Nelle immagini diffuse da Palestine TV due palestinesi, Montasir Abdullah e Yusuf Asasa, escono da un edificio di Jenin con le mani alzate, sollevando le camicie per mostrare che non sono armati. Pochi istanti dopo, secondo quanto documentato dal filmato e confermato da un giornalista della Reuters, i due uomini vengono diretti nuovamente verso l’ingresso dello stabile dove, a distanza ravvicinata, colpi d’arma da fuoco esplosi da soldati e guardie di frontiera di Israele mettono fine alle loro vite. Solo le scene che meglio rappresentano la nuova operazione militare israeliana in corso nella Cisgiordania settentrionale.
Il ministero della Salute palestinese ha identificato le vittime come due abitanti di Jenin, di 26 e 37 anni, sottolineando che erano disarmati al momento dell’uccisione. L’esercito e la polizia di Israele hanno risposto con una dichiarazione congiunta in cui annunciano l’apertura di un’indagine senza chiarire le circostanze che hanno portato i militari a sparare su uomini già immobilizzati. L’unico dettaglio fornito riguarda l’accusa, non accompagnata da prove, che entrambi fossero affiliati a una rete di miliziani attiva nel governatorato di Jenin. La versione ufficiale parla di una procedura di resa durata ore, terminata con colpi sparati contro «sospettati» appena usciti dall’edificio, un racconto che però non menziona la resa documentata dalle telecamere.
La reazione internazionale è stata immediata. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha definito quanto avvenuto una esecuzione sommaria. Il portavoce dell’UNHCR, Jeremy Laurence, ha messo in guardia dal rischio che indagini condotte da organismi non realmente indipendenti possano risultare prive di credibilità, soprattutto alla luce del sostegno pieno espresso dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ai militari coinvolti. La sua frase pubblicata su X, secondo cui «i terroristi dovrebbero morire» è un sigillo politico sull’esecuzione dei due palestinesi.
Il raid a Jenin si inserisce nell’escalation di violenza che ha investito l’intera area del nord della Cisgiordania. Da tre giorni il governatorato di Tubas vive sotto coprifuoco, con incursioni continue e arresti di massa. La Mezzaluna Rossa denuncia decine di feriti e l’uso sistematico della forza contro civili, mentre varie località, da Aqaba a Tayasir, vedono case trasformate in postazioni militari. Kamal Bani Odeh, direttore del Prisoner Club locale, parla di almeno 162 palestinesi detenuti.
L’esercito israeliano inoltre ha fatto sapere che si sta preparando a demolire altri ventiquattro edifici nel campo profughi di Jenin, notificando agli abitanti l’ordine di evacuazione. Un ulteriore passo in una campagna iniziata quasi un anno fa, caratterizzata da vaste demolizioni, sfollamenti forzati e danni infrastrutturali che hanno trasformato il campo in un luogo segnato da devastazioni ripetute.
Il fronte delle operazioni israeliane non si limita però alla Cisgiordania. In Siria, nel villaggio di Beit Jinn, un raid condotto ieri all’alba ha provocato tredici morti secondo le fonti statali siriane, con diversi feriti e il raid di truppe israeliane nel centro abitato. Feriti anche alcuni soldati israeliani. Tel Aviv sostiene che durante l’operazione le sue unità siano state attaccate da militanti della Jama’a Islamiya e di aver agito contro gruppi sospettati di collaborare con “forze ostili” lungo i confini settentrionali. Damasco accusa invece Israele di aver colpito civili, donne e bambini, parlando apertamente di crimine di guerra.
Funzionari locali come Walid Akasha sostengono che a Beit Jinn non esistono gruppi armati né basi militanti e che l’incursione abbia colpito una popolazione di agricoltori che si è trovata a difendere le proprie case dopo l’irruzione delle truppe. Najat Rochdi, responsabile delle Nazioni Unite per la Siria, ha definito l’attacco del venerdì una violazione grave della sovranità siriana.
I colloqui tra Israele e il nuovo regime di Damasco sono congelati da mesi mentre le operazioni militari israeliane si sono intensificate, con movimenti di truppe e l’occupazione di centinaia di chilometri quadrati di territorio siriano oltre la linea di demarcazione stabilita nel 1974.
















