di Carla Pagano*

Pagine Esteri, 10 marzo 2022 – Per più di un decennio, il passaggio dalla “salute internazionale” alla “salute globale” ha implicato la concettualizzazione di un sistema sanitario universale in grado di migliorare l’assistenza sanitaria universale di base[1]. Tuttavia, questo modello sembra vincolato a rapporti di potere consolidati sia per quanto riguarda l’architettura decisionale del sistema di salute globale sia delle identità di chi lo sostiene e di chi ne usufruisce. Sia la prima che i secondi sono intrinsecamente connessi da rapporti di potere basati su elementi di genere e intersezionali che, se ignorati, oscurano le differenze e producono retorici discorsi sulla salute globale.



Nonostante gli obiettivi egualitari inerenti alla salute globale (uguale partecipazione dei paesi a basso reddito), il suo sviluppo è stato influenzato da dinamiche coloniali. Studi recenti stanno esplorando dinamiche di potere coloniale nel ruolo di donatori, agenzie internazionali, istituti di ricerca accademici e politici nel sistema di salute globale. Abbandonare queste dinamiche implica intraprendere modalità discorsive e pratiche di de-razializzazione[2]. Un processo che non avviene senza conflitti di potere[3].

In altre parole, mentre lo scopo della salute globale è quello di promuovere l’empowerment, l’uguaglianza e l’equità, anche nel partenariato[4], un focus più chiaro e più forte su come affrontare e sormontare le disuguaglianze basate sul genere e su determinanti sociali intersezionali, non solo tra i paesi, ma anche all’interno dei paesi, è un prerequisito essenziale per raggiungere questo obiettivo.

Perché integrare l’uguaglianza di genere e l’intersezionalità nella salute globale è importante?

Le questioni di genere determinano il modo in cui le nostre vite sono modellate e come ci relazioniamo nella società e nell’ambiente. Le nostre caratteristiche di genere si intrecciano con altri determinanti sociali come il luogo di nascita, l’età, l’etnia, il credo religioso e politico, la disabilità, la cittadinanza e lo stato di salute, oltre a fattori sociopolitici come la classe o la razza. Il genere e i determinanti sociali che si intersecano sono alla base della disuguaglianza nel sistema di salute e delle barriere all’assistenza sanitaria. Due casi che ben esemplificano tale disuguaglianza sono ravvisabili nella sfera della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi e nella pandemia Covid-19.

L’autodeterminazione nella salute riproduttiva implica che gli individui, in tutta la loro diversità, siano in grado di decidere autonomamente della loro sessualità, dell’assistenza sanitaria che vogliono ricevere (quando possono riceverla), della contraccezione e delle scelte sessuali. Oggi, la salute e i diritti sessuali e riproduttivi sono una realtà solo per il 55% delle donne nel mondo[5]. Le norme di genere discriminatorie e la disuguaglianza di genere compromettono l’accesso alla salute sessuale e riproduttiva e impediscono ai governi di promulgare leggi per proteggere i diritti sessuali e riproduttivi. Discriminazione e disuguaglianza di genere sono anche alla radice della violenza di genere, che è essa stessa una pandemia globale[6]e[7], e comprende la mutilazione genitale femminile e intersessuale e il matrimonio precoce e forzato[8]. In molti contesti, le persone non binarie, le persone che esprimono diverse identità e caratteristiche sessuali [9] e le persone che vivono con l’HIV/AIDS o con disabilità sperimentano una maggiore discriminazione nel trattamento da parte del personale sanitario e nell’accesso ai servizi sanitari. A causa dell’esistenza di paradigmi sociali e politici che discriminano in base al genere, queste persone sono rese visibili principalmente attraverso il lavoro della società civile, delle organizzazioni internazionali e di donatori sensibili alla loro causa. Tuttavia, basta un solo cambiamento politico perché il lavoro di questi attori e la salute delle persone che sostengono siano messi a rischio. Questo è, per esempio, quello che è successo nel 2017 quando l’amministrazione statunitense ha ripristinato la Global Gag Rule[10] che, sostenuta dal movimento conservatore nel paese, contrario e oppositore alla libera scelta, ha comportato un drammatico taglio di fondi destinati alla protezione dei diritti di salute sessuale e riproduttiva, fatto che ha colpito negativamente 32 paesi e 53 progetti sanitari in tutto il mondo.

La pandemia Covid-19, d’altro canto, è servita a sottolineare quanto sia importante il perseguimento dell’uguaglianza di genere in tutto il mondo, in quanto ha sottolineato il “paradosso di genere nella salute pubblica” alla luce dei fattori biologici, sociali, economici e di politiche pubbliche che determinano le disuguaglianze di genere nel sistema di salute[11]. Le relazioni di potere basate sul genere e le disuguaglianze intersezionali sono venute alla ribalta in tutto il mondo nei modi in cui donne, migranti, persone di genere diverso, persone che vivono con disabilità o con HIV/AIDS sono svantaggiate nelle politiche e pratiche del sistema di sicurezza sanitaria[12]. Il Covid-19 ha sollevato il velo sul ruolo delle donne nella salute globale, mostrandoci le disuguaglianze/sfruttamento a cui sono sottoposte nell’occuparsi di cura non remunerata o nel lavorare come personale sanitario ricoprente, in maggioranza, posizioni meno retribuite e meno influenti. La pandemia ha esacerbato la violenza domestica, già dilagante, costringendo le donne capifamiglia a misure disperate di sopravvivenza con un reddito ridotto o nullo e ha messo a dura prova l’accesso delle donne migranti e rifugiate all’assistenza sanitaria, in particolare quando escluse dalla risposta istituzionale e dalle reti di sicurezza sociale.

Perché la salute globale ha bisogno di femminismo?

Le origini coloniali che permangono nella salute globale ne impediscono la capacità di affrontare le disuguaglianze in modo coerente, perché la sua prima preoccupazione è quella di omogeneizzare i sistemi sanitari pubblici piuttosto che diversificarne i servizi e le pratiche. Il primato della sanità deve essere garantito dal decentramento dei servizi e dall’abbattimento delle gerarchie di genere. Un sistema sanitario inclusivo deve sì riconoscere i diversi bisogni, ma anche le conoscenze e i contributi di tutti gli individui, in tutta la loro diversità, alla salute globale. Le donne e le comunità che hanno competenze e conoscenze sanitarie specifiche devono essere riconosciute e rafforzate come agenti di salute pubblica, invece di essere implicitamente utilizzate per fornire cure e lavoro domestico che rimangono invisibili e non retribuiti[13].

Per una leadership trasformativa di genere nella salute globale

La ricerca scientifica mostra la predominanza degli attori dei paesi ad alto reddito nella ricerca e nella leadership della salute globale. Questa tendenza va urgentemente invertita. La ricerca deve essere accessibile a tutte le persone e i metodi per validarla devono essere standardizzati, non la conoscenza. C’è bisogno di una leadership femminista e inclusiva per promuovere normative, politiche e programmi trasformativi, dati e statistiche di genere, capaci di rendere veramente universale l’assistenza sanitaria. Questo implica anche una maggiore presenza delle donne, delle persone non-binarie e delle diverse identità di genere nel processo decisionale e nella ricerca sulla salute globale.

Per un sistema sanitario globale più inclusivo e attento alle diversità di genere

La società civile e le organizzazioni femministe sono attori chiave nel diritto alla salute. La loro inclusione sia nella governance che nella ricerca sanitaria dovrebbe essere la norma. Global Health 50/50[14] e Women in Global Health[15] sono movimenti internazionali che sostengono la diversità e l’inclusività della società civile. Le loro iniziative hanno portato a un miglioramento dell’impegno per l’uguaglianza di genere dei loro membri dal 55% nel 2018 al 79% nel 2021. Questi impegni includono sostegno alle diversità di genere, politiche di prevenzione e contrasto della violenza e delle molestie sessuali nel mondo del lavoro, promozione del congedo parentale e della diversità e parità di genere nei consigli di amministrazione.

Dalla salute globale alla salute planetaria

La pandemia che stiamo vivendo ha messo in luce l’ineludibile interrelazione tra salute umana, cambiamento climatico e salute ambientale. Le disuguaglianze all’interno di questi ambiti sono vissute in particolare dalle persone più vulnerabili e discriminate. Non possiamo più ignorare che siamo inseparabili dall’ambiente che abitiamo. La nostra salute e quella del nostro pianeta sono interdipendenti. Il movimento ecofemminista ce lo ricorda da diversi decenni. È quindi forse il momento di fare un altro passo avanti per conseguire, al contempo, salute e giustizia sanitaria. È forse il tempo di passare, cioè, dalla salute globale alla salute planetaria[16].

