di Valeria Cagnazzo

(In copertina Salma al-Shehab e la sua famiglia, fonte: European Saudi Organization for Human Rights/Twitter)



Pagine Esteri, 19 ottobre 2022 – Si chiama mabahith la polizia segreta in Arabia Saudita. Dal 2017, è il braccio armato che Mohammed Bin Salman allunga nelle strade, nei luoghi pubblici, nelle case per reprimere qualsiasi forma di opposizione. L’obiettivo ufficiale dell’organo di Stato è garantire la sicurezza del Paese, difenderlo dal pericolo terrorista e assicurare il rispetto della Sharia, la legge islamica elevata a legge di Stato. I poteri della polizia segreta e della Corte Criminale Specializzata, stabilita nel 2008, hanno confini quantomeno nebulosi. I metodi di arresto, di detenzione, gli interrogatori, i termini della condanna sono arbitrari.

Difensori dei diritti umani, attivisti, oppositori politici sono stati condannati al carcere in questi ultimi cinque anni, segnati da un progressivo inasprimento delle pene e da un sempre più frequente ricorso alla pena capitale. Secondo l’ONG per i diritti umani Amnesty International, sono già 92 le persone condannate a morte dall’inizio del 2022. Neppure la messa al bando internazionale del regno saudita dopo l’omicidio del giornalista Jamal Kashoggi nel consolato di Istanbul nel 2018 ha frenato la violenta macchina della repressione nel Paese di Bin Salman.

Aveva fatto scalpore, nei mesi scorsi, il rilascio del poeta palestinese Ashraf Fayyad, in carcere da otto anni per apostasia. Nel 2014 era stato arrestato dalla mutaween, la polizia religiosa saudita, organo esecutore del Comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio. Su di lui pendeva l’accusa di aver promosso l’ateismo con il suo libro di poesie (in Italia, il suo libro “Le istruzioni sono all’interno” è edito da Terra d’Ulivi editore). Il suo arresto scatenò una mobilitazione internazionale che coinvolse anche Radio Rai che nella trasmissione Fahrenheit lanciò l’iniziativa “Cento poesie per Ashraf Fayyad”, a cura del poeta Valerio Magrelli. La condanna iniziale alla pena capitale fu commutata nel 2015 in una detenzione di otto anni e 800 frustate.

“Dio sul suo trono

e tu adesso provi

a riparare le tue ali.

Tu sei lì per imparare

una nuova lezione:

che cosa ti sei perso

di quel che fanno gli uccelli

e cosa si può recuperare

dal piumaggio ingrato

 che l’acqua non ha troppo infradiciato.

Dio sul suo trono

ti priva della capacità di volare

in modo che tu non possa

sbirciare di nascosto

terrazze di città non avvezze al tuo volo

e che tu non possa sporcare i loro stendibiancheria

con i tuoi escrementi”.

(Poesia di Ashraf Fayyad, traduzione dal francese dell’autrice)

Ashraf Fayyad

Come lui, anche Loujain al-Hathloul era stata rilasciata l’anno prima, nel 2021. L’attivista era stata arrestata nel 2018, quando non aveva ancora compiuto trent’anni, per la sua militanza nel movimento “Women to drive” che chiedeva la sospensione del divieto di guida per le donne – proscrizione rimossa tre settimane dopo il suo arresto. Durante la sua detenzione, la famiglia ha riferito che la prigioniera sarebbe stata vittima di violenze sessuali, elettroshock, waterboarding (pratica di tortura consistente nell’annegamento simulato). Su Al-Hathloul, dalla sua scarcerazione, pende ancora il divieto di viaggiare per cinque anni e di parlare con i giornalisti.

 

 

Anche per i prigionieri rilasciati, infatti, la piena libertà resta una chimera. A loro è fatto divieto assoluto di lasciare il Paese e le autorità hanno il pieno potere di riportarli in carcere per qualsiasi sospetto, anche in assenza di prove, di attività criminale o forma di opposizione.

