di Eliana Riva – 

Pagine Esteri, 12 ottobre 2022 – “I minorenni stranieri non accompagnati ci portano a sfidare un’idea di infanzia, ci pongono un problema di identità politica, sociale e culturale che non abbiamo ancora affrontato”. Defence for Children Italia, sezione italiana di un movimento mondiale che difende e promuove i diritti delle persone minorenni, ha presentato questa estate il Rapporto sul grado di applicazione della Legge 47/2017. La ricognizione effettuata insieme a CESPI per l’Osservatorio Nazionale Minori non accompagnati ha raccolto dati ed esperienze sullo stato dell’arte del sistema di accoglienza e di protezione dei minori non accompagnati.



Focalizzandosi sul sistema delle regioni Sicilia, Puglia, Marche e Liguria, il Rapporto raccoglie criticità e storture di una errata o assente applicazione della legge, suggerendo metodologie alternative e modalità di superamento degli ostacoli che impediscono una gestione opportuna.

Defence for Children non è un’organizzazione a carattere filantropico – ci spiega Pippo Costella, direttore della sezione italiana – ma riconosce, in un mondo adulto, la titolarità dei diritti dei minorenni. I nostri ambiti prioritari sono quelli che riguardano i minorenni nei fenomeni migratori, nella sfera della giustizia ma anche le questioni di genere e la loro partecipazione attiva alla vita della comunità“. Il Rapporto si costituisce sulla base dell’esperienza di Defence for Children con i ragazzi migranti e analizza nello specifico le differenze tra l’applicazione della legge e quello che la legge stessa prevederebbe. “La legge sui minori non accompagnati è una buona legge, crediamo possa rappresentare un riferimento primario o almeno dovrebbe essere così ma così non è. La legge si connette ai principi internazionali di protezione dei minore, come La Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e li declina in termini di azioni. Se fosse applicata potrebbe determinare politiche virtuose. Ma al momento viene applicata in maniera frammentaria e non è messa a sistema“.

Il Rapporto rileva infatti che i minorenni stranieri, che raggiungono da soli l’Italia spinti a lasciare il proprio paese e la propria casa da situazioni di conflitto, povertà e necessità, nonostante l’obbligo di pari trattamento indicato dal primo articolo della Legge, continuino a subire una situazione sistematica di discriminazione e penalizzazione nel percorso di accoglienza.

“Il fatto di essere un migrante – continua Costella – non dovrebbe prendere il sopravvento sull’essere un minore non accompagnato. Anzi, la legge difende le concezione del superiore interesse del minorenne. Ma oggi avviene esattamente il contrario: si è prima un migrante e poi un minore. La legge mette al centro non solo i diritti ma anche i bisogni dei minori, proponendo una versione olistica che integra la sua storia, il presente e le possibili prospettive. Mette in relazione i diversi ambiti, li mette a sistema. Se fosse applicata sarebbe possibile prendere in carico il minore contestualizzando i suoi bisogni reali“.

“L’accoglienza deve innalzare il livello di protezione e ridurre la vulnerabilità. Molti non si sentono tutelati dal sistema e quindi scappano. Possiamo raccontarci che quelli che scappano hanno semplicemente deciso di andare da un’altra parte ma la verità è che il sistema non è riuscito a tutelarli. La legge permette il ricongiungimento familiare ma ci impiega almeno un anno e per un ragazzo o una ragazza un anno è tantissimo. Un minore che fugge si mette in una condizione di vulnerabilità, di quasi clandestinità, è facile che diventi vittima di violenza“.

 

Alla base della mancata o errata applicazione della legge da parte delle istituzioni c’è sicuramente anche un problema di conoscenza del fenomeno, che viene trattato da anni e anni in termini di emergenza. “E questo in tutte le fasi di gestione – continua Pippo Costella -, da quella dell’operatore a quella del politico di turno. Tra le istituzioni non esiste neanche un linguaggio condiviso che possa aiutare a stabilire una strategia. Con la modalità di gestione dell’emergenza vanno in deroga una serie di questioni e non si riesce a sviluppare un’intelligenza. I minorenni poi, in generale, non hanno voce nel nostro sistema. Se sono stranieri e non parlano la nostra lingua, ancora meno. Esiste una discriminazione strutturale a cui vengono sottoposti i minori stranieri. Sono infantilizzati o adultizzati ma mai ascoltati. Nel rapporto la voce dei ragazzi e delle ragazze è presente, è quella dei minori con cui quotidianamente lavoriamo. Se vogliamo capire chi sono e non solo cosa sono, dobbiamo ascoltarli”.

E il Rapporto contiene anche pratiche di ascolto e un glossario proposto come punto di partenza per la gestione condivisa tra le istituzioni. Perché spesso anche la mediazione culturale è assente, i mediatori delle comunità sono precari e costretti a passare tantissimo tempo impegnati nella compilazione di lunghe e macchinose pratiche burocratiche. Spesso non denunciano le violazioni del diritto perché sarebbero licenziati. Defence for Children lavora tanto con i tutor volontari, un ruolo importante che permette al cittadino di entrare nel sistema con lo scopo preciso di tutelare. Ma è un ruolo in crisi. Non perché manchino i volontari ma perché se il sistema è inefficiente per il cittadino diventa una missione impossibile: il tutor si trova a lavorare non per il sistema ma contro di esso. “Spesso a venir prima degli interessi del minorenne sono gli interessi istituzionali, le strumentalizzazioni politiche, gli appalti con la formula del capitolato. Dobbiamo garantire una terzietà e questo può essere fatto solo con un sistema legislativo. In alcune Regioni presentiamo il Rapporto insieme al Garante per l’infanzia, perché potrebbe rappresentare un ausilio importante per le istituzioni che possono trovare al suo interno una lettura del fenomeno che cerca di articolare ciò che prevede la legge”.

Il fatto che si tratti di adolescenti, spesso maschi, allontana l’immagine del minore non accompagnato da quella un po’ romantica del bambino o della bambina. E questo crea anche specifiche difficoltà politiche. Il rapporto declina in termini pratici ed intriganti un testo formale e noioso quale è quello di una legge. “È realizzabile e a basso costo. Utile soprattutto in un momento in cui molta propaganda politica si basa sull’incitamento alla violazione della legge internazionale“.