I giudici d’appello della Corte penale internazionale hanno respinto ieri uno dei ricorsi presentati da Israele contro l’indagine sulla condotta dell’esercito e della leadership politica israeliana durante l’offensiva nella Striscia di Gaza, riaffermando che l’inchiesta deve includere gli eventi successivi all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. La decisione conferma la linea della procura dell’Aja di mantenere in vita i mandati di arresto emessi lo scorso anno nei confronti del primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant.

La Corte in concreto ha respinto la richiesta israeliana di ribaltare una precedente decisione di primo grado, con cui era stato stabilito che l’indagine sui crimini rientranti nella giurisdizione della CPI non può essere circoscritta al periodo precedente al 7 ottobre, ma deve valutare anche quanto accaduto durante e dopo l’offensiva lanciata da Israele su Gaza. Per i giudici d’appello, le argomentazioni presentate da Tel Aviv non sono sufficienti a limitare l’ambito dell’inchiesta né a sospenderne gli effetti.

La reazione israeliana non si è fatta attendere. In un messaggio pubblicato sulla piattaforma X, il ministero degli Esteri ha definito la sentenza “l’ennesima dimostrazione del disprezzo della Corte per i diritti sovrani degli Stati che non ne fanno parte”. Israele, che non ha mai ratificato lo Statuto di Roma, continua a contestare la competenza della CPI e a negare qualsiasi accusa di crimini di guerra, sostenendo che le proprie operazioni militari sono state condotte nel rispetto del diritto internazionale e in risposta agli attacchi di Hamas.

La CPI ha aperto un’indagine sulla situazione in Palestina già nel 2021, ritenendo di avere giurisdizione sui Territori palestinesi occupati, sulla base dell’adesione dello Stato di Palestina allo Statuto di Roma. Da allora, Israele ha presentato una serie di ricorsi e contestazioni. Non esiste, al momento, una scadenza entro cui i giudici dell’Aja dovranno pronunciarsi sugli altri ricorsi ancora pendenti.

Sul piano dei fatti, la pronuncia arriva mentre Gaza resta devastata da due anni di attacchi israeliani. Il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre ha fermato le operazioni militari su larga scala, ma non ha visto la fine completa dei raid  e non ha cancellato le conseguenze di una offensiva militare che ha distrutto gran parte delle infrastrutture civili della Striscia. Ospedali, reti idriche ed elettriche, scuole e abitazioni sono stati colpiti o rasi al suolo, lasciando la popolazione stremata e in condizioni di vita disastrose. Secondo i resoconti del ministero della sanità di Gaza, che le Nazioni Unite citano regolarmente nei loro rapporti, almeno 70 mila palestinesi sono stati uccisi da Israele dopo il 7 ottobre. Altre migliaia sono dispersi.

Per la Corte penale internazionale, la conferma della validità dell’indagine e dei mandati di arresto rappresenta un passaggio significativo, in un momento in cui la sua autorità è messa alla prova da crescenti tensioni politiche e le misure punitive degli Stati uniti alleati di Israele. Sullo sfondo, resta aperta la questione centrale: se e quando la giustizia internazionale riuscirà a tradurre le proprie decisioni in responsabilità concrete. E lo scetticismo comincia a prevalere.