Al di là dei casi di detenuti celebri scarcerati, è imprecisato il numero di detenuti politici che continuano a giacere nelle carceri saudite per reati d’opinione. Secondo Amnesty International si potrebbe trattare di oltre 3.000 prigionieri. Ciascuno di loro è una storia di ingiustizia e repressione.

Come quella del volontario della Mezzaluna Rossa, Abdulrahman al-Sadhan, arrestato nel 2018 per aver diffuso tweet sulla violazione dei diritti delle donne nel Paese attraverso un account anonimo. Dopo tre anni di detenzione, nel 2021 ha ricevuto una sentenza: 20 anni di carcere. Sua sorella ha rivelato al Washington Post le sevizie alle quali il prigioniero sarebbe quotidianamente sottoposto: frustate, deprivazione di sonno, minacce di morte, elettroshock, tra le altre.

Emblematico è il caso di Salma al-Shehab, condannata alla più lunga condanna mai pronunciata contro un attivista per i diritti umani: 34 anni. La studentessa trentaquattrenne di origine sciita di Leeds è stata arrestata nel gennaio 2021 mentre era in visita ai parenti in Arabia Saudita. Nell’agosto scorso, dopo un anno e mezzo di detenzione, ha ricevuto una condanna superiore all’ergastolo per aver ripostato dei tweet che incitavano all’abolizione del regime patriarcale in Arabia Saudita, al rilascio di attiviste politiche come Loujain al-Hathloul (all’epoca ancora in carcere) e al diritto di guida anche per le donne. Quando al-Shebab twittava i cinguettii che le sarebbero valsi 34 anni di carcere saudita, nel 2020, lo faceva da un computer nella sua casa in Gran Bretagna.

 

Per lei e per gli altri prigionieri politici sauditi, il 15 ottobre scorso organizzazioni come Human Rights Watch e PEN International hanno firmato una lettera indirizzata al Ministro per gli Affari Esteri britannico James Spencer Cleverly, in cui si legge “Le strette relazioni del Regno Unito con l’Arabia Saudita non dovrebbero tenere legate le Sue mani dal sostenere gli impegni in materia di diritti umani e denunciare le violazioni quando vengono portate alla Sua attenzione, in particolare, nel caso di al-Shehab, quando si riferiscono all’applicazione della legislazione saudita per azioni avvenute nel territorio del Regno Unito. In effetti, questa relazione La mette in una posizione di forza per chiedere il rilascio senza indugio di tutti i prigionieri detenuti illegalmente in Arabia Saudita”. Alla lettera non ha fatto ancora seguito una risposta ufficiale.

A proposito di prigionieri, il principe saudita Bin Salman sembrerebbe ultimamente più interessato a impegnare le sue diplomazie per scagionare altri detenuti che a bloccare gli ingranaggi della polizia segreta che ne accumula a centinaia nelle prigioni del suo regno.

In una nota pubblicata dall’ambasciata saudita negli Stati Uniti il 21 settembre scorso si legge infatti: “Sulla base della priorità data da Sua Altezza Reale il Principe Mohammad bin Salman Al Saud, Principe Ereditario e Vice Primo Ministro, e in continuazione dell’impegno di Sua Altezza Reale nelle iniziative umanitarie verso la crisi russo-ucraina, e risultante dal continuo impegno di Sua Altezza Reale con i paesi interessati, il Ministero degli Affari Esteri annuncia il successo degli sforzi di mediazione di Sua Altezza Reale che hanno portato al rilascio di dieci prigionieri di guerra (POW), che sono cittadini marocchini, statunitensi, britannici, svedesi e croati, rilasciati nell’ambito di uno scambio di prigionieri di guerra tra Russia e Ucraina”

