di Emanuele Profumi* –

Pagine Esteri, 6 settembre 2022 – Da Santiago del Cile. Come può accadere che un popolo voti contro una delle costituzioni più avanzate del mondo in termini di diritti umani, prospettiva ecologica e di benessere pubblico? Come può essere che oltre il 60% degli elettori e delle elettrici abbiano rifiutato di abbandonare il sistema neoliberista e lo Stato repressivo, rimandando al mittente una proposta costituzionale che li metteva profondamente in discussione? Come è possibile che la maggioranza della popolazione abbia votato contro i propri interessi?



Per rispondere a queste domande servirebbe un’analisi complessa molto articolata e sottile. Impossibile da fare a pochi giorni dal voto del 4 Settembre e in un semplice articolo. È però già possibile indicare almeno un’importante ragione che ha portato quasi otto milioni di cileni a votare contro la proposta costituzionale. Grazie ad essa possiamo evitare di cadere nell’errore di pensare che ci troviamo di fronte al ritorno del pinochettismo, ossia che ci siano milioni di persone che abbiano scelto di tornare alla costituzione del 1980. O anche di pensare che questa parte della popolazione è caduta nelle trappole della manipolazione mediatica e della propaganda. Ovviamente, in parte, entrambe le realtà sono vere. Ma non costituiscono la ragione principale del voto cileno.

A darci una prima importante indicazione in tal senso, spesso sottostimata dai sostenitori dell’Apruebo, è Riccardo Lagos. L’ex presidente socialista, responsabile di una delle principali riforme della costituzione di Pinochet (ma anche di riforme sociali che approfondirono le privatizzazioni economiche portando, per esempio, milioni di studenti ad indebitarsi pesantemente) esprime un’opinione condivisa da molti: “Questa assemblea costituente ha fallito perché ha diviso il Paese: ciò che deve fare una costituzione è unire, non dividere”. Molti, infatti, sostengono che la nuova proposta è stata di parte, di sinistra. Per questo è stata più di una volta associata al governo Boric. “Il popolo cileno è, mediamente, di centro-sinistra. Quindi moderato”, afferma ancora a questo proposito Lagos in una lunga intervista sul cambiamento costituzionale rilasciata qualche settimana fa presso la sua abitazione. L’impressione generale, quindi, è stata che la nuova costituzione non rispecchi l’orientamento generale della popolazione. Non è in grado di rappresentare posizioni non di sinistra. Ciò ha portato a considerarla non tanto diversa da quella del 1980, frutto della dittatura di Pinochet e di una visione di destra. Per questo molti l’hanno considerata “la costituzione di Boric”. Trasformando così il Plebiscito, in un voto contro il suo governo.

La seconda grande ragione si può desumere, invece, da alcune opinioni raccolte durante il processo elettorale nel quartiere “Providencia” e allo Stadio nazionale di Santiago: “Non credo che la proposta sia stata fatta da persone capaci, e ciò si vede quando la si legge. Basti pensare a ciò che c’è scritto in merito all’espropriazione della terra fatta in base al giusto prezzoquale dovrebbe essere il giusto prezzo?! Non c’è scritto”, dicono Marixa e Micaela, madre e figlia, all’uscita di un seggio. “Non mi ha convinto quando si parla di pensioni e dell’Afp (sistema pensionistico cileno, ndr). Mi sembra che il testo dica che non ci sarà la possibilità di ereditare le pensioni sociali…” dice Camila, prima di votare in un seggio nel quartiere di Providencia, e giurando di aver letto la costituzione, nonostante nel testo non si faccia mai menzione di questa impossibilità.

Cosa ci dicono questi esempi?

Innanzitutto che moltissimi cileni con il loro voto hanno generato un “quid pro quo” politico. Ossia hanno usato il voto costituente per esprimere un dissenso nei confronti del governo Boric (o nei confronti dei partiti di sinistra che lo sostengono o dell’ipotetica ed improbabile instaurazione di regimi simili al Venezuela o a Cuba). Il fatto che Boric e i partiti di sinistra si siano espressi a favore della nuova proposta è senza dubbio la fonte di questo malinteso, ma non basta per spiegarlo.

In secondo luogo, che un’altra buona parte dell’elettorato del Rechazo ha espresso critiche puntuali al testo, a volte senza neanche averlo letto, che sono diventate ragioni sufficienti per rifiutare l’intero impianto costituzionale. In questo caso sono caduti nella classica fallacia logica di prendere la parte per il tutto, senza curarsi dell’irresponsabilità di votare senza cognizione di causa.

