La scoperta, si è scoperto, è la parola meno contestuale e più strumentale di tutte.

E tra tutte le parole è anche la più falsa.



 

di Franco Ferioli

Pagine Esteri, 31 marzo 2022 –  Per secoli sì è imposta la visione che i popoli senza scrittura dovessero essere considerati popoli senza storia in attesa di qualcun’altro che gliela scrivesse.

Poi però mano a mano che venivano ritrovati, letti e confrontati innumerevoli manoscritti, testi, libri e commentari che confermavano inchiostro su pergamena, su papiro e su carta ogni parola di quanto raccontato e tramandato a voce, nessuno ha mai provveduto a correggere, nè tantomeno a considerare un tal modo di imporre la scrittura della storia come una forma di Cancel Culture, cioè di cultura della cancellazione della cultura altrui.

Shihāb al-Dīn Abū al-‘Abbās Aḥmad b. Faḍl Allāh al-‘Umarī, meglio conosciuto come Ibn Fadl al-Umari è stato un erudito storico arabo che visitò il Cairo poco tempo dopo il passaggio della carovana più ricca e leggendaria della storia dell’Africa, quella che, partendo da Timbuctu, accompagnò il mandingo Mansa Mousa, re del Mali, nel pellegrinaggio alla Mecca del 1324.

La carovana vera e propria era composta da 80 dromedari carichi di 120 chili di polvere d’oro ciascuno.

A questi facevano seguito centinaia di animali da soma carichi di tende, vettovaglie e viveri necessari al cammino e in più sale, avori, libri e altri preziosi doni votivi da offrire come tributi alla città santa.

L’imperatore, che viaggiava a cavallo, era seguito da 12.000 schiavi vestiti di seta e broccato e preceduto da 500 portatori, ognuno recante una verga d’oro di due chili e mezzo.

Secondo quanto menzionato anche dai viaggiatori arabi Ibn Battuta e Ibn Khaldun, a quei tempi lo splendore del regno di Mansa Mousa era giunto all’apogeo, la sua fortuna era incommensurabile e non c’è alcun modo per riuscire a calcolare a quanto potesse ammontare il suo patrimonio.

Oltre a raccontare che l’imperatore elargì talmente tanto oro da mandare alle stelle l’inflazione dell’economia nazionale egiziana, Ibn Fadl al-Umari aggiunse altri particolari alle storie che descrivevano la magnificenza dell’Impero del Mali.

Nel decimo capitolo della sua opera enciclopedica pubblicata nel 1342 Masālik al-abṣār fī mamālik al-amṣār (“Le vie degli sguardi sui regni dei paesi”), al Umari parla di due grandi imprese marittime condotte dal re predecessore.

Il nome di questo sovrano navigatore non viene riportato, ma gli studiosi lo hanno inequivocabilmente identificato in Mansa Abubakari II il quale, nel 1311, quando il Mali era già un centro di affermate eccellenze economiche, commerciali e culturali che non avevano nè temevano paragoni in tutto il continente africano e in quello europeo, abdicò in favore di Mansa Musa per potersi dedicare totalmente a entrambe le spedizioni.

Fin da quei tempi era prevalsa l’idea che la fine del mondo fosse dall’altra parte dell’Atlantico e che la rotta di attraversamento dell’oceano avrebbe potuto condurre alla Mecca.

Questa visione prese piede anche in Europa, dove invece si ipotizzò che la grande distesa oceanica la separasse dalle Indie.

Abubakari II volle convincersene e inviò una prima flotta di 200 imbarcazioni allo scopo di attraversare l’Atlantico e di scoprire cosa ci fosse oltre.

Solo una delle navi tornò indietro: il suo capitano riferì di avere deciso di invertire la rotta, quando vide tutte le altre disperdersi tra i flutti, ma Abubakari II non rimase convinto dalla testimonianza e intensificò ulteriormente il suo desiderio di scoprire personalmente cosa potesse esserci dall’altra parte dell’oceano.

Vennero progettate e costruite apposite imbarcazioni nei cantieri delle coste del Senegambia e della Guinea con l’assistenza di costruttori navali dell’Egitto e del Mali.

I Sorko costruirono a Kebbi, nell’odierna Nigeria, speciali piroghe abbastanza forti per solcare l’oceano scavando tronchi di alberi, praticando fori nelle assi e legandole insieme con cordami e strisce di cuoio sigillate con resine di piante di burgu.

