Tra mercoledì 2 e giovedì 3 aprile, Israele ha lanciato in Siria una serie di attacchi aerei e di terra, uccidendo almeno 29 persone, tra civili e militari. Nel giro di pochi minuti, cinque aree del Paese sono state bombardate, in particolare Hama e il suo aeroporto militare che, secondo le autorità al potere a Damasco, è stato quasi completamente distrutto. Più di dieci raid hanno colpito la struttura, causando diverse vittime. È stata colpita anche la base aerea T4 nelle campagne di Homs, in quelle che sembra essere stata un’azione coordinata per lanciare un avvertimento alla Turchia.
La tensione tra Ankara e Gerusalemme sta aumentando, soprattutto nelle ultime settimane. Erdoğan, sostenitore (e mente) dell’azione che ha rovesciato Bashar al-Assad, ha in programma di utilizzare alcune delle strutture militari preesistenti sul territorio siriano, trasformandole in basi da cui controllare droni o sistemare aerei da guerra. Netanyahu sta tentando, invece, di approfittare del vuoto di potere, da un lato occupando terre e dall’altro cercando di limitare l’influenza di altri attori regionali, ad esempio distruggendo le basi militari e scientifiche che la Turchia intende controllare.
L’aeroporto militare di Hama e la base aerea T4 sono state messe fuori funzionamento. Anche il Centro scientifico di ricerca Barzah, appena fuori Damasco, è stato attaccato da Israele, il quale ha fatto coincidere i bombardamenti con un’incursione militare di terra nella Siria meridionale. I carri armati sono avanzati in profondità e violenti scontri sono scoppiati tra i militari di Tel Aviv e combattenti del posto. Fonti locali hanno confermato che almeno nove civili sono stati uccisi e molti altri feriti nella foresta di Al-Jubailiyah Dam, ad ovest di Daraa, nel sud della Siria, in seguito agli attacchi aerei e all’avanzata di terra israeliana.
Le incursioni sono rese più semplici dalla costruzione di strade e infrastrutture di collegamento che lo stesso esercito sta realizzando attraverso le alture del Golan occupate fin dentro il Paese, in profondità. A Daraa e Quneitra le invasioni di Tel Aviv sono diventate sempre più frequenti.
Le autorità di Damasco hanno condannato gli attacchi come una grave violazione della sovranità territoriale e un tentativo di mantenere il Paese destabilizzato e insicuro per poter sfruttare la sua debolezza secondo i propri scopi. Il ministro della difesa Israel Katz ha rivendicato i raid, descrivendoli come “un avvertimento per il futuro”. Katz si è rivolto direttamente al leader Ahmad al-Shara’ (al-Joulani): “Avverto il leader siriano Joulani: se permetti alle forze ostili di entrare in Siria e minacciare gli interessi di sicurezza israeliani, pagherai un prezzo pesante”. Tel Aviv ha chiesto la completa smilitarizzazione del sud della Siria, dichiarando di non volere la presenza di personale militare governativo. Allo stesso tempo, l’esercito effettua incursioni sempre più all’interno del paese, intendendo la propria occupazione a tempo “indefinito”.
Tel Aviv, che pure si è auto-agiudicata il merito per la caduta di Bashar al-Assad, ha da prima avuto un atteggiamento benevolo nei confronti delle forze di Hayat Tahrir Al-Sham (HTS), che sono ora al potere in Siria, salvo poi cambiare strategia. Oggi accusa il leader Ahmad al-Shara’ (al-Joulani) e il suo gruppo di essere terroristi e giustifica i suoi attacchi al Paese con la necessità di proteggere la propria sicurezza interna. Pagine Esteri