Dalle carceri alla Striscia di Gaza, passando per la Cisgiordania occupata e i villaggi beduini nel Negev, Israele continua a stringere la morsa sulla popolazione palestinese attraverso una strategia che combina occupazione militare, repressione poliziesca e controllo capillare dei corpi e delle informazioni. A Gaza l’esercito ha esteso la propria presenza oltre la cosiddetta “linea gialla” nel nord della Striscia, il limite dietro cui si è ritirato dopo l’inizio del cessate il fuoco. Secondo i piani del presidente Usa, Donald Trump, Tel Aviv avrebbe dovuto procedere a un ritiro totale di Gaza. Invece, i carri armati restano schierati mentre nel sud proseguono i bombardamenti, colpendo aree densamente popolate e già sature di sfollati, in un contesto in cui non esistono zone sicure né confini operativi riconoscibili. L’estensione dell’occupazione appare sempre meno legata a obiettivi contingenti e sempre più orientata a una ridefinizione stabile del controllo territoriale e le violazioni del cessate il fuoco sono continue, se ne contano decine ogni giorno.
L’avanzata nel nord e le incursioni aeree nel sud si inseriscono in un quadro di occupazione che non viene più presentato come temporaneo. La presenza militare si consolida mentre la popolazione civile resta intrappolata tra distruzioni, restrizioni agli spostamenti e assenza di qualsiasi forma di protezione. La geografia della Striscia viene progressivamente riscritta dalla presenza armata, con intere aree svuotate, isolate o rese inaccessibili, mentre la distinzione tra fronte e retrovia si dissolve sotto il peso delle operazioni quotidiane. Gaza diventa così uno spazio frammentato, dove l’occupazione si esercita attraverso la permanenza e la pressione costante. Non mancano i bombardamenti, con droni, navi militari e artiglieria. Sabato gli attacchi hanno ucciso quattro persone, tra cui una donna di 45 anni a Beit Lahiya, nel nord, e una ragazza. Ieri, invece, Tel Aviv ha ucciso tre persone, tra cui un pescatore e un ragazzino di 15 anni a Khan Younis. Questa mattina gli aerei da guerra hanno colpito il nord di Gaza, nelle vicinanze dell’ospedale indonesiano.
In Cisgiordania, la repressione assume la forma dei raid notturni e degli arresti mirati. Decine di palestinesi sono stati fermati dalle forze israeliane nel corso di operazioni condotte nelle città e nei campi profughi occupati. Tra loro anche una giornalista palestinese, arrestata e detenuta senza accuse formali, in un contesto in cui il lavoro di documentazione e informazione viene sistematicamente colpito. Le detenzioni non riguardano solo singoli individui, ma colpiscono reti sociali, famiglie, comunità intere, alimentando un clima di intimidazione che mira a ridurre ulteriormente lo spazio dell’informazione palestinese.
Le incursioni avvengono spesso nelle ore notturne, con soldati che fanno irruzione nelle abitazioni, perquisiscono le stanze, sequestrano telefoni, computer e materiale di lavoro. I fermati vengono trasferiti verso centri di detenzione militari, spesso senza che vengano comunicate accuse precise o tempi di detenzione. È una pratica consolidata che rafforza il controllo sull’intera popolazione e che rende l’arresto uno strumento ordinario di gestione dell’occupazione.
Il sistema carcerario resta uno dei pilastri di questa architettura repressiva. Migliaia di palestinesi sono detenuti nelle prigioni israeliane, molti in regime di detenzione amministrativa, senza processo né imputazione. Dopo l’inizio della guerra a Gaza, le condizioni di detenzione si sono ulteriormente deteriorate: restrizioni ai contatti con l’esterno, isolamento prolungato, riduzione delle cure mediche e violenze denunciate da familiari e avvocati. Nelle carceri la punizione collettiva si esercita lontano dalle immagini dei bombardamenti.
Anche all’interno dei confini riconosciuti di Israele, la violenza delle forze di sicurezza colpisce le comunità palestinesi. Nel Negev, un uomo beduino è stato ucciso dalla polizia durante un’operazione in un villaggio. Secondo le ricostruzioni, è stato colpito da colpi d’arma da fuoco mentre si trovava sul posto, in un’area da tempo sotto pressione per ordini di demolizione e sgombero. Il figlio undicenni ha dichiarato che i soldati hanno sparato al padre di 36 anni appena quest’ultimo ha aperto la porta ai soldati. I villaggi beduini vivono da anni in una condizione di precarietà permanente, privi di servizi essenziali e costantemente esposti a interventi armati, confische e distruzioni.
Nelle stesse ore, nuove operazioni sono state segnalate anche in altre aree della Cisgiordania occupata, con posti di blocco temporanei, chiusure di strade e perquisizioni casa per casa. Le forze israeliane hanno fatto irruzione in abitazioni private, trattenendo familiari durante le operazioni e impedendo l’accesso ai quartieri circostanti. In diversi casi, i fermati sono stati trasferiti senza che venisse comunicata la destinazione. Nel Negev, dopo l’uccisione dell’uomo beduino, la polizia ha rafforzato la propria presenza nell’area, mentre i residenti del villaggio hanno denunciato nuove restrizioni ai movimenti e l’ingresso di mezzi delle forze di sicurezza nelle ore successive all’operazione. Pagine Esteri
