Abubakari pensò in grande e considerò una autonomia di viaggio di due anni per una flotta composta da mille navi, ognuna delle quali disponeva di una nave-appoggio fornita di acqua, bevande, alimenti, medicinali, vettovaglie e attrezzature.

Poi compose gli equipaggi dotandoli con i migliori uomini, marinai, navigatori, cartografi, scienziati, astronomi, medici, sciamani e infine, dopo aver abdicato al trono in favore di Mansa Musa senza aver fatto prevalere il diritto dinastico al proprio erede naturale, salpò, prese il largo e non fece più ritorno.

L’Atlantico è mosso da due correnti che rimangono invariate indipendentemente dal mese o dalla stagione dell’anno: sono la corrente delle Canarie e la corrente di Guinea, alimentate in superficie da venti costanti e direzionati in modo da condurre agevolmente una imbarcazione dalla costa dell’Africa occidentale fino a laddove ancora oggi sono ben visibili i segni di una presenza di origine negroide, cioè le isole caraibiche del centro-america e le coste messicane, colombiane, venezuelane e brasiliane.

In ogni lezione di storia e in ogni ricorrenza della celebrazione della scoperta dell’America che sarebbe avvenuta il 12 ottobre 1492, data che convenzionalmente determina anche l’inizio dell’Età Moderna, il marinaio, navigatore ed esploratore italiano Cristoforo Colombo gode ancora di una rinomata e consolidata reputazione come scopritore del Nuovo Mondo e dell’America.

Questo merito gli è stato riconosciuto a livello mondiale da oltre 500 anni anche se i navigatori Maliani attraversarono l’oceano nel 1311, cioè 181 anni prima di lui.

Un erudito arabo lo ha scritto e pubblicato in Egitto nel 1342 e in Africa Occidentale sono sempre esistiti ed esistono molti Maestri della Parola, molte famiglie di storici e studiosi, tanti Griot e Griottes di tradizione orale che fanno riferimento ai racconti di viaggio, ma non è mai esistito un racconto o una narrazione che si riferisse al concetto di viaggio di scoperta, così come non è mai esistito nessuno che abbia desiderato conservare e tramandare la storia africana attraverso la scoperta di cose che esistevano già.

Mentre ondate di consapevolezza iniziano a infrangersi sul muro della presunzione, diverse convinzioni occidentali stanno rivedendo i loro acclamati risultati con frastornanti crescenti dubbi.

Qualche anno fa la propaganda elettorale per le elezioni presidenziali statunitensi ha corteggiato il sostegno dei neri a favore di Barack Obama conclamando che Colombo nel 1942 aveva almeno un navigatore africano come pilota a bordo delle sue tre caravelle portoghesi.

Prima di iniziare la traversata lo stesso Colombo riferì di aver visto una nave carica di merci che lasciava la costa guineana e si dirigeva verso ovest.

Poi confermò che durante la traversata si avvalse della conoscenza delle correnti atlantiche di un africano, Pedro Alonso Nino.

Una volta giuntovi scrisse di presenze di neri e di un edificio simile ad una moschea.

La prova più evidente della presenza africana in America prima di Colombo proviene dalla penna di Colombo stesso. Nel 1920, un famoso storico statunitense e linguista, Leo Weiner dell’Università di Harvard, nel suo libro “l’Africa e la scoperta dell’America” ha spiegato come Colombo avesse annotato nel suo diario che i nativi americani avevano confermato che “gente dalla pelle nera era giunta dal sud-est con delle imbarcazioni per commerciare in lance dorate”.

Sono state trovate innumerevoli prove della presenza africana nelle Americhe: scritti, lingue, manufatti, monete, sculture, tombe, alberi, piante, frutti, cereali, oltre a località ed etnie che ancora mantengono nomi originari: Sierra del Mali, Baia di Mandinga, Porto di Mandinga, Neri Injuns, Black Caribs, Black Guanini’s, Honduras Almamys e così, anche se Cristoforo Colombo arrivò nel Nuovo Mondo con 181 anni di ritardo e vi incontrò sia nativi americani che neri africani è a lui che dobbiamo la scoperta e l’uso di questa parola posta al servizio della falsità, a scapito della conoscenza e a vantaggio dello sfruttamento sistematico ed epocale prodotto dalla “modernità”.

Perché è un doppio risultato a risultare beffardo, oltre che falso: dopo essere stati i primi “scopritori” di quelle terre, gli africani ne sono anche diventati i primi schiavi, ed è solo come conseguenza della schiavitù che si accetta la presenza e la discendenza di neri africani nelle Americhe.

