Pagine Esteri – Dopo che Donald Trump si è dichiarato “vicepresidente ad interim del Venezuela”, Delcy Rodriguez ha rispolverato toni bellicosi nei confronti di Washington.
Intervenendo a Catia La Mar, una delle località bombardate dall’aviazione statunitense nel corso dell’aggressione militare del 3 gennaio, la presidente provvisoria del paese ha affermato che «In Venezuela c’è un governo che comanda, una presidente incaricata e un presidente in ostaggio degli Stati Uniti».
Ma tanto in patria quanto all’estero sono sempre più numerosi i venezuelani che si chiedano chi decida veramente le sorti del paese.
Che la “nuova” leadership venezuelana agisca sulla base di un accordo formale con Washington o semplicemente per evitare di subire un altro attacco dagli Stati Uniti – prevedibilmente più devastante di quello del 3 gennaio – è impossibile dirlo.
Eppure le misure implementate negli ultimi giorni dalla presidente Delcy Rodriguez e dal fratello Jorge, a capo del parlamento, sembrano soddisfare le richieste/diktat di Donald Trump, finora senza sbavature.
Mentre dal 4 gennaio non passa praticamente giorno senza che decine di migliaia di persone scendano in piazza per chiedere la liberazione di Nicolas Maduro e Cilia Flores e per ribadire la ferma opposizione ad ogni ingerenza straniera, le autorità venezuelane stanno esplicitamente perseguendo una strategia di normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, che non a caso ha ricevuto il plauso delle varie cancellerie occidentali.
La parola d’ordine è “cooperazione”. E così nei giorni scorsi due petroliere cinesi dirette a Caracas – la Xingye e la Thousand Sunny – hanno dovuto invertire la rotta, mentre grazie ad una operazione, definita “concertata con Washington” dalla stessa Rodriguez, cinque navi cariche di greggio destinato all’esportazione che nelle scorse settimane avevano cercato di eludere il blocco navale imposto dalla marina da guerra degli Stati Uniti hanno fatto ritorno nei porti di partenza.
Ieri la compagnia petrolifera statale venezuelana Pdvsa ha iniziato a riaprire i pozzi chiusi a causa dell’embargo statunitense, consentendo la ripresa delle esportazioni di greggio. Due superpetroliere sono partite dal Venezuela nelle ultime ore, ciascuna con a bordo 1,8 milioni di barili di petrolio diretti negli Stati Uniti.
A proposito di petrolio, ha destato un vespaio l’indiscrezione secondo cui Donald Trump sarebbe incline ad escludere la multinazionale ExxonMobil dagli accordi sullo sfruttamento del greggio venezuelano dopo che il suo amministratore delegato si era pubblicamente detto contrario ad investire nel paese. Nel corso di una riunione alla Casa Bianca, il numero uno dell’impresa, Darren Woods, aveva definito rischioso ogni investimento in Venezuela prima che la situazione venisse messa in sicurezza dal punto di vista legislativo e infrastrutturale.
La Casa Bianca però sembra riporre molte speranze nei tecnocrati promossi a varie responsabilità di governo da Delcy Rodriguez subito dopo il rapimento di Maduro. Uno di questi, in particolare, ha attirato l’attenzione degli investitori occidentali. Calixto Ortega Sánchez, appena designato “Presidente settoriale all’Economia”, si è formato tra gli Stati Uniti e Londra per poi essere nominato console prima a Houston e poi a New York; in seguito ha ricoperto l’incarico di Presidente della Banca Centrale di Caracas.
Intanto nei giorni scorsi il funzionario della multinazionale statunitense Chevron, Martin Philipsen, è stato nominato amministratore della PetroPiar, una delle imprese miste che operano sotto l’ombrello dell’azienda petrolifera statale PDVSA.
L’amministrazione statunitense punterebbe inoltre sul rapporto personale esistente tra il presidente dell’Assemblea Nazionale venezuelana, Jorge Rodriguez, e il diplomatico americano Richard Grenell, che secondo alcuni analisti starebbe cercando di guidare una transizione morbida nel nome degli interessi a stelle e strisce che consenta per ora alla leadership bolivariana di rimanere al potere. Subito dopo l’inizio del secondo mandato di Trump, il tycoon inviò a Caracas l’ex ambasciatore in Germania ed ex direttore di una delle varie agenzie di intelligence di Washington, la DNI.
Noto per le sue doti di negoziatore – fu inviato speciale presidenziale per le trattative tra Serbia e Kosovo dal 2019 al 2021 – il consigliere della Casa Bianca fu ricevuto con tutti gli onori da Maduro nel Palazzo di Miraflores. Tornando in patria, il dirigente repubblicano portò con sé sei cittadini americani appena scarcerati dalle autorità venezuelane e il rinnovo delle concessioni per operare in Venezuela alla multinazionale statunitense Chevron. Contro l’intesa si schierò da subito il Segretario di Stato americano Marco Rubio, che iniziò a insistere con Trump sulla necessità del ricorso all’opzione militare contro Caracas.
Secondo il Wall Street Journal il braccio di ferrò tra Trump e Rubio è durato fino a che ha prevalso il secondo e, il 3 gennaio, la Delta Force ha quindi rapito il presidente venezuelano.
La liberazione di un certo numero di «persone venezuelane e di altri paesi» (come le autorità di Caracas hanno definito vari esponenti politici e cittadini stranieri detenuti nelle carceri del paese) per iniziativa di Jorge Rodriguez e l’annuncio dell’avvio di nuovi contratti per la vendita di petrolio alle imprese statunitensi da parte della sorella Delcy sarebbero i primi risultati della rete intessuta da Grenell in questi mesi.
Per condizionare Caracas, poi, nei giorni scorsi Trump si è incaricato di avvisare il ministro dell’Interno venezuelano Diosdado Cabello che in caso di un secondo attacco sarebbe in cima alla lista dei bersagli da colpire insieme al Ministro della Difesa, Vladimir Padrino López.
La normalizzazione dei rapporti sembra procedere anche sul fronte diplomatico. Mentre da qualche giorno una delegazione di emissari statunitensi è impegnata in una visita in Venezuela allo scopo di organizzare la riapertura della missione diplomatica di Washington nel paese, lunedì i rappresentanti diplomatici dell’Unione Europea, del Regno Unito e della Svizzera hanno incontrato il ministro degli Esteri di Caracas. Il governo italiano ha già annunciato l’intenzione di alzare il livello di rappresentanza in Venezuela – assicurata finora da un incaricato d’affari – con la nomina di un ambasciatore.
Come segnale di buona volontà nei confronti di Washington va probabilmente letta anche la decisione da parte del governo venezuelano di permettere di nuovo l’accesso al social X, bloccato da Maduro dopo le contestate elezioni presidenziali del 2024.
Oggi, mentre la leader della frangia più estremista dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado sarà ricevuta alla Casa Bianca dal presidente Trump, che subito dopo il blitz militare contro il Venezuela l’ha platealmente scaricata chiarendo che avrebbe lasciato al potere il vertice del PSUV (il Partito Socialista Unito di Maduro), a Washington è previsto l’arrivo di un inviato del governo bolivariano, l’ex ministro degli Esteri e stretto collaboratore di Delcy Rodriguez, Félix Plasencia.
Nel frattempo la presidente provvisoria ha informato di aver avuto una “lunga, produttiva e cortese” conversazione telefonica con Donald Trump, che si è svolta “in un clima di rispetto reciproco”, e nel corso di una conferenza stampa ha spiegato che il Venezuela sta entrando “in una nuova fase politica”. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria















