di Pietro Figuera* –

Pagine Esteri, 5 aprile 2022 – Tra il dire in Turchia e il fare in Ucraina c’è di mezzo il mare. E non solo il Mar Nero. A tener lontana la sponda diplomatica da quella militare (o viceversa) è la discrepanza tra gli obiettivi tattici sul terreno e la necessità politica di raggiungere un accordo. Che a Istanbul, in occasione dell’ultimo incontro tra russi e ucraini, non era sembrato lontano. La scorsa settimana il segretario di Stato americano Antony Blinken, in visita in Marocco durante i negoziati turchi, l’aveva in qualche modo annunciato: “una cosa è ciò che la Russia dice, un’altra è ciò che fa”. Facile previsione, volendo fare i pignoli, vista la quantità di false speranze diffuse nell’ultimo mese. E poi inesorabilmente smentite.



Meno facile stabilire le reali motivazioni di un simile scollamento tra retorica e realtà. La propaganda, da sola, non può bastare a spiegarlo: sul fronte esterno l’opinione pubblica internazionale (o meglio europea) è ormai quasi del tutto impermeabile agli annunci di Mosca, che quindi non possono illudersi di persuaderla o tranquillizzarla; sul fronte interno, le notizie sono filtrate in modo più efficace. Possibile che ci sia un fondo di verità negli annunci. Del resto che qualcosa si muova, sul fronte diplomatico, è fuor di dubbio. Tutti i testimoni dei negoziati assicurano che ci sia stato un avvicinamento tra le due parti nell’ultimo mese, e non è risultato da poco visto l’inasprimento del conflitto sul campo. Adesso il capo negoziatore ucraino, David Arahamia, si spinge a prevedere un incontro tra Putin e Zelenskij nel prossimo futuro, sempre in Turchia.

Seguendo le sue parole, la Russia avrebbe dato “una risposta ufficiale su tutte le posizioni”, a eccezione del tema della Crimea. Affermazione confermata dal ministro degli Esteri Kuleba, secondo il quale da parte russa non sarebbe pervenuta alcuna obiezione – almeno in quest’ultimo round. Perché allora si continua a combattere? L’idea prevalente è che i colloqui negoziali, fino ad ora, non siano stati altro che una foglia di fico. Un tentativo maldestro di prendere tempo mentre si mostrava al mondo, alla controparte e alla propria opinione pubblica ogni buona intenzione di collaborare ragionevolmente per portare a termine il conflitto.

Alla base di questa idea c’è dunque il fatto che entrambe le parti avevano (hanno ancora) bisogno di tempo per migliorare la propria posizione negoziale. Un controsenso logico? Solo in parte. Certo, la guerra è un gioco a somma zero, quindi può apparire improbabile che due avversari traggano comune giovamento da una stessa variabile (in questo caso temporale). Ma non bisogna dimenticare che le necessità sono dettate dalle percezioni soggettive, e mai come adesso queste ultime sono apparse così determinanti nel plasmare le scelte dei leader.

Per la Russia il tempo, almeno in una fase iniziale, era valutato come una variabile certamente utile a soverchiare le forze dei difensori, a loro numericamente e tecnologicamente inferiori. Molto banalmente, prendere tempo poteva aiutare i progressi di un’avanzata che fin da subito non si era limitata a mirare all’Ucraina orientale, ma puntava esplicitamente su Kiev e dunque sul regime change. Da parte loro, gli ucraini scommettevano su se stessi e le proprie capacità di arginare l’offensiva russa: accettare subito le richieste negoziali dei russi sarebbe equivalso a una resa, a un’ammissione di non volere o potere combattere.

Col senno del poi, la scommessa temporale sembra aver sorriso più a Kiev che a Mosca, impantanatasi nella maggior parte dei teatri e addirittura in ritirata sul fronte della capitale ucraina, a quanto pare non più in pericolo di assedio. Se fosse dunque valida la teoria dei negoziati-foglia di fico, assisteremmo oggi a una brusca accelerazione da parte russa per evitare ulteriori logoramenti sul terreno. Così non è, e nonostante gli oggettivi progressi diplomatici sembra di nuovo tutto in sospeso.

Il filo rosso tra le armi e la diplomazia naturalmente esiste, ma è probabilmente diverso da come lo immaginiamo. Posta dinnanzi a un inevitabile ridimensionamento delle proprie mire in Ucraina, la Russia di Putin non può permettersi di accettare le pur ragionevoli offerte ucraine senza tirare un altro po’ la corda. Rinunciare a pretese più sostanziose rispetto a quelle dichiarate (e in parte forse persino concesse) nelle trattative prebelliche significherebbe, molto semplicemente, ammettere l’inutilità del conflitto e dunque una sostanziale sconfitta – a cui dovrebbe sommarsi pure una figura internazionale disastrosa.

Sul campo, ciò si traduce nella necessità di conseguire risultati più avanzati rispetto allo stato delle trattative, in modo da obbligare gli ucraini a considerare perdute determinate regioni e quindi ad abbassare le proprie richieste. In altre parole, le forze armate russe hanno il gravoso compito di conquistare qualcosa in più del “dovuto”, come possibile pedina di scambio finale e a garanzia di quanto già occupato. Un meccanismo che ricorda il famoso paradosso di Achille e la tartaruga, laddove una pace sul punto di essere raggiunta viene vanificata immediatamente dopo dall’evolversi del confronto sul campo.

Il circolo vizioso dovrà però prima o poi interrompersi. Per stanchezza delle parti, o più probabilmente per esaurimento delle risorse e razionalizzazione del male minore. Dal punto di vista russo, inevitabilmente quello che più conta per l’avvio di una seria iniziativa di pace, fino ad ora il male minore è stato costituito proprio dal conflitto. In gergo diplomatico, quest’ultimo è inquadrabile come un “BATNA” (Best Alternative to a Negotiated Agreement), ovvero la linea di condotta più vantaggiosa a fronte di un fallimento negoziale – quello imbastito da Mosca con le richieste agli Stati Uniti e alla NATO da dicembre a febbraio. Permangono seri dubbi sulla ripartizione di costi e benefici ottenuta dai russi con l’avvio della guerra, ma se la loro percezione li ha portati a tale scenario, è difficile che cambi senza una svolta sostanziale degli eventi – o almeno una loro configurazione “accettabile”.

Resta da capire quali siano gli obiettivi irrinunciabili di Mosca. Partiamo subito ammettendo che non è facile riconoscerli, altrimenti il relativo dibattito si sarebbe già esaurito da tempo. Tra l’altro, è molto probabile (anzi quasi certo) che la loro consistenza sia mutata nel tempo in parallelo all’evolversi delle circostanze sul terreno. Ad esempio, l’ormai tristemente famosa “denazificazione” era senz’altro un traguardo primario per i russi, a dispetto di chi la riteneva mera propaganda[1]. Ma ha dovuto scontrarsi con la tenace resistenza militare che ha scoraggiato ben presto una presa della capitale e una sostituzione della leadership del Paese.

Realisticamente, la Russia non può più puntare alla conquista dell’intera Ucraina (ammesso che sia mai stato un reale obiettivo), anche escludendo la Galizia; ma forse ormai anche l’assestamento del confine sul fiume Dnepr rischia di essere un’opzione velleitaria. Resta in piedi l’obiettivo minimo: acquisizione completa del Donbass, ovvero delle intere regioni amministrative di Donetsk e Lugansk fino ad ora divise tra separatisti e governo di Kiev; riconoscimento della Crimea e sua continuità territoriale con il Donbass, attraverso il corridoio di Berdiansk e Mariupol; assicurazione degli approvvigionamenti idrici ed energetici che può garantirsi con il controllo di Kherson, Mykolaiv e Zaporizzja.

Appena oltre questi obiettivi minimi ci sarebbe la conquista di Odessa, dal valore strategico e simbolico incommensurabili. La “perla del Mar Nero” è infatti l’unico approdo rilevante rimasto in mano agli ucraini, da cui passano circa due terzi di tutti i loro commerci. Ed è anche una città dai forti legami storici e culturali con la Russia, non solo per la presenza di una folta comunità russofona ma soprattutto per le vicende legate alla sua fondazione e sviluppo, tra la fine del Settecento e gli inizi del Novecento. Senza contare il suo valore emblematico legato all’era sovietica e gli eventi, molto più recenti, che l’hanno resa un obiettivo di primo piano della denazificazione putiniana: la strage di Odessa del 2014 e l’impunità dei suoi esecutori.

Fin qui, il piano meramente territoriale. Poi c’è la questione diplomatica, molto più ampia dell’Ucraina. Le garanzie di “neutralizzazione”, che siano da intendersi su un modello svizzero, austriaco o finlandese, non possono avere senso prive di un processo di internazionalizzazione che le accompagni. In altre e più semplici parole, la possibilità che l’Ucraina resti fuori dalla NATO – e che, va da sé, la NATO resti fuori dall’Ucraina – non dipende soltanto dalla mutevole volontà di chi governa a Kiev, ma ovviamente anche dai suoi partner occidentali. Lo stesso dicasi per la futura consistenza delle forze armate ucraine, che dovrà essere tarata anche sul tipo di appoggio estero ricevibile in caso di nuove aggressioni.

Il negoziato tra Mosca e Kiev dipende dunque anche da noi, o meglio dalla nostra capacità di accettarne l’esistenza – e l’opportunità. Sarebbe meglio avvicinarsi a tale prospettiva senza eccessivi pregiudizi, né ovviamente dimenticando le responsabilità del conflitto e la sua portata sovversiva su scala europea e globale. Una trattativa seria dovrà essere condotta con la ferma volontà di eliminare ogni possibile zona d’ombra: se non può crearsi con la fiducia, che avrà bisogno di decenni per venire ristabilita, la pace potrà essere garantita solo da un efficace sistema di inequivocabili linee rosse.

Le stesse che, fino ad ora, hanno consentito a noi europei di restare al di fuori del conflitto vero e proprio. Ma è ora di ridiscuterne. L’equilibrio del terrore non è più riproponibile perché è venuto a mancarne il principio cardine, ovvero la coesistenza pacifica tra i due blocchi (uno dei due blocchi, a dire il vero, non esiste più in quanto tale). E la semplice deterrenza nucleare, nuda e cruda, è un confine troppo sottile per tenerci sufficientemente lontani dall’olocausto nucleare. Serve un nuovo paradigma geopolitico, ancor prima che diplomatico e securitario. Se non una nuova Jalta, qualcosa che le si avvicini. E che non ricordi troppo Versailles.

 

[1] Naturalmente, qui intendiamo la “denazificazione” come un sovvertimento degli assetti di potere (e legali-costituzionali) in Ucraina, tralasciando i connotati politici di certe componenti minoritarie, evidenziate dal Cremlino a fini propagandistici.

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*Laureato in Relazioni Internazionali presso l’Alma Mater di Bologna e in seguito borsista di ricerca con l’Istituto di Studi Politici S.Pio V, si è specializzato in storia e politica estera russa, con particolare riferimento all’area mediorientale. Autore de “La Russia nel Mediterraneo: Ambizioni, Limiti, Opportunità”, collabora con diverse realtà, tra cui la rivista Limes, il Groupe d’études géopolitiques e il programma di Rai Storia Passato e Presente. Ha fondato e dirige Osservatorio Russia, progetto di approfondimento sulla geopolitica dello spazio post sovietico.

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