Non solo l’Africa, ma anche l’America, così come viene insegnata, iniziò il giorno in cui il colonialista mise piede a terra e il colonialismo si affermò come occupazione e sfruttamento imposto con la forza dalle potenze europee ai danni di popoli ritenuti arretrati o selvaggi.

Altri recuperi dal repertorio delle tradizioni orali africane, oltre a quelle relative ai viaggi transatlantici verso le Americhe, hanno offerto informazioni illuminanti concernenti anche la “Carta del Mandén” promulgata dall’imperatore Sunjata Keita e che riflette il contesto umanistico che regnava in Africa ai tempi dell’affermazione dell’Impero del Mali.

Pensata e considerata come la prima costituzione e la più completa dichiarazione universale dei diritti dell’uomo risalente al periodo medievale, la Carta del Mandèn è un insieme di regole adottate dalle società sudanesi-saheliane, compilate per essere trasformate in leggi vincolanti per tutti, che precede di diversi secoli sia la Dichiarazione Francese dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, redatta a Parigi nel 1789 dopo la presa della Bastiglia, sia la Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina, primo documento a invocare l’uguaglianza giuridica e legale delle donne in rapporto agli uomini, pubblicato nel 1791 dalla scrittrice Olympe de Gouges per reclamare al femminile il diritto di voto, l’accesso alle istituzioni pubbliche, le libertà professionali e i diritti di famiglia dimenticati dalla Rivoluzione Francese nel suo progetto di libertà e di uguaglianza.

Negli anni Sessanta lo storico maliano Youssouf Tata Cissé iniziò a trascriverla su carta,

nel 1998 un seminario tenutosi a Kankan, in Guinea, ha portato alla scrittura della Carta Kouroukan Fouga in forma definitiva da parte di un collegio panafricano di antropologi, storici, giuristi e ricercatori e nel 2009 l’Unesco l’ha inserita nel patrimonio culturale intangibile dell’umanità come uno dei testi fondanti della storia umana.

In Italia è quasi sconosciuta.

Nel sito ufficiale dell’ONU viene così descritta:”All’inizio del XIII secolo, al termine di una grande vittoria militare, il fondatore dell’impero Mandinka e l’assemblea dei suoi uomini di punta proclamarono a Kouroukan Fouga la “Carta del Nuovo Mandén”, dal nome del territorio situato nel bacino superiore del fiume Niger, tra gli attuali Stati di Guinea e Mali. La Carta, che è una delle Costituzioni più antiche del mondo anche se promulgata in forma orale, si compone di un preambolo e di sette capitoli che sostengono la pace sociale nella diversità, l’inviolabilità della persona, i diritti umani, l’istruzione, l’integrità della patria, la sicurezza alimentare, l’abolizione della schiavitù, la libertà di espressione e di affari”.

Questa Carta, di creazione e stesura contemporanea, ha già trovato la sua strada: viene citata nei libri di testo per uso scolastico in tutte le scuole dell’Africa francofona dove viene evocata come un ulteriore inequivocabile segno dell’oblìo subìto dall’Africa da parte dell’Occidente, della negazione della sua storia e della sua tradizione culturale anche e soprattutto quando dimostra che l’Africa dei popoli neri è stata davanti all’Occidente dei popoli bianchi non solo in ambito economico e commerciale, ma anche in campo politico, giuridico, amministrativo e umanistico.

La Carta Kouroukan Fuga o del Mandén o Costituzione del Mandén é stata emessa dalla Confraternita dei Fondatori Donsos, ed esiste in due versioni: quella del 1222, organizzata in 7 articoli, che concerne i valori, gli ideali ed i principi che servirono come pilastri fondamentali della fondazione dell’Impero del Mali, e quella del 1236, organizzata in 44 articoli, che si occupa dell’organizzazione sociale, della suddivisione dei ruoli e dei mestieri, delle gerarchie, della gestione dei conflitti, della coesistenza pacifica e della tolleranza.

Ecco qualche articolo tratto dai quarantaquattro capitoli che compongono la Carta del 1236 e che riguardano organizzazione sociale, diritti e doveri delle persone, esercizio del potere, diritti patrimoniali, riconoscimento del ruolo delle donne nella società e nella famiglia, rapporto con gli stranieri, preservazione della natura, conservazione e trasmissione della storia:

“I rappresentanti del Mandè tradizionale e i propri alleati, riuniti nel 1236 a Kurukan Fuga dopo la storica battaglia di Kirina, hanno adottato la seguente carta per regolare la vita della grande società Mandingue:

I.ORGANIZZAZIONE SOCIALE

Articolo 1: La società Grand Mandé è così suddivisa: Sedici “Ton ta djon” o portatori di faretra; Quattro  Mansa si” o tribù principesche;  Cinque “Mori Kanda” o classi di marabutti;  Quattro “Nyamakala” o classi commerciali. Ciascuno di questi gruppi ha un ruolo e un’attività specifici.

