista del premio “Pordenone legge – I poeti di vent’anni”.