di Michele Giorgio – 

Pagine Esteri, 18 gennaio 2021 (foto di Times Now) – Prevista da più parti, quasi annunciata dalla leadership Houthi, ieri è arrivata la risposta dei ribelli sciiti al ritorno in grande stile degli Emirati nello scenario di guerra in Yemen. È di almeno tre morti – due lavoratori indiani e uno pakistano – e di sei feriti il bilancio dell’attacco rivendicato dagli Houthi a Mussafah, la zona industriale di Abu Dhabi, vicino alla sede della compagnia petrolifera Adnoc. Droni hanno colpito, provocando violente esplosioni, tre autocisterne vicino all’impianto di stoccaggio della Adnoc, mentre un altro incendio è divampato in un cantiere edile non lontano dall’aeroporto internazionale di Abu Dhabi. I danni, secondo le autorità, non sono stati gravi – negli Emirati evidentemente danno scarso peso alla vita dei lavoratori stranieri – ma il significato strategico dell’attacco è evidente. I ribelli dopo aver messo sotto tiro l’Arabia saudita – a capo della Coalizione araba che sostiene il governo cacciato dalla capitale Sanaa nel 2015 – si sono dimostrati in grado di colpire nel cuore degli Emirati, peraltro mentre a Dubai continua l’Expò internazionale fiore all’occhiello dei regnanti locali.



(screenshot da social media)

L’attacco ha fatto tremare l’intera Abu Dhabi ma potrebbe rivelarsi controproducente per i ribelli. Perché rischia di accrescere ulteriormente l’impegno degli Emirati nello Yemen martoriato e in piena emergenza umanitaria. Ieri subito dopo l’attacco da Abu Dhabi sono arrivate minacce di pesanti ritorsioni e l’aviazione saudita ha martellato posizioni Houthi in Yemen.

Nelle ultime due settimane il conflitto ha preso una piega ben diversa rispetto ad appena un mese fa, quando gli insorti sciiti erano sul punto di prendere la città di Marib, importante centro petrolifero in mano alle forze del governo alleato di Riyadh. L’assedio di Marib è cessato e successi militari simili i governativi li hanno conseguiti anche nei governatorati di Al Bayda e Shabwa. Decisiva è stata la vittoria a Shabwa che ha bloccato per la prima volta nell’ultimo anno l’avanzata dei ribelli che avevano preso il controllo di tre distretti della strategica provincia ricca di petrolio. Forte delle battaglie vinte, il portavoce della Coalizione, il generale saudita Turki al Maliki, ha annunciato una nuova offensiva «Habby Yemem Freedom» per liberare lo Yemen settentrionale,  la roccaforte degli Houthi.

Il cambio di rotta sul terreno è avvenuto grazie alla ripresa di intensi bombardamenti aerei sauditi e all’intervento di migliaia di combattenti – yemeniti, africani e arabi di vari paesi – agli ordini degli Emirati. Si tratta di mercenari arruolati nelle Brigate Al Amaleqa (Brigate dei giganti). La vittoria a Shabwa ha visto il ritorno del coordinamento tra le varie componenti della Coalizione araba, in particolare tra Arabia saudita ed Emirati. Lo scorso luglio i commentatori sauditi criticarono il ruolo di Abu Dhabi in Yemen, un evento raro che segnalò l’insoddisfazione dell’erede al trono saudita Mohammed bin Salman per la linea del presunto alleato, il principe ereditario degli Emirati, Mohamed bin Zayed, poco incline a tener fede all’Accordo di Riyadh del 2019 per una partnership funzionale in Yemen.

Adesso i contrasti sembrano risolti e la Coalizione araba punta a bloccare l’accesso degli Houthi al mare. I ribelli attraverso i porti non solo riescono a procurarsi armi e rifornimenti ma tengono sotto tiro la navigazione commerciale. Il 2 gennaio hanno sequestrato a 23 miglia nautiche a ovest del terminal marittimo di Ras Isa, la Rwabee, nave battente bandiera degli Emirati diretta in Arabia saudita e salpata da Socotra. Secondo al Arabiya era carica di medicinali. I ribelli sostengono che il mercantile aveva a bordo un carico di armi e hanno diffuso alcuni video per dimostrarlo. Pagine Esteri

 

 

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