Sicuramente la manipolazione mediatica massiccia e costante, da tempo denunciata dai padri e dalle madri della nuova proposta, ha giocato un ruolo importante, ma questo non può spiegare perché molti hanno pensato che con il voto avrebbero “sanzionato” o “rifiutato” il governo, e non solo rifiutato un nuovo ordinamento giuridico. Così come non spiega perché molti hanno preferito evitare che passasse il nuovo testo perché contrari a qualche articolo o a qualche parte particolarmente indigeribile, senza considerare che un testo costituzionale serve a fondare le basi di un nuovo ordinamento giuridico e che è sempre possibile riformarne alcune parti, o abrogarne alcuni articoli, in un secondo momento.

Alla base del risultato straordinario del “Rechazo”, quindi, deve aver giocato un fattore più profondo. L’incapacità di comprendere la valenza politica della proposta costituzionale. Di capire la funzione di una costituzione e la sua rilevanza storica. Questa difficoltà è chiaramente espressione di una profonda depoliticizzazione popolare. L’autoritarismo e il neoliberismo hanno ridotto enormemente la capacità di comprensione e di ragionamento politico della maggioranza della popolazione, e ciò è ancora valido nonostante il processo di politicizzazione in atto. Molti si sono ritrovati un testo costituzionale in mano (quando sono riusciti ad averlo) senza comprendere cosa ci fosse scritto, né il valore di doverlo leggere con attenzione prima di prendere una decisione così rilevante per il futuro dell’intero Paese.

Il processo costituente e democratico cileno, per quanto partecipativo, infatti, non ha avuto il tempo necessario per innescare un profondo processo di politicizzazione sociale, la cui richiesta è stata il sale alla base dell’Estallido Sociale del 2019. Per farlo, molto probabilmente, sarebbe stato necessario un processo costituente di almeno tre anni, per garantire una più completa e ampia partecipazione popolare, per riflettere su come proporre e valutare gli articoli da far rientrare nella nuova proposta giuridica.

Ciò ha comportato, insomma, che la cittadinanza che ha votato per il Rechazo ha generato un rifiuto anche di uno dei mandati più importanti dell’Estalllido social: quello di non scendere a patti sul superamento dello Stato autoritario e dell’economia neoliberista. Se gli eletti hanno rispettato questo mandato, generando un testo costituzionale utile per abbandonare il neoliberismo e gli abusi delle forze dell’ordine e delle forze armate, la maggioranza della popolazione non si è resa conto che la vittoria del Rechazo avrebbe generato un nuovo processo costituzionale frutto del compromesso tra le forze parlamentari di destra e di sinistra (subordinando ancora una volta le proposte della sinistra ai diktat e ai veti della destra). Ritornando così a legittimare la logica che ha impedito di cambiare il modello sociale neoliberista, imposto a partire della dittatura di Pinochet.

D’altro canto, il grande dolore, la delusione e la disperazione che ha colto molti sostenitori dell’Apruebo davanti allo sconvolgente risultato plebiscitario, potrebbe portare molti di loro a individuare nella depoliticizzazione sociale la principale ragione della sconfitta. Così come dare un’indicazione fertile a tutti coloro che vogliono prepararsi ad abbandonare la società neoliberista e superare lo Stato repressivo. Nessuno, in questo momento, può dire se ciò avverrà. Perché politicizzare la popolazione richiede un grande sforzo, una chiara strategia politica, e attori sociali in grado di diffondere pratiche quasi “pedagogiche” capaci di informare capillarmente e di generare e condividere strumenti cognitivi, etici e politici, affinché ognuno prenda una decisione politica all’altezza dell’importanza sociale e storica del caso. Qualcosa che richiede un grande lavoro, un’enorme dedizione, e una chiarezza di intenti fuori dalla norma, e una visione del potere lontana dalla visione rivendicativa che segna i movimenti sociali. Qualcosa di molto più grande ed impegnativo di quanto è stato fatto durante il processo costituente cileno. Per il momento, però, in Cile, nessuna autocritica è stata fatta in questa direzione. E intanto la possibilità di cambiare paradigma non è più all’ordine del giorno. Pagine Esteru

 

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*Emanuele Profumi è dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista freelance. Insegna Scienze della Politica all’Università di Viterbo. Ha scritto e pubblicato per riviste italiane (es: Micromega, Left, La Nuova Ecologia) e straniere (es: Le Monde Diplomatique) ed è stato anche corrispondente estero per alcuni giornali e riviste italiani (Londra, Parigi, Atene, Messico). In Italia ha già pubblicato una trilogia di reportage narrativi (le “Inchieste politiche”) sul tema del cambiamento sociale e politico: sul Cile (Prospero, 2020), sulla Colombia (Exorma, 2016) e sul Brasile (Aracne, 2012).

 

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