Pagine Esteri – L’aggressione militare contro l’Iran di Israele e Stati Uniti ha colto la compagine europea titubante e divisa.
Ad un estremo del variegato panorama delle prese di posizione dei governi europei emerge la Spagna, il cui governo nei giorni scorsi ha preso nettamente le distanze dalla nuova “guerra presidenziale” del “candidato a Nobel per la pace” Trump ed ha negato a Washington l’uso di due basi aeree in Andalusia per condurre azioni offensive contro Teheran.
Il no spagnolo ha mandato il tycoon su tutte le furie e il presidente americano ha reagito in maniera scomposta, minacciando la rottura delle relazioni commerciali e l’imposizione di dazi alla Spagna.
Per quanto assediato dalle opposizioni di destra, che accusano Sanchez di irresponsabilità e complicità con la teocrazia mediorientale, il premier spagnolo ha tenuto duro e ha rilanciato la propria condanna nei confronti di Washington.
«Non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e contrario ai nostri valori e interessi, semplicemente per paura delle ritorsioni di qualcuno, perché abbiamo assoluta fiducia nella forza economica, istituzionale e, direi, morale del nostro Paese» ha spiegato il leader socialista intervenendo ieri mattina dal Palazzo della Moncloa.
«Alcuni ci accuseranno di essere ingenui, ma ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza, credere che le democrazie o il rispetto tra le nazioni nascano dalle rovine o pensare che un’obbedienza cieca e servile significhi leadership» ha incalzato Sanchez criticando gli altri leader europei.
Nella sua dichiarazione il premier spagnolo ha condannato apertamente il regime iraniano, «che reprime e uccide i propri cittadini, in particolare le donne» ma ha ribadito «rifiutiamo questo conflitto e chiediamo una soluzione diplomatica e politica. La posizione del governo spagnolo si riassume in poche parole: no alla guerra».
«Spesso le grandi guerre scoppiano per una concatenazione di risposte che sfuggono di mano, per errori di calcolo, guasti tecnici, eventi imprevisti, pertanto dobbiamo imparare dalla storia» ha spiegato. Invitando Washington a «non ripetere gli errori del passato» Sanchez ha ricordato il disastro causato dalla guerra in Iraq: «Il mondo, l’Europa e la Spagna ci sono già passati 23 anni fa, quando un’altra amministrazione statunitense ci trascinò in una guerra in Medio Oriente, che in teoria, secondo quanto affermato allora, era volta a eliminare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, portare la democrazia e garantire la sicurezza globale, ma che in realtà ha prodotto l’effetto contrario, scatenando la più grande ondata di insicurezza che il nostro continente abbia subito dalla caduta del muro di Berlino».
Nel suo intervento il leