Nonostante le proteste di massa e le minacce degli Stati Uniti, non ci sono segnali di frattura ai vertici delle istituzioni politiche e dei servizi di sicurezza dell’Iran. A meno che i disordini e le pressioni straniere non inducano defezioni ai vertici, l’establishment iraniano, seppur indebolito, con ogni probabilità resisterà smentendo le previsioni fatte da alcuni analisti nei giorni scorsi.

L’ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema, affronta la quinta rivolta dal 2009, a dimostrazione della coesione dell’esecutivo, nonostante la crisi interna irrisolta e le gravi condizioni economiche dell’Iran che, peraltro, è sempre soggetto a pesanti sanzioni internazionali. L’architettura di sicurezza dell’Iran, fondata sulle Guardie Rivoluzionarie e sulla forza paramilitare Basij, (un milione di persone), rende difficile una rottura interna spiega Vali Nasr, accademico di origine iraniana. “Affinché la pressione interna abbia successo, è necessario che la folla scenda in piazza per un periodo di tempo molto più lungo. E bisogna che si verifichi una disgregazione dello Stato. Alcuni settori dello Stato, e in particolare le forze di sicurezza, dovrebbero disertare”, ha detto Nasr ad una agenzia di stampa. Il “modello Venezuela”, ossia il rapimento di Khamenei attraverso un blitz di forze speciali americane, come è avvenuto con il presidente Nicolas Maduro, appare irrealistico, alla luce delle riconosciute capacità militari di Teheran. L’Iran inoltre è un paese più grande del Venezuela e ha 90 milioni di abitanti. Una ipotetica azione straniera potrebbe frammentarlo lungo linee settarie. E non è detto che ciò rientri negli interessi americani e dei Paesi arabi del Golfo.

Contrariamente a ciò che si ritiene in Occidente, la Repubblica islamica ha istituzioni solide e un elettorato fedele all’impalcatura religiosa del paese. Nei giorni scorsi mentre tanti manifestavano contro Khamenei a causa della crisi economica o per chiedere il rispetto dei diritti umani e civili, tanti altri sono scesi in strada per esprimere sostegno alla Repubblica islamica.

La situazione comunque resta fluida. L’Iran sta affrontando una delle sfide più gravi dal 1979 e su di esso incombono le minacce di intervento lanciate da Donald Trump che l’anno scorso ha ordinato il bombardamento delle centrali atomiche iraniane. Sullo sfondo c’è poi Israele che segue lo sviluppo della crisi e si tiene pronto ad agire militarmente se e quando si presenterà l’occasione. Lo scorso giugno Tel Aviv ha lanciato un attacco a sorpresa contro l’Iran – descrivendolo come “preventivo” – e adesso sta coordinando le sue mosse con gli Stati Uniti. Dal punto di vista strategico, inoltre, l’Iran ha meno carte nelle sue mani. I suoi alleati regionali, parte dell’”Asse della Resistenza”, come il movimento sciita libanese Hezbollah o Hamas a Gaza, appaiono indeboliti dopo lo scontro militare con Israele. Inoltre, Russia e Cina, due partner di Teheran, esitano ad offrire un maggiore sostegno all’Iran temendo lo scontro frontale con Washington.  Al di là di minacce e avvertimenti, l’interesse di Trump per le proteste è sostanzialmente tattico. L’obiettivo più probabile è favorire in vari modi l’indebolimento iraniano per ottenere ulteriori concessioni, specie sul programma nucleare.

L’establishment comunque deve recuperare una parte dei consensi perduti. E potrà ottenere questo risultato solo dando una risposta efficace all’impennata dei prezzi, alla precarietà del lavoro e alla disoccupazione giovanile, ossia ai motivi, almeno iniziali, dell’ondata di proteste. La legittimità del potere inoltre passa necessariamente per la fine della repressione violenta che ha fatto così tanti morti aprendo ferite che segneranno in profondità la società iraniana. Circa 2.000 persone sono state uccise durante le proteste, tra cui circa 200 agenti di polizia e di forze paramilitari, hanno ammesso le stesse autorità di Teheran che, allo stesso tempo, hanno incolpato non meglio precisati “terroristi” per la morte di civili e personale di sicurezza. Secondo altre fonti, i morti sarebbero molti di più del bilancio ufficiale.

Oltre a morti e feriti, gli arrestati sarebbero oltre 10 mila secondo i dati raccolti da una poco nota organizzazione per i diritti umani HRANA, con sede negli Stati Uniti.