Israele sta compiendo in queste ore una serie di ulteriori e gravissime violazione del cessate il fuoco. Il giornalista palestinese Abdul Raouf Shaath è stato ucciso insieme ai colleghi Mohammed Qeshta e Anas Ghanem da un attacco aereo israeliano che ha colpito il veicolo su cui viaggiavano nel centro di Gaza.

L’auto, chiaramente contrassegnata con l’emblema del Comitato Egiziano, è stata bombardata, in totale violazione del cessate il fuoco e del diritto internazionale.

I tre giornalisti erano in servizio con il Comitato al momento dell’attacco: l’organismo opera sotto la diretta supervisione del governo egiziano ed è responsabile del coordinamento e dell’organizzazione delle consegne di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza.

Abdul Raouf Shaath si era sposato tredici giorni fa.

Gli elicotteri dell’esercito hanno sparato nel centro della Striscia, sulle aree dove si concentrano famiglie di sfollati. A est di Deir el-Balah, l’artiglieria pesante ha colpito abitazioni e terreni, uccidendo tre palestinesi della stessa famiglia: un padre, il figlio e un altro parente, secondo fonti dell’ospedale al-Aqsa. Nella stessa zona, l’agenzia Wafa riferisce che un bambino di dieci anni è stato ucciso da colpi israeliani mentre si trovava al di fuori delle aree di dispiegamento militare. A Khan Younis si contano altre due vittime: un ragazzo di 13 anni e una donna di 32 anni. I bombardamenti hanno raggiunto anche il campo profughi di Bureij, nel centro, e il nord della Striscia, dove a Beit Lahiya i soldati hanno demolito edifici residenziali. Dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025, il ministero della Sanità di Gaza conta almeno 485 palestinesi uccisi, tra cui 169 bambini e 64 donne. Alla violenza militare si somma l’emergenza umanitaria. A Gaza è morta di freddo una bambina di sette mesi, l’ennesima vittima delle condizioni di vita imposte alla popolazione civile: case distrutte, tende improvvisate, assenza di elettricità e riscaldamento nel pieno dell’inverno. Una morte che arriva mentre le autorità sanitarie locali e le agenzie umanitarie tentano di portare avanti campagne di vaccinazione di emergenza, in particolare contro poliomielite e morbillo, ostacolate dalla scarsità di carburante, dalle restrizioni alla circolazione e dai bombardamenti. Le équipe mediche operano in condizioni estremamente precarie, con difficoltà a raggiungere i bambini nelle aree più colpite e con strutture sanitarie danneggiate o fuori servizio.

Le stragi di oggi avvengono proprio mentre Benyamin Netanyahu annuncia di aver accettato l’invito di Donald Trump a partecipare al suo “Board of peace”. E nelle stesse ore in cui Israele porta avanti una violentissima operazione militare a Hebron. Da lunedì le strade e le arterie principali sono state chiuse, i quartieri separati con terrapieni di terra, i cecchini sono posizionati sui tetti, le case vengono demolite e i raid colpiscono scuole, negozi e abitazioni. Le Nazioni Unite parlano di una situazione di assedio, con la popolazione civile intrappolata e privata dei servizi essenziali, mentre la pressione militare si intensifica giorno dopo giorno.

A Gerusalemme Est, l’attacco si concentra sull’UNRWA. Israele ha distrutto ieri un edificio dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, cancellandone di fatto la presenza operativa in città. La decisione colpisce direttamente scuole, uffici e strutture di assistenza, lasciando migliaia di persone senza servizi educativi e umanitari. È un passaggio che va oltre il singolo edificio: segna un’ulteriore erosione del ruolo delle Nazioni Unite e rafforza una strategia di svuotamento sistematico della presenza palestinese a Gerusalemme Est.

È su questo sfondo che prende forma il “Board of peace”. Un organismo presentato come strumento di gestione del dopoguerra a Gaza, ma composto in larga parte da affaristi, costruttori, uomini d’affari e amici personali di Trump. Il leader statunitense, secondo lo statuto, ne diventa il presidente a vita, con poteri pressoché illimitati: diritto di veto, ultima parola su ogni decisione, controllo delle risorse economiche e della ricostruzione. Un assetto che concentra il potere in un’unica figura e riduce ulteriormente il ruolo delle Nazioni Unite, più volte attaccate dallo stesso Trump. Mentre Israele, Turchia, Egitto, Kosovo, Armenia, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kazakistan e altri hanno annunciato di aver accettato l’invito del tycoon, alcuni stati europei stanno prendendo un’altra strada. Francia, Norvegia e Svezia hanno annunciato che non parteciperanno all’iniziativa così come è stata presentata. Parigi ha chiarito di sostenere il piano di pace statunitense, ma di rifiutare la creazione di un organismo che sostituirebbe l’ONU. La risposta di Trump non si è fatta attendere: minacce di dazi e nuove tensioni commerciali, in un clima già segnato da frizioni profonde tra Washington e i partner europei. A raffreddare gli animi dei governi occidentali, la notizia di una tassa di ingresso di 1 miliardo di euro, che tutti gli stati dovranno pagare direttamente a Trump per mantenere il diritto alla propria poltrona. E anche l’inclusione del presidente russo Vladimir Putin, giudicato dai Paesi UE una sorta di “nemico pubblico numero 1”.

Intanto, sul terreno, collassano gli altri meccanismi operativi promossi dagli Stati Uniti. Il Centro di comando civile-militare voluto da Washington nel sud di Israele, che avrebbe dovuto garantire il rispetto del cessate il fuoco e l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza, è considerato un fallimento. Secondo diverse fonti, diplomatici e rappresentanti internazionali hanno abbandonato la struttura, giudicata “allo sbando” e sono ritornati ai propri Paesi di appartenenza. Inoltre, Israele continua a colpire e a bloccare i membri dell’amministrazione tecnocratica palestinese incaricata di gestire la fase post-bellica. Ieri Tel Aviv gli ha impedito l’ingresso a Gaza, territorio che secondo i piani d Trump avrebbero il diritto di amministrare. Pagine Esteri