di Michele Giorgio – 

Pagine Esteri, 26 aprile 2022 – Parlare di riconciliazione ormai fatta è esagerato. Di una quasi normalizzazione è più realistico. Ammesso che la ripresa dei colloqui tra Iran e Arabia saudita avvenuta la scorsa settimana porti davvero a rapporti più amichevoli tra due paesi storicamente rivali, che guardano in modo opposto alle relazioni con gli Stati uniti e che hanno ambizioni di controllo sul Golfo e il Medio Oriente. Giovedì scorso le delegazioni di Teheran e Riyadh, dopo sette mesi di sospensione, hanno tenuto un quinto round di colloqui «positivi» a Baghdad sotto gli auspici di Mustafa al Kadhimi, premier dell’Iraq, uno dei paesi che ha più da guadagnare da un miglioramento effettivo delle relazioni bilaterali tra sauditi e iraniani.



 

I due paesi si erano ritrovati sull’orlo di un conflitto armato nel 2016 dopo l’esecuzione ordinata dai Saud di un importante religioso sciita saudita, Nimr al Nimr. Centinaia di iraniani presero d’assalto l’ambasciata saudita a Teheran. Riyadh replicò chiudendo la sede diplomatica e interrompendo i rapporti con l’Iran. Fu uno dei momenti più difficili tra due paesi che negli ultimi 20 anni si sono fatti la guerra per procura, attraverso i loro alleati in vari contesti di crisi come Yemen, Siria e Libano. Gli interessi in campo – economici e geopolitici – però hanno avuto la meglio e spinto i due paesi a cercare il dialogo. Ieri il ministro degli esteri iracheno Fuad Hussein ha riferito che le parti hanno raggiunto un accordo su un memorandum d’intesa in dieci punti e riaffermato la volontà di rafforzare il cessate il fuoco in Yemen. Secondo fonti arabe, delegazioni di Iran e Arabia saudita visiteranno al più presto le rispettive capitali per prepararsi alla riapertura delle sedi diplomatiche. Per due paesi che hanno Dio e la fede al centro dei loro sistemi politici e sociali – ma che sono l’incarnazione di divisioni insanabili tra musulmani sunniti e sciiti -, la normalizzazione deve passare per forza anche per la religione. A luglio per l’annuale pellegrinaggio (hajj) alla Mecca, i sauditi garantiranno agli iraniani 40mila visti d’ingresso.

La principale questione sul tavolo è lo Yemen. Teheran ha apprezzato il cessate il fuoco proclamato il Primo aprile dai sauditi che sono a capo di una coalizione militare che combatte i ribelli sciiti Ansarullah (Houthi). Riyadh si aspetta che l’Iran faccia di più per placare le mire di Ansarullah. «I Saud hanno bisogno di una soluzione per uscire dal pantano yemenita. L’Iran lo sa e detta le sue condizioni», spiega al manifesto l’analista Mouin Rabbani. Per questo il 7 aprile, su pressione saudita, il presidente yemenita Abd Rabbo Mansur Hadi si è dimesso, cedendo il potere a un consiglio di otto membri con il compito di negoziare a Riyadh una tregua permanente con gli Houthi. I ribelli però chiedono una sede neutrale.

«Altrettanto importante – aggiunge l’analista – è trovare una intesa sul Libano, dove a metà maggio si voterà per il rinnovo del Parlamento, che porti a un maggior equilibrio politico tra gli schieramenti politici (libanesi) che fanno riferimento ai due paesi senza mettere in discussione la legittimità del movimento sciita Hezbollah (alleato di Teheran)». Inoltre, prosegue Rabbani, «Iran e Arabia saudita intendono coordinare le loro mosse all’Opec per non incrementare la produzione, come chiedono Usa e Europa, e tenere alto il costo del barile». Il possibile rilancio del Jcpoa, l’accordo sul nucleare iraniano in discussione a Vienna, sarà determinante per il futuro dei rapporti tra iraniani e sauditi. «Con un accordo tra Usa e Iran e la fine delle sanzioni americane contro Teheran» dice Rabbani «Riyadh punterà a migliori relazioni con l’Iran per il riconoscimento delle rispettive aree di influenza». Se invece non ci sarà l’accordo, conclude l’analista, «è prevedibile una escalation tra Usa e Iran e i Saud vogliono evitare che il loro regno diventi bersaglio di ritorsioni iraniane». Pagine Esteri