di Michele Giorgio –

Pagine Esteri, 1 giugno 2022 – Si può amare una terra arida, rocciosa, che ti regala rari frutti a prezzo di enormi fatiche, dove si arriva solo a bordo di autoveicoli robusti in grado di percorrere strade sterrate e un po’ pericolose? Non hanno dubbi gli 89 uomini, donne e bambini di Khirbet al Fakheit, villaggio minuscolo all’interno di un’area conosciuta come Masafer Yatta sulle basse colline a sud di Hebron, nella Cisgiordania meridionale. «È la nostra terra, non c’è nessun altro posto dove vorremmo vivere» ci dice Abed, un pastore con la pelle bruciata dal sole parlando a nome di tutti gli altri. A Khirbet al Fakheit oltre il lavoro c’è ben poco da fare. «Non abbiamo caffè e ristoranti – prosegue – l’acqua scarseggia, non viviamo in case ma in tende, però questa è la nostra vita. I nostri bambini non hanno la tv, giocano tra di loro, basta un pallone e corrono felici. Gli israeliani vogliono cacciarci via, dicono che l’hanno deciso i loro giudici. Noi resteremo qui, perché è la nostra terra da sempre, non ne abbiamo un’altra». Davanti a noi ci sono le macerie di alcune costruzioni, nulla di più di ripari per le capre. «I soldati sono venuti con le ruspe e le hanno buttate giù, è successo poche settimane fa» ci spiega Abed «va avanti così da anni. Ci mostrano un ordine di demolizione, dicono che non possiamo costruire nulla su un terreno militare e buttano giù stalle e altri piccoli edifici».



Alle nostre spalle, sotto un tendone, altri rappresentanti del villaggio raccontano la storia di Khirbet al Fakheit a una piccola delegazione italiana accompagnata da palestinesi. Sedute assieme ad alcuni cooperanti di Ong, ci sono le deputate Simona Suriano e Yana Ehm, prima nei MS5 e ora parte di «Manifesta» che da qualche mese rappresenta a Montecitorio Potere al Popolo e Rifondazione. Come avvenuto a Sheikh Jarrah (Gerusalemme Est), qualche giorno fa, Suriano ed Ehm sono a Khirbet al Fakheit per vedere di persona ciò che accade nei Territori palestinesi occupati e riferirlo in Parlamento. A qualche decina di metri dalle rovine sorgono, per fortuna ancora intatti, l’ambulatorio medico e scuola che accoglie 138 studenti, dalle elementari alle superiori, di otto piccoli villaggi palestinesi di Masafer Yatta. Alle spalle ci sono un campetto da calcio con l’erba sintetica e un tabellone da pallacanestro, frutto di progetti per la comunità finanziati dalla cooperazione italiana. «Anche queste strutture sono a rischio di demolizione da parte degli israeliani» avverte un abitante rivolgendosi alla delegazione italiana. «Perderle sarebbe un disastro per i nostri ragazzi. Ci tengono alla scuola, alcuni di loro vengono a piedi, percorrendo ogni giorno diversi chilometri, con il caldo e con il freddo».

Rischi e problemi che non corrono e affrontano i coloni dei vicini insediamenti israeliani di Avigayll e Maon. Le loro case e scuole sono collegate alle reti idrica ed elettrica e le loro auto percorrono tranquille strade ben asfaltate e costruite per loro che portano in pochi minuti in Israele o in altre parti della Cisgiordania occupata aggirando i centri abitati palestinesi. Le colonie sono illegali per il diritto internazionale e per innumerevoli risoluzioni approvate dalle Nazioni unite. Invece per Israele sarebbero illegali i villaggi e le comunità palestinesi indigene di Masafer Yatta, perché all’interno di una «zona militare», la 918, stabilita unilateralmente nel 1981, e usata come poligono di tiro e per addestramento di truppe e mezzi corazzati.

Dopo decenni di demolizioni, ricostruzioni e una battaglia durata più di 20 anni all’interno del sistema giuridico non internazionale bensì del paese occupante, questo mese la Corte suprema israeliana, ha dato il via libera all’esercito di sfrattare definitivamente circa 1300 palestinesi da Masafer Yatta e di riutilizzare la terra solo a scopo militare. Sarà la più grande espulsione di massa di palestinesi dalla Cisgiordania occupata dalla guerra del 1967. Ai primi di giugno saranno 55 anni dall’inizio di una occupazione militare che non vede mai la fine. La Corte suprema non ha tenuto conto dei documenti storici presentati dagli avvocati delle otto comunità palestinesi più minacciate, tra i quali filmati aerei per dimostrare l’esistenza dei villaggi prima del 1981 e che non corrisponde al vero la versione dell’esercito di una «occupazione abusiva» dell’area usata solo come terreno di pascolo e non per residenza.

Secondo i giudici David Mintz, Ofer Grosskopf e Isaac Amit le riprese aeree prima del 1980 non mostrerebbero edifici e una presenza umana stabile. Ma i palestinesi di quella zona, allora come oggi, molto spesso vivono in grotte naturali adattate ad abitazioni. Inoltre, hanno sentenziato i giudici, quando il diritto internazionale contraddice quello israeliano, quest’ultimo prevale. La gente di Masafer Yatta dovrà anche pagare 20.000 shekel (circa 6mila dollari) di spese. La sentenza della Corte suprema israeliana è stata condannata dalla Relatrice dell’Onu per i diritti umani nei Territori occupati Francesca Albanese che ha chiesto il rispetto delle risoluzioni internazionali e dei diritti della popolazione palestinese sotto occupazione.  Demolizioni ed espulsioni di palestinesi hanno suscitato le «preoccupazioni» di Unione europea e anche degli Stati uniti in vista della visita programmata a fine giugno in Israele del presidente Biden. Ma di concreto non si è visto nulla e anche l’avvio della costruzione di oltre 4.200 nuovi alloggi negli insediamenti coloniali israeliani in Cisgiordania andrà avanti senza alcun intervento di Washington e Bruxelles.

Andando via da Khirbet al Fakheit, le deputate Ehm e Suriano promettono agli abitanti che faranno del loro meglio per portare a conoscenza dei loro colleghi e dell’opinione pubblica italiana la drammatica conclusione che si annuncia per loro e per Masafer Yatta. «Per ragioni di immagine, non credo che vedremo persone caricate con la forza su camion», ha previsto qualche giorno fa Dror Sadot del centro israeliano per i diritti umani B’Tselem «Vedremo piuttosto demolizioni sempre più frequenti che costringeranno le comunità palestinesi ad andarsene». Abed e le popolazioni di Khirbet al Fakheit e degli altri villaggi non sono d’accordo. Non lasceranno mai le loro terre, dicono che dovranno caricarli con la forza sugli autocarri, come nel 1999 quando furono espulsi per la prima volta. Allora il loro ricorso fu accolto e tornarono poco dopo. Ora è tutto diverso. Su Masafer Yatta intanto cala il sole. Occorre avviarsi. Su queste strade sterrate e piene di buche si procede con estrema cautela. Un lento rientro che permette di godere appieno del paesaggio. Aspro, roccioso, eppure bellissimo.