di Michele Giorgio – 

Pagine Esteri, 6 luglio 2022 – Il gas naturale. Tutti lo cercano. Chi per sottrarsi alla dipendenza dall’energia russa, chi per garantirsi riserve sufficienti in vista del prossimo inverno che si annuncia difficile, soprattutto in Europa. Anche per questo il gas rischia di innescare conflitti o di rivelarsi una efficace arma di pressione su chi vuole esportarlo o importarlo. E ciò è ancora più vero se parliamo del Medio oriente.



Un segnale di quanto potrebbe accadere nei prossimi mesi è stato il bombardamento del giacimento di gas naturale di Khor Mor nel governatorato di Sulaymaniyah, attaccato con razzi in tre occasioni il 22, 24 e 25 giugno. Due i feriti. La struttura è la più grande della regione del Kurdistan iracheno e si trova nel territorio controllato dall’Unione patriottica del Kurdistan (Puk). Gestito da Dana Gas (Emirati), Khor Mor è al centro di un piano del Partito democratico del Kurdistan (KDP) per esportare gas in Europa attraverso un nuovo gasdotto che attraversa la Turchia. Piano che è considerato impraticabile a breve termine e, quindi, solo una operazione di pubbliche relazioni volta ad attirare gli europei, poiché il Kurdistan iracheno non dispone di gas sufficiente per il proprio consumo. Il leader del Puk, Bafel Talabani, il 29 aprile aveva avvertito che il piano del Kdp si sarebbe realizzato solo sul suo cadavere. L’attacco, attribuito da indiscrezioni a «formazioni sciite», ha confermato che a Baghdad come a Teheran si pensa che un bene prezioso come il gas non vada «svenduto agli occidentali» a danno di interessi regionali «più rilevanti», come la fine, prima di tutto, delle sanzioni che colpiscono il petrolio e il gas dell’Iran.

La crisi più pericolosa è tuttavia quella al confine marittimo tra Israele e Libano. Yair Lapid – premier israeliano ad interim che, anche con il pugno duro in politica estera, si gioca le sue possibilità di battere nelle elezioni del 1 novembre il leader dell’opposizione Netanyahu – è partito ieri per Parigi, dove ha incontrato il presidente Macron, rilasciando dichiarazioni bellicose a commento del lancio nel fine settimana di tre droni da parte del movimento sciita libanese Hezbollah verso la piattaforma galleggiante di estrazione del gas inviata unilateralmente da Israele nell’area di Karish, una zona di mare contesa tra i due paesi. Il governo libanese, ha detto Lapid, «ha bisogno di tenere a freno Hezbollah. Israele non accetterà questo tipo di attacchi alla sua sovranità e chiunque lo faccia deve sapere che sta correndo un rischio inutile per il proprio benessere». Altrimenti, ha minacciato, «sarà costretto a farlo Israele».

In realtà il confine marittimo e, di conseguenza, lo sfruttamento dei giacimenti di gas in quell’area sono ancora da definire. E la mediazione Usa non ha dato risultati. Beirut respinge l’affermazione di Israele secondo cui Karish sarebbe nelle sue acque territoriali. E Hezbollah, alleato di ferro dell’Iran, sostiene che il Libano, senza attendere il via libera di Washington, dovrebbe avviare subito le esplorazioni. A Beirut spiegano che il «messaggio» inviato dal movimento sciita con i tre droni non era diretto solo a Israele. Tra i destinatari c’era anche il primo ministro designato Najib Miqati che, secondo Hezbollah, pur di arrivare a un accordo sarebbe pronto ad accontentarsi di uno spazio di mare inferiore rispetto a quanto stabilito dal Libano, con una riduzione dell’area da esplorare per il gas naturale.

La disputa sul confine marittimo tra Israele e Libano, ancora formalmente in guerra, va avanti da decenni e si è riaccesa negli ultimi anni alla luce dei ritrovamenti di giacimenti di gas. Nel 2011 il governo libanese ha adottato la cosiddetta linea 23 erodendo parte delle acque rivendicate da Israele e delimitate dalla precedente linea H. Dopo il 2020, Beirut ha aggiunto alle sue richieste un’area di 1.430 kmq e le trattative si sono bloccate. Pagine Esteri