di Valeria Cagnazzo*

Pagine Esteri, 21 febbraio 2022 – Il muro e l’Elefante. L’ultima volta che ho incontrato Abdallah Abu Rahma, mi ha messo cinque o sei fichi nelle mani raccolte a conchiglia. In cima ai frutti verdi poi ha aggiunto un minuscolo mandarino cinese, staccato da una pianta dal tronco esile del giardino che circonda la sua casa alla periferia di Bil’in. “Quest’albero l’ha piantato mia madre, ma non ho mai capito bene cosa sia questo frutto”. Lo chiama con un nome diverso, non dice “mandarino cinese”, che è tutto quello che la maggior parte della gente sa effettivamente di questa minuscola sfera dalla buccia liscia che non è un agrume e non si capisce bene cosa sia. Era il 2017, Abdallah Abu Rahma aveva quarantasei anni ed era uno dei maggiori leader del Comitato popolare del suo villaggio, Bil’in, circa 1.700 abitanti a pochi chilometri a ovest da Ramallah.



Il Comitato di resistenza non-violenta a Bil’in è nato nel 2005 per opporsi alla costruzione del Muro di separazione costruito da parte di Israele che, nel progetto iniziale, avrebbe attraversato l’area del villaggio e ne avrebbe annessa oltre la metà, quella alla quale apparteneva tra l’altro l’unica fonte d’acqua, al territorio israeliano. Abu Rahma e i suoi compagni iniziarono in quell’anno a organizzare manifestazioni settimanali di protesta in cui gli abitanti del villaggio ma anche attivisti internazionali e israeliani marciavano contro il muro in costruzione. Nasceva così il “comitato popolare di resistenza non-violenta di Bil’in”. Sventolavano bandiere, intonavano canti, il corteo era spesso aperto da donne e bambini. Ad attenderli, i militari israeliani che cercavano di disperderli lanciando lacrimogeni o sparando proiettili di gomma. Durante una di quelle manifestazioni, il 17 aprile del 2009, colpito in pieno addome da un candelotto di gas lacrimogeno, perse la vita il giovane Bassem Abu Rahma.

Soprannominato “Pheel” (Fil) o “l’Elefante” per via del suo fisico imponente, amato da tutti nel villaggio per la sua allegria e per la fantasia con cui inventava sempre giochi nuovi per i bambini, aveva 27 anni quando fu ucciso durante una protesta del venerdì nella “zona militare chiusa” dentro alla quale si costruiva il muro. Secondo l’organizzazione israeliana B’tselem, i tre video che documentano l’episodio, registrato anche nel film “5 broken cameras”, dimostrano come il ragazzo fosse disarmato e totalmente inoffensivo quando è stato colpito a morte. Secondo la corte militare israeliana, non c’erano prove a sufficienza per supportare la tesi che il candelotto fosse stato lanciato con l’intento di uccidere, e il caso fu chiuso nel settembre del 2013. Un’inchiesta di “Architettura Forense”, un’agenzia di ricercatori dell’università di Londra con sede a Goldsmiths, avrebbe tuttavia evidenziato, alla luce dello studio dei filmati in cui il proiettile si muoveva orizzontalmente verso la vittima e di riproduzioni in 3D della scena, che “l’attacco letale è stato sparato con l’intenzione di uccidere o mutilare”. Sulla scena del delitto, oggi una lastra di marmo ricorda Bassem Abu Rahma, in un campo in cui sua madre coltiva fiori rossi piantati in candelotti di lacrimogeni usati.

