Di Michele Giorgio*

(la foto scattata nel campo profughi di Shuafat è di JoachimG)



Pagine Esteri, 17 ottobre 2022 – «Questa è la prima volta che lascio il campo in una settimana. Finalmente (gli israeliani) hanno allentato la chiusura e vado a rifornirmi di generi alimentari per il mio negozio, gli scaffali sono quasi vuoti». Murad Malha va di fretta, inserisce la marcia e parte con il suo furgone verso il centro di Gerusalemme Est lasciandosi alle spalle il posto di blocco israeliano, in questi giorni unico accesso ed unica uscita dal campo di Shuafat. Le strade intorno sembrano un campo di battaglia, disseminate di pneumatici bruciati, cassonetti e rifiuti dati alle fiamme assieme alla carcassa di un’auto. Come altri abitanti Murad teme che le autorità israeliane possano reinserire all’improvviso le restrizioni imposte una settimana fa e blocchino i movimenti da e per questo alveare umano con al centro case malandate e vecchie e più all’esterno palazzi nuovi dove convivono palestinesi profughi e palestinesi che un tempo vivevano in città e non possono più permettersi l’affitto di un appartamento. Migliaia di uomini, donne e bambini ai quali si aggiungono gli abitanti di Anata, un popoloso sobborgo di Gerusalemme Est. Oltre centomila persone. In gran parte hanno la residenza a Gerusalemme ma il comune israeliano le ha totalmente dimenticate. Qualche anno fa davanti al campo di Shuafat, Israele ha costruito un Muro ponendo sul versante cisgiordano questo ammasso di edifici di ogni grandezza. Il segnale è stato chiaro: in futuro non farà più parte di Gerusalemme.

Dei profughi dimenticati di Shuafat – originari in buon numero dalla zona ovest di Gerusalemme – si riparla di nuovo perché una settimana fa un 22enne palestinese, Odai Tamimi, ha sparato al posto di blocco israeliano da distanza ravvicinata e ha ucciso una soldatessa e si è dileguato nel campo. Lo cercano ancora. Nel frattempo, ingenti forze israeliane hanno circondato i punti di ingresso e di uscita del campo paralizzando la vita dei suoi abitanti. Le restrizioni hanno scatenato un’esplosione di rabbia tra i profughi, sfociata in scontri con la polizia. Fleur Hassan-Nahoum, la vicesindaca israeliana di Gerusalemme, ha descritto il confinamento di migliaia di suoi concittadini come una «questione di sicurezza» ma ha riconosciuto che l’amministrazione comunale fa molto poco per gli abitanti di Shuafat.

«Non si può far ricadere la responsabilità di quanto accaduto (una settimana fa) su decine di migliaia di persone. La chiusura del campo sino ad oggi è stata un disastro», dice Mohammad Abu Ayesh, un infermiere. Gli ammalati bisognosi di cure continue sono stati tra i più penalizzati dal confinamento. Una cinquantina di loro hanno saltato gli appuntamenti con la dialisi, altri non hanno potuto curarsi per forme gravi di diabete. Quasi tutti i 15mila studenti sono rimasti a casa per giorni.

Anche in tempi normali Shuafat è una sorta di baraccopoli con cumuli di immondizia fumanti. Gli abitanti si sentono abbandonati. «Siamo a Gerusalemme e Haram al Sharif (la Spianata delle moschee) è a pochi minuti d’auto ma non riusciamo a sentirci parte della città, è come se vivessimo in un altro posto», spiega Majdi, un commerciante nato e cresciuto nel campo. I palestinesi di Gerusalemme pagano le tasse municipali israeliane ma ricevono solo una frazione dei servizi comunali. Quelli di Shuafat quasi nulla. L’acqua scarseggia in alcune zone e i blackout dell’elettricità sono frequenti. I servizi fognari sono precari, le strade sono piene di buche e il servizio di raccolta dei rifiuti in pratica è inesistente.

Le tensioni di questi ultimi giorni hanno coinvolto i giovani, metà della popolazione del campo. Ragazzi che non hanno speranze nella politica e nella diplomazia e che seguono, spesso con ammirazione, la nascita di formazioni militanti in Cisgiordania. Tra loro nessuno condanna l’attentato alla soldatessa e tutti applaudono a Iman Shajaja, il palestinese ucciso venerdì sera mentre tentava di infiltrarsi nella colonia israeliana di Bet El. «Non abbiamo avuto nulla, ogni giorno gli israeliani uccidono palestinesi, ci prendono le terre e minacciano Al Aqsa. Dovremmo restare a guardare?» domanda Farid, 19 anni appena compiuti. Pagine Esteri

*Questo articolo è stato pubblicato il 16 ottobre da Il Manifesto