NOTE

[1] Boyle CF, Levin C, Hatefi A, et al. (2015): Achieving a “Grand Convergence” in Global Health: modelling the technical inputs, costs, and impacts from 2016 to 2030. PLoS One 2015.

[2] Chaudhri MM, Mkumba L, Raveendran Y, Smith RD. (2021): Decolonising global health: beyond ‘reformative’ roadmaps and towards decolonial thought. BMJ Global Health. BMJ Glob Health. 2021; 6(7): e006371. Pubblicato online, 2021.

[3] Rasheed Muneera A. (2021): Navigating the violent process of decolonisation in global health research: a guideline. The Lancet, Global Health; Volume 9, Issue 12, E1640-E1641, December 2021.

[4] Kristy C. Y. Yiu, MSc, Eva Merethe Solum, MSc, Deborah D. DiLiberto, PhD, and Steffen Torp, PhD. Comparing Approaches to Research in Global and International Health: An Exploratory Study. Annuals of Global Health 2020; 86(1): 47. Pubblicato online, 2020 Ap.

[5] Poiché solo il 71% dei paesi garantisce l’accesso alle cure generali per la maternità, solo il 75% garantisce legalmente un accesso pieno ed equo alla contraccezione, solo l’80% circa ha leggi che sostengono la salute e il benessere sessuale, e solo il 56% circa ha leggi e politiche che sostengono un’educazione sessuale completa. Fonte: UNFPA, State of World Population 2021. My Body Is My Own. Claiming the Right to Autonomy and Self-Determination.

[6] Editorial. Violence against women: tackling the other pandemic. The Lancet Public Health, Volume 7, issue 1, E1, January 01, 2022.

[7] On average, 35 per cent of women have experienced violence in their lifetime; in some countries, this rises to 70 per cent. See: World Health Organization (2019): Violence against women. Intimate partner and sexual violence against women. Evidence brief.

[8] Each year, over 4 million girls are at risk of Female Genital Mutilation while no comprehensive data are available for Intersex Genital Mutilation.

[9] E.g., Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, Intersex, Queer and other identities (LGBTIQ+).

[10] The Global Gag Rule or Mexico-City Policy bars all international NGOs from receiving US financing if they do not certify that they will not provide, counsel, or refer for abortion services, even if legal as per national law, necessary to save the mother’s life, and financed by other funds. See: https://www.ippf.org/global-gag-rule

[11] Bambra C., Albani V., Franklin P. COVID-19 and the gender health paradox. Scandinavian Journal of Public Health. 2021 Feb; 49(1): 17-26.

[12] Wenham C. Feminist Global Health Security. Oxford Scholarship Online: May 2021. DOI:10.1093/oso/9780197556931.001.0001

[13] Sara E Davies, Sophie Harman, Rashida Manjoo, Maria Tanyag, Clare Wenham. Why it must be a feminist global health agenda. Lancet 2019; 393: 601–03

[14] Global Health 50/50

[15] Women in Global Health

[16] For more information on Planetary Health see https://www.planetaryhealthalliance.org; https://unfccc.int/climate-action/un-global-climate-action-awards/planetary-health

* Carla Pagano è un’esperta internazionale in uguaglianza e diversità di genere e diritti umani. Carla ha un Master in Diritti Umani e delle Donne nell’Islam (Università La Sapienza, Roma) e uno in Studi della differena sessuale (Università di Barcellona, Spagna). Si occupa da 24 anni di governance e politiche di genere e di ricerca qualitativa e formazione su genere e diritti umani. Ha diretto più di 20 programmi di promozione dell’uguaglianza di genere nella governance e nelle politiche pubbliche in diversi paesi del Medio Oriente, Africa, America Latina ed Europa lavorando per l’ONU, la Commissione Europea, la Cooperazione Italiana, la società civile e diverse Università. Il suo focus sono i diritti di salute sessuale e riproduttiva e la lotta alla violenza di genere e alla violenza e molestie nel mondo del lavoro, ma anche l’ecologia e la transizione verde e la costruzione della pace come risultato dell’empowerment, della conoscenza e dell’azione delle donne.

 

 

 

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