La voce di Abdallah Abu Rahma racconta quegli anni con voce nitida e ferma, non lascia che la incrini nessuna traccia di commozione. Sempre nel 2009, Abdallah Abu Rahma fu arrestato a Ramallah dopo mesi di latitanza, di blitz di soldati e polizia nella sua casa e di appostamenti in check-points disposti per le strade di Bil’in. Le accuse erano diverse e riguardavano tutte le attività svolte tra il 2005 e il 2009 all’interno del Comitato popolare contro il muro di Bil’in: lancio di pietre contro i soldati, incitazione alla violenza, organizzazione di manifestazioni non autorizzate, distribuzione di bandiere palestinesi. “Non è stato facile, la cella era sporca, non c’era cibo, se stavi male non ricevevi assistenza, e non permettevano a nessuno di venire a trovarmi, né a mia moglie né ai miei figli. Quando sono entrato in carcere le mie bambine facevano la prima e la seconda elementare, le accompagnavo io a scuola. Durante la mia prigionia hanno dovuto diventare grandi, iniziare a prendere i mezzi da sole anche se erano troppo piccole per farlo. Anche i loro voti ne hanno risentito. Prima che entrassi in carcere, prendevano solo A e A+, quando sono uscito ho chiesto loro perché i loro voti fossero calati così tanto, e mia figlia mi ha risposto che ogni volta che guardava la lavagna provando a concentrarsi vedeva la mia foto”. Abu Rahma ha trascorso un anno e mezzo in carcere per le sue attività nel comitato popolare, ed è stato arrestato altre sette volte negli anni successivi. “Quando sono stato rilasciato, sedevo proprio qui su questa sedia”, racconta, indicando la sedia di plastica bianca su cui siede nel suo giardino, “avevo in braccio il mio figlio più piccolo, che ormai aveva due anni e tre mesi, ero così felice e orgoglioso di poterlo avere di nuovo tra le braccia, e stavamo tutti lì a chiedergli, facendo le vocine, “Dov’è il tuo papà? Dov’è?”, pensando che potesse finalmente rispondere “E’ qui con me”. Lui, invece, si rivolse a tutti i poster con la mia foto che da un anno e mezzo circondavano la mia casa chiedendo la mia scarcerazione e indicandoli col dito rispose “E’ lì il mio papà”. Come puoi dimenticare questo dolore?”.

Non rimpiange niente, tuttavia, di quello che il Comitato popolare ha portato nella sua vita e a Bil’in. Grazie alle manifestazioni non-violente, quello del muro di Bil’in è diventato un caso internazionale. Non solo, il Comitato ha anche intentato una causa contro la costruzione del muro in quanto illegale anche secondo il diritto israeliano, poiché non costruito lungo la Linea Verde, la linea di separazione tra Israele e Palestina, ma all’interno dei Territori Occupati Palestinesi. “Abbiamo vinto la causa, e nel 2007 è arrivata la prima sentenza con cui l’Alta Corte di Giustizia ingiungeva la riprogettazione del muro lungo un altro percorso”. Nella sentenza firmata dal Presidente della Corte Suprema Dorit Beinish si legge “Non eravamo convinti che fosse necessario per motivi di sicurezza militare mantenere l’attuale rotta che passa sulle terre di Bil’in”. Le manifestazioni pacifiche contro la barriera continuarono a svolgersi finché nel 2011 non iniziarono effettivamente le operazioni per la sua demolizione.

Il Comitato popolare di Bil’in a quel punto non si è fermato: il bersaglio delle proteste è diventato da allora l’insediamento israeliano di Modi’it Illit, e in particolare il suo quartiere di Matityahu, oltre 1.500 appartamenti per coloni costruiti su terreni appartenenti agli abitanti di Bil’in. Le manifestazioni del venerdì dei Palestinesi, accompagnati da attivisti internazionali e israeliani, sono andate avanti per anni, fino al marzo del 2020, quando è scoppiata l’emergenza del Coronavirus e il lockdown ha reso impossibili in tutto il mondo gli assembramenti e i cortei.

Lontano dai riflettori –  Nati come esperienze di resistenza non-violenta dei singoli villaggi sparsi nella West Bank, i comitati popolari negli ultimi vent’anni si sono moltiplicati e sono cresciuti in tutta la Palestina. Conosciuti nel mondo soprattutto per le loro manifestazioni pacifiche contro il muro e le colonie israeliane, combattono l’occupazione anche ricorrendo alla legge internazionale e a quella israeliana e organizzano attività ricreative e di sostegno per le comunità palestinesi locali. Il timbro della non-violenza è diventato un fattore unificante e oggi, per quanto i comitati siano ancora legati ai loro nomi originari, la rete della non-violenza rappresenta una coalizione di forze che si estende per tutta la Palestina. Per coordinarla, è nato anche il Popular Struggle Coordination Committee (il gruppo di coordinamento dei comitati popolari in West Bank). Secondo la loro stessa definizione, “i comitati popolari rappresentano una forma unica di comunità basata sulla resistenza nella tradizione della Prima Intifada. Questi diversi comitati apartitici guidano la comunità a resistere all’occupazione israeliana in varie forme, come marce, scioperi, manifestazioni, azioni dirette e campagne legali, come anche col supporto della campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni”.

Non si occupano solo di questo. Accompagnano gli agricoltori nei loro campi a raccogliere le olive proteggendoli dagli attacchi dei coloni, piantano ulivi nei villaggi beduini a rischio costante di demolizione, organizzano sit-in nelle abitazioni per impedire ai bulldozer israeliani di distruggerli. Una vita che li espone quotidianamente al rischio di violenze da parte dei coloni e dei soldati, ma anche di denunce e processi che si trascinano per anni, per concludersi con il carcere, multe esose o con il divieto di partecipare alle manifestazioni. E’ questo il caso anche di Abdallah Abu Rahma, che, tuttavia, preferisce ignorare quella sanzione e continuare a prendere parte alle proteste.

Sembra che le loro attività si siano fermate, pochi media se ne interessano ancora, le immagini e i video delle loro proteste sembrano essere scomparsi e anche le ONG sembrano più concentrate sulle denunce delle violenze subite dai Palestinesi che sulla loro azione attiva all’interno dei comitati popolari. Il Covid19, tuttavia, non li ha cancellati. Anche se molti riflettori sono spenti, le loro proteste sono andate avanti. Se nel 2020, infatti, le restrizioni per prevenire la diffusione del virus avevano momentaneamente impedito agli attivisti di riunirsi e manifestare, nel 2021, con l’avvio della campagna di vaccinazione e di un nuovo tipo di convivenza con la pandemia, le azioni di protesta sono ripartite in Cisgiordania.

Nell’autunno del 2021, ad esempio, si è svolta la campagna per la raccolta delle ulive. Le immagini del Popular Struggle Coordination Committee mostrano gli attivisti accanto ai contadini e alcuni video diffusi in rete riprendono scontri coi coloni e i soldati israeliani. Nel villaggio di Beita, vicino a Nablus, gli attivisti della West Bank continuano a portare avanti proteste contro l’espansione dell’insediamento illegale di Givat Eviatar e il suo avamposto. L’avamposto, illegale secondo il diritto israeliano, è stato ufficialmente evacuato nel luglio scorso, ma un accordo tra il governo e i coloni ha consentito la sua permanenza sotto una supervisione militare. Le proteste sono anche rivolte contro il progetto di confisca di terre di Beita, Huwarra e Zatara per costruire una strada a uso esclusivo dei coloni. Almeno otto Palestinesi, dal maggio 2021 ad oggi, sono stati uccisi durante le manifestazioni di Beita. Sempre contro i progetti di confisca delle terre a vantaggio dei coloni, negli ultimi mesi anche a Burqa si sono infiammate le proteste, a cui hanno preso parte gli attivisti dei comitati di tutta la West Bank. Manifestazioni, anche queste, spesso represse nel sangue e durante le quali la violenza sarebbe esplosa da entrambe le parti: alcuni media hanno riferito di colpi d’arma da fuoco sparati contro un posto di blocco israeliano, una bottiglia molotov scagliata contro un checkpoint e un veicolo di coloni distrutto dal lancio di pietre in un villaggio vicino. Il Covid19, quindi, nonostante gli iniziali divieti di aggregazione, non avrebbe spento le attività dei comitati popolari. Agli occhi dell’opinione pubblica, tuttavia, anche di quella più vicina alla causa, la forza della resistenza non-violenta palestinese sembra essersi affievolita.

Le colline a sud di Hebron Hafez Hureini è il leader del comitato popolare di resistenza non-violenta delle colline a sud di Hebron. Il volto scavato e la pelle indurita da una vita trascorsa all’aria aperta in una regione in cui la gente vive prevalentemente di pastorizia, ha 50 anni ed è nato e cresciuto ad At Tuwani, un villaggio in zona C secondo gli accordi di Oslo (la zona sottoposta al controllo amministrativo e militare israeliano). Intorno ad At Tuwani, sorgono l’insediamento di Ma’on e l’avamposto di Havat Ma’on, illegale secondo il diritto israeliano oltre che quello internazionale. Da ventun anni, anche lui ha abbracciato la causa della non-violenza. Non era ancora iniziata la Seconda Intifada, quando ad At-Tuwani l’opzione più ragionevole è sembrata quella di coalizzarsi in un comitato contro l’occupazione che non prevedesse lo scontro fisico con gli Israeliani. “La politica di occupazione (da parte di Israele, ndr) porta avanti un progetto di pulizia etnica dei Palestinesi”, dice, “Il ruolo dell’esercito è quello di confiscare terre, chiudere le strade con checkpoint, distruggere le case, arrestarci. Quello dei coloni è di attaccare fisicamente i Palestinesi, che siano essi adulti, bambini o anziani, e distruggere le nostre proprietà”. Risponde senza giri di parole, Hureini. “Tra la fine del 1999 e il 2000, è diventato pertanto necessario unire i Palestinesi per resistere all’occupazione e ai coloni. Io e altri attivisti abbiamo quindi fondato il Comitato Popolare e iniziato a organizzare manifestazioni e varie attività per denunciare i crimini dell’occupazione, fino ad oggi”.

Non ha dubbi che il Coronavirus abbia drammaticamente inciso non solo sulle loro azioni politiche, ma anche sulla loro libertà e incolumità. Fino al marzo del 2020, nelle colline a Sud di Hebron diversi attivisti internazionali e anche molti israeliani pacifisti prendevano parte alle loro proteste. I volontari di Operazione Colomba, Corpo Civile non violento dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, inoltre, si occupavano di accompagnare i bambini a scuola proteggendoli dai coloni, facevano da scudo ai pastori nei campi e documentavano con le loro telecamere le violenze che le comunità della zona si ritrovavano a subire. Secondo Hureini, la presenza degli internazionali costituiva un freno alla ferocia alla quale gli abitanti degli insediamenti vicini si sarebbero potuti spingere. “Con l’inizio della pandemia, i volontari hanno lasciato l’area e le violenze e i crimini da parte dell’esercito e dei coloni contro i Palestinesi e le loro proprietà sono aumentati drammaticamente. Potremmo dire che sono raddoppiati”. Con il suo fare pratico, Hureini passa in rassegna, come un disco rotto, vari episodi di violenza che si sono verificati nella sua regione da quando il Covid ha allontanato le telecamere internazionali. Parla di Harun Abu Aram, 20 anni, del villaggio di Al Rakiz, al quale l’1 gennaio del 2021 i soldati israeliani avrebbero sparato al collo a una distanza di quattro metri mentre, disarmato, stava cercando di impedire loro di rubare un generatore di corrente. “Harun è stato dimesso dall’ospedale solo poche settimane fa: è paralizzato e non può più parlare”. Racconta poi del villaggio di Al-Mufqarah, dove il 28 settembre del 2021 un gruppo di coloni armati ha ferito otto Palestinesi, tra i quali il piccolo Hammoudi Hammadeh di 4 anni, che ha riportato una frattura cranica. “Un nuovo crimine risale alla scorsa settimana, quando un camion della polizia ha investito l’anziano Haji Suleiman Hathalin. E’ in terapia intensiva, ha riportato diverse fratture, delle quali una cranica che gli ha causato un’emorragia cerebrale, e le sue condizioni sono critiche”. L’Haji Hathalin è deceduto poco dopo l’intervista,  il 17 gennaio scorso.

Le attività del Comitato popolare delle colline a sud di Hebron secondo Hureini non possono fermarsi. Solo quattro anni fa ha fondato un nuovo gruppo, “Youth of Sumud” (“Giovani della resistenza”), di cui fanno parte i ragazzi di At-Tuwani, tra i quali suo figlio Sami, e dei villaggi vicini. L’obiettivo è sempre quello di documentare le violenze e proteggere i civili senza l’utilizzo delle armi. Il Covid non ha fatto troppi danni diretti, secondo lui, pochi sono stati i contagiati sulle colline, grazie all’adozione di tutte le precauzioni di sicurezza, ma è la violenza raddoppiata il vero virus contro il quale il suo Comitato deve quotidianamente combattere. “Qui siamo tutti consapevoli delle grandi sfide che abbiamo davanti, ma non ci arrendiamo, continueremo a usare i mezzi della non-violenza per combattere l’occupazione e il colonialismo, fino alla libertà”. (La seconda parte sarà pubblicata il 24 febbraio). Pagine Esteri

 

*Valeria Cagnazzo (Galatina, 1993) è medico in formazione specialistica in Pediatria a Bologna. Come medico volontario è stata in Grecia, Libano ed Etiopia.  Ha scritto di Palestina su agenzie online, tra cui Nena News Agency, anche sotto pseudonimo. Sue poesie sono comparse nella plaquette “Quando un letto si svuota in questa stanza” per il progetto “Le parole necessarie”, nella rivista “Poesia” (Crocetti editore) e su alcune riviste online. Ha collaborato con il Centro di Poesia Contemporanea di Bologna. Per la sezione inediti, nel 2018 ha vinto il premio di poesia “Elena Violani Landi” dell’Università di Bologna e il premio “Le stanze del Tempo” della Fondazione Claudi, mediante il quale nel 2019 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, “Inondazioni” (Capire Editore). Nel 2020, il libro è stato selezionato nella triade finalista del premio “Pordenone legge – I poeti di vent’anni”.