Articolo 4: La società è divisa in gruppi di età. Alla testa di ciascuno di essi viene eletto un capo. Sono della stessa fascia di età le persone (uomini o donne) nate in un periodo di tre anni consecutivi. Il “Kangbé” (classe intermedia tra giovani e anziani) deve partecipare alle decisioni importanti che riguardano la società.

Articolo 5: Ogni individuo ha diritto alla vita e alla conservazione della propria integrità fisica. Una vita non è superiore a un’altra.

Articolo 6: Per vincere la battaglia della prosperità, viene istituito il “Könögbèn Wölö” (un mondo di sorveglianza per combattere la pigrizia e l’ozio).

Articolo 9: L’educazione dei giovani è responsabilità dell’intera società. Il potere paterno quindi appartiene a tutti. Ognuno deve prendersi cura dei figli e correggerli.

Articolo 14: Nessuno offenda le donne, che sono le nostre madri.

Articolo 16: Oltre alle loro occupazioni quotidiane, le donne devono essere associate a tutti i nostri governi.

Articolo 17: Le bugie che hanno vissuto e resistito 40 anni devono essere considerate come verità.

Articolo 20: non maltrattare gli schiavi, concedere loro un giorno libero alla settimana e assicurarsi che interrompano il lavoro a orari ragionevoli. Siamo padroni dello schiavo ma non della borsa che porta. Nessuno imbavaglierà un suo simile per venderlo. L’esistenza della schiavitù si estingue in questo giorno.

Articolo 22: La vanità è segno di debolezza e l’umiltà è segno di grandezza.

Articolo 23: Non tradire mai. Rispetta la parola d’onore.

Articolo 24: Mai danneggiare gli stranieri.

Articolo 27: La giovane ragazza può essere data in matrimonio non appena è pubescente senza determinazione dell’età. La scelta dei genitori va seguita indipendentemente dal numero dei candidati. Il ragazzo può sposarsi dall’età di 20 anni.

Articolo 28: la dote è fissata in 3 capi: uno per la figlia, due per il padre e la madre. Articolo 29: Il divorzio è tollerato per una delle seguenti cause: impotenza del marito; la follia di uno dei coniugi; l’impossibilità del marito di assumere gli obblighi nati dal matrimonio; il mancato rispetto dei suoceri. Il divorzio deve essere pronunciato fuori dal villaggio.

Articolo 30: Venire in aiuto dei bisognosi.

Articolo 31: Rispetto della parentela, del matrimonio e del vicinato.

Articolo 32: Non umiliare il nemico, perché così facendo saresti considerato codardo.

Articolo 33: Nelle grandi assemblee accontentatevi dei vostri legittimi rappresentanti e tolleratevi a vicenda. Il rispetto per gli altri è la regola e la tolleranza deve essere il principio.

  1. PROPRIETA’

Articolo 34: Ci sono cinque modi per acquisire una proprietà: acquisto, donazione, scambio, lavoro ed eredità.

Articolo 35: Qualsiasi oggetto trovato senza proprietà nota diventa proprietà comune solo dopo quattro anni.

Articolo 36: Il quarto parto di una giovenca affidato è di proprietà del custode.

Articolo 37: un bovino deve essere scambiato con quattro pecore o quattro capre. Articolo 38: un uovo su quattro è di proprietà del detentore della gallina ovaiola. Articolo 39: Soddisfare la tua fame non è rubare se non porti nulla in borsa o in tasca. III. SULLA CONSERVAZIONE DELLA NATURA

Articolo 40: la boscaglia è il nostro bene più prezioso, tutti devono proteggerla e conservarla per la felicità di tutti.

Articolo 41: prima di dare fuoco alla boscaglia, non guardare in basso, alza la testa verso le cime degli alberi.

Articolo 42: Gli animali da compagnia devono essere legati al momento della coltivazione e rilasciati dopo la raccolta. Cani, gatti, anatre e pollame non sono soggetti a questa misura.

  1. DISPOSIZIONI FINALI

Articolo 44: Chiunque infrange queste regole sarà punito. Ognuno è responsabile della loro applicazione e di garantire il rispetto della legge in tutto il territorio imperiale.

Grazie al rispetto nei confronti della dignità della persona e della vita umana, la cultura africana è sempre stata contraria ad un sistema economico basato sugli schiavi e le società africane – dall’antico Egitto agli stati dell’era imperiale – non sono mai state schiaviste.

Quando nella Carta si parla di lotta e di abolizione della schiavitù è perché nel XIII secolo, periodo in cui è stato emanato questo giuramento, la schiavitù era già entrata in Africa e aveva già provocato il caos attraverso le conquiste armate dei Morabiti Arabo-Musulmani, entrati dall’Egitto nel continente nero nel 639 e nel Mandè dopo il crollo dell’Impero del Ghana.

Questi principi, che mettono al primo posto il rispetto e l’uguaglianza degli individui e la cooperazione tra i differenti popoli e tra le differenti generazioni (gli anziani, le donne, i giovani, i bambini), costituiscono i pilastri della cultura tradizionale che ancora oggi sorreggono tutte le società africane autentiche e originarie.

I padri fondatori della Carta del Mandèn o Giuramento del Mandèn del 1222, conosciuti come Donsos, appartenevano alla prestigiosa Confraternita dei Cacciatori, maestri della caccia, della difesa dei territori, conoscitori della boscaglia, delle piante medicinali, guaritori, viaggiatori, difensori della natura, degli animali e degli esseri umani, i cui discendenti possono essere ancora oggi rintracciabili in tutti i territori dell’ Africa occidentale, principalmente in Mali, Burkina Faso, Benin, Costa d’Avorio e Guinea:

  1. “I Donsos dichiarano:

Ogni vita è vita.

È vero che una vita appare prima di un’altra vita, ma una vita non è più rispettabile di un’altra vita, così come una vita non è superiore a una altra vita.

  1. Essendo tutta la vita una vita, qualsiasi danno arrecato a una vita richiede riparazione. Pertanto, che nessuno attacchi il suo prossimo, che nessuno faccia del male al suo prossimo, che nessuno martirizzi il suo prossimo.
  2. Possa ognuno vegliare sul suo prossimo, possa ciascuno venerare i suoi genitori, possa ciascuno educare i suoi figli come dovrebbe; che ognuno mantenga, provveda ai bisogni dei membri della sua famiglia.
  3. Possa ciascuno vegliare sulla terra dei suoi padri.

Per paese o nazione, Faso, dobbiamo intendere anche e soprattutto gli Uomini.

Perché qualsiasi paese, qualsiasi terra che vedesse gli uomini scomparire dalla sua superficie diventerebbe immediatamente afflitta.

  1. La fame non è una buona cosa, né la schiavitù è una buona cosa.

Non c’è calamità peggiore di queste cose in questo mondo.

Finché teniamo la faretra e l’arco, la fame non ucciderà più nessuno a Manden, se per caso la carestia dovesse colpire.

La guerra non distruggerà mai più un villaggio per produrre schiavi.

Ciò significa che nessuno d’ora in poi metterà il morso nella bocca del suo prossimo per andare a venderlo.

Nessuno sarà picchiato o messo a morte perché è figlio di uno schiavo.

  1. L’essenza della schiavitù si estingue in questo giorno: da un muro all’altro, da un confine all’altro del Mandèn, il raid è bandito da questo giorno, i tormenti nati da questi orrori sono finiti da questo giorno a Manden.
  2. Le persone del passato ci dicono: l’uomo come individuo è fatto di carne ed ossa di midollo e nervi, di pelle ricoperta di peli e capelli, mangia cibo e bevande.

Ma l’anima, lo spirito e la sua mente dell’uomo vive grazie a tre cose:

vedere ciò che vuole vedere,

dire ciò che vuole dire

e fare ciò che vuole fare.

Se una qualsiasi di queste tre cose dovesse mancare all’anima umana, essa ne soffrirebbe e sicuramente appassirebbe.

Di conseguenza, i Donsos dichiarano:

ognuno ora dispone della propria persona,

ognuno è libero nelle sue azioni,

ognuno ora ha i frutti del proprio lavoro.

Questo è il Giuramento di Mandèn, rivolto alle orecchie di tutto il mondo”.

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Il testo è una recensione di Youssouf Tata Cissé e di Wa Kamissoko, pubblicata in:  Soundjata, la Gloire du Mali ed. Karthala, 1991.

Illustrazione di Marta Besantini

 

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