di Pietro Figuera*

Pagine Esteri, 22 febbraio 2022 – Parole come macigni. Quel che più risalta, del discorso alla nazione tenuto ieri sera da Vladimir Putin, è il tono delle sue affermazioni. Per nulla conciliante, né in alcun modo interessato a placare le preoccupazioni crescenti in Occidente. Anzi, per tutta la durata del suo intervento il presidente russo ha dimostrato di volersi rivolgere esclusivamente ai propri cittadini, o al massimo a quelli del mondo ex sovietico. Che possono capirne linguaggio, riferimenti e sottotesti. E magari condividerne molti passaggi.



Nulla di più lontano dalla ricezione occidentale, allarmata e disorientata per l’improvviso colpo di teatro russo. Molti si aspettavano, se non una mano tesa, almeno l’indicazione di una possibile via d’uscita diplomatica, in linea con le rassicurazioni russe sull’assenza di piani d’invasione. O l’ennesimo pressing tattico volto a imprimere un’accelerazione alle trattative. Finché le indiscrezioni delle ultime ore, e in particolare l’andamento della riunione del Consiglio di Sicurezza russo, non avevano iniziato a mostrare chiari segnali in senso opposto. Avvalorando le tesi delle cassandre che non hanno mai smesso di predire il peggio, nelle ultime settimane.

Se non le peggiori in assoluto, pessime notizie sono comunque arrivate. Putin ha rotto ogni precedente indugio e deciso di varcare il Rubicone, riconoscendo l’indipendenza delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, nel Donbass. Un’azione mai osata prima, in otto anni di guerra a bassa intensità che aveva visto le due entità sorelle spalleggiate da Mosca. Eppure la cautela aveva suggerito a quest’ultima di non azzardare oltre, anche per non far saltare gli accordi di Minsk che – oltre a una teorica e mai davvero raggiunta pace – se rispettati avrebbero permesso alla Russia di mantenere una certa influenza sull’Ucraina.

Qualcosa evidentemente è mutato, nelle valutazioni del Cremlino. Per anni si speculerà sui motivi di tale cambiamento di rotta, specie se le intenzioni tattiche di Putin non dovessero andare a buon fine. Per adesso si possono fare solo due ipotesi plausibili: che il banco sia saltato per l’incapacità (o meglio, la mancata volontà) dell’Occidente di fornire “garanzie” sulla futura neutralità ucraina, oppure che ciò sia successo per la deliberata – e forse premeditata – volontà russa di far cadere le trattative nel vuoto. O magari di riprenderle da una nuova quanto rischiosa posizione di forza.

Comunque sia andata, il dado è tratto. Ma varcato il Rubicone, il terreno successivo è ignoto. Molto probabilmente ostile. Alla firma del riconoscimento di Donetsk e Lugansk, effettuata platealmente in diretta, Putin ha fatto subito seguire l’ordine di protezione delle due repubbliche, com’era a quel punto prevedibile. Una missione di “peacekeeping” già pronta ha attraversato i confini ormai solo nominali per attestarsi sui territori contesi, e sfidare dunque apertamente l’Ucraina nel caso in cui volesse riaccendere l’offensiva su di essi.

Completata tale operazione, e conclusasi una prima notte di voci agitate e contraddittorie, non si registra al momento altro. Nessuna avanzata ulteriore al di là della linea di contatto, tantomeno bombardamenti su Kiev o un’invasione attraverso la Bielorussia. Ma il futuro ucraino resta aperto, anzi apertissimo. Molti gli scenari possibili, dalla reazione militare di Kiev a un nuovo compromesso col nemico. Una cosa però è certa: la posizione dell’Ucraina, e in particolare di chi ancora in queste ore ne sta guidando il governo, si sta erodendo sempre di più. Fino a rischiare di sciogliersi come neve al sole.

Al di là delle questioni prettamente militari, Zelenskij sta affrontando una doppia partita, con la Russia e l’Occidente. Con la prima, i margini per un negoziato sembrano essere spariti, almeno se si dà credito all’idea che gli accordi di Minsk fossero l’unica via possibile per risolvere la crisi. Mosca adesso forse vorrebbe trattare, ma un’accettazione della richiesta sarebbe un’ulteriore conferma della debolezza dell’esecutivo ucraino. Che al di là di ogni posizione tattica, non può far finta di nulla dopo il discorso pronunciato ieri dal presidente russo.

Dopo essere stata definita una pura invenzione di Lenin – a sua volta “aiutato” dalle idee geopolitiche dei polacco-lituani prima e degli austroungarici poi – l’Ucraina è stata descritta da Putin come un Paese povero e corrotto in mano a bande criminali e a burattini comandati dall’Occidente. Al di là dell’impatto probabilmente scarso che avranno sugli investitori internazionali, le parole del presidente russo hanno colpito al cuore la legittimità dell’Ucraina, nonché le sue fondamenta storiche e identitarie, e difficilmente non lasceranno un segno. La convivenza tra gli ucrainofoni puri di Leopoli e dintorni e i russofoni – non necessariamente russofili – delle regioni sud-orientali del Paese, anche in assenza di un’ulteriore escalation, sarà resa ancora più difficile. Ed è prevedibile un’impennata di consensi in favore di Poroshenko e in generale dei nazionalisti, già in crescita nei sondaggi delle ultime settimane.

Dall’altra parte, a minare le sicurezze degli ucraini, vi è la consapevolezza che gli Stati Uniti non vi andranno realmente in soccorso. Idea confermata dall’ennesimo spostamento di ambasciata, oltre che dalle numerose dichiarazioni degli ultimi giorni che sembravano quasi voler lasciare campo libero ai russi. E probabilmente in qualche modo l’hanno fatto: l’azzardo di Putin non si sarebbe forse compiuto senza una debita distanza di sicurezza degli statunitensi. Tutto ciò è certamente destabilizzante per chi ha inserito l’ingresso nella NATO in costituzione, scommettendo sul suo appoggio. Già nei giorni scorsi era visibile qualche crepa, dinnanzi agli allarmi dell’intelligence Usa che non risultavano credibili alle orecchie dei corrispettivi apparati ucraini – parole esplicite di Zelenskij. Adesso, se davvero Washington si limiterà a sanzionare le due repubbliche separatiste – con scarso impatto sulle loro già deboli economie, dipendenti molto più dalla Russia che dall’Occidente – sarà chiara la volontà americana di non alzare troppo la posta. E nessuna vendita di armi potrà compensare le incertezze e la delusione derivanti da questa consapevolezza.

Se gli Usa sostanzialmente tacciono, non sarà certo l’Europa occidentale a far schiamazzi. Al di là delle ovvie condanne di quanto accaduto ieri sera, le cancellerie continentali appaiono già divise sul trattamento da riservare a Mosca. Come se fosse una novità, si dirà. In realtà in occasione dello strappo della Crimea l’Europa si era dimostrata molto più compatta: l’amputazione territoriale era nuova e sostanzialmente inaspettata, e non sanciva (come adesso) la formalizzazione di uno stato di fatto – al di là della composizione etnica dei luoghi. Oggi le condizioni sono diverse. Alle nostre latitudini le preoccupazioni sono quasi esclusivamente economiche, ovvero sul fronte che più può influenzare un’opinione pubblica ignara dei pericoli bellici. Le tre principali potenze del continente sono alle prese coi rincari del gas e non possono ancora permettersi di staccare la spina da Mosca. La Francia si avvicina alle elezioni, la Germania le ha appena fatte ma deve ripagare gli investimenti sul Nord Stream (Scholz è il leader più in difficoltà in queste ore), l’Italia di Draghi è in preda ai soliti febbrili movimenti partitici. Insomma, nessuno è disposto a morire davvero per Kiev.

Certo, all’Ucraina rimarrà il supporto dell’Europa orientale tutta. In queste ore si moltiplicano i “ve l’avevo detto” degli establishment di tali Paesi, accusati spesso di essere isterici nei confronti della minaccia russa. In questo senso, il riconoscimento di Mosca di Donetsk e Lugansk è sia una buona che una cattiva notizia per la regione. La buona è la (parziale) conferma delle loro apprensioni, che costringerà Washington e gli altri alleati a prestare ulteriore ascolto alle loro richieste, soprattutto militari. La cattiva notizia, invece, è la stessa che sta preoccupando un po’ tutti, ovvero la temeraria disponibilità russa a varcare nuove soglie. Tema che inquieta soprattutto i Baltici – ospitanti larghe comunità russofone – e Varsavia, non solo per le ben note esperienze storiche. A Kaliningrad, exclave russa incuneata tra Polonia e Lituania, i russi potrebbero alzare la posta dispiegando nuovi sistemi d’arma, nonché paventando incursioni attraverso il Suwalki Gap – labile confine polacco-lituano che si esaurisce al confine con la Bielorussia. Lo faranno? Probabilmente no, ma anche stavolta tutto dipende dalla ripresa dei negoziati con l’Occidente. Che ormai hanno preso una piega molto più militare che politica.

Il supporto dei vicini di casa non può comunque bastare a Kiev. Qualunque governo manterrà il potere: anche i nazionalisti e più in generale il “partito della guerra” dovranno fare i conti con la sproporzione delle forze in campo: se il Donbass ribelle non è stato ripreso in questi otto anni, figurarsi adesso che sarà protetto direttamente da Mosca. Nessuna facile via d’uscita si intravvede all’orizzonte. Una guerra rischia di costare troppo in termini economici e umani, oltre a risolversi in un insuccesso; un nuovo negoziato con la Russia avrebbe un elevatissimo prezzo politico. Anziché finlandizzata, l’Ucraina ormai è sul punto di essere balcanizzata.

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*Laureato in Relazioni Internazionali presso l’Alma Mater di Bologna e in seguito borsista di ricerca con l’Istituto di Studi Politici S.Pio V, si è specializzato in storia e politica estera russa, con particolare riferimento all’area mediorientale. Autore de “La Russia nel Mediterraneo: Ambizioni, Limiti, Opportunità”, collabora con diverse realtà, tra cui la rivista Limes, il Groupe d’études géopolitiques e il programma di Rai Storia Passato e Presente. Ha fondato e dirige Osservatorio Russia, progetto di approfondimento sulla geopolitica dello spazio post sovietico.