Nonostante nessuna delle ambasciate europee abbia ufficialmente confermato il ruolo del saudita Bin Salman nelle negoziazioni, effettivamente dieci prigionieri, tra i quali tre britannici, sono stati rilasciati dalla Russia alla fine di settembre e hanno fatto ritorno nei loro Paesi d’origine. Per il principe saudita, che non ha perso occasione per ribadire il suo impegno e il suo ruolo fondamentale nella contrattazione, che avrebbe aperto la strada a un ulteriore scambio di centinaia di prigionieri tra i due Paesi, si è trattato di un’altra eccellente occasione per smacchiare la sua fedina di fronte all’Occidente che l’aveva bandito. Nella guerra russo-ucraina, l’Arabia Saudita ha preso posizioni intermedie: da una parte l’alleanza con la Russia, dall’altra il sostegno ai Paesi della Nato nella ferma condanna dell’invasione dell’Ucraina in nome dell’”impegno umanitario” del regno saudita.

Un’occasione di riabilitazione per l’Arabia Saudita che potrebbe giovare all’Occidente più che allo stesso Bin Salman. In una guerra che sembra non avere termine, con la carenza di gas e il caro prezzi, riabilitare la figura del principe saudita e dunque riedificare agli occhi dell’opinione pubblica qualsiasi accordo commerciale con il suo Paese potrebbe giovare particolarmente ai Paesi occidentali che si preparano all’arrivo dell’inverno. Gli sforzi per riabilitare Bin Salman, tra l’altro, hanno impegnato le diplomazie occidentali da molto prima che il principe si dedicasse ai prigionieri della guerra russo-ucraina, dimenticandosi dei suoi.

Se ai tempi della propaganda per le Presidenziali, per esempio, l’allora candidato Biden aveva dichiarato che avrebbe fatto “pagare” ai Sauditi “il prezzo” dell’omicidio di Kashoggi “rendendoli i paria che di fatto sono” e che c’era poco o niente da “redimere” nell’attuale governo di Bin Salman, le cose dopo la sua ascesa al potere sono andate un po’ diversamente. L’apice della riabilitazione di Bin Salman da parte di Biden si è raggiunto quando il Presidente degli Stati Uniti si è recato in Arabia Saudita a far visita al principe, nel luglio scorso: un atto plateale di “redenzione”, o qualcosa che gli assomigliava molto.

Poco dopo è stata la volta di Emmanuel Macron, che già nel dicembre 2021 aveva stretto la mano di Bin Salman durante una sua tappa in Arabia Saudita, un gesto che aveva suscitato la ferma condanna delle organizzazioni per i diritti umani. Sempre durante l’estate scorsa, il Presidente francese ha addirittura accolto il principe saudita all’Eliseo per una “cena di lavoro” dopo un viaggio in Africa: si trattava della prima visita ufficiale di Bin Salman in Europa, una riabilitazione a tutti gli effetti.

D’altronde, anche il caso di Kashoggi, l’oppositore più famoso tra le centinaia di vittime del regime saudita, uccise o detenute in prigione, dall’aprile scorso non può più preoccupare il principe saudita – né i governi occidentali che gli si stanno riavvicinando. Dopo un processo in contumacia per i 29 accusati dell’omicidio, la Turchia ha accettato di riconsegnare tutti gli atti ufficiali all’Arabia Saudita, chiudendo di fatto definitivamente la causa.

Per un Occidente che barcolla sulla soglia dell’inverno e che vede vacillare la sua ricchezza e il suo tenore di vita, ostracizzare un Paese produttore di petrolio potrebbe non essere una buona idea. E nonostante le proteste degli attivisti per i diritti umani e dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU, che ripetutamente denuncia l’inasprimento delle pene carcerarie e l’uso della pena capitale per i reati d’opinione in Arabia Saudita, per la globalizzazione del mercato e il rispetto dei diritti continua a diventare sempre più grave e netta l’antica dissociazione: da una parte vanno i fatti, dall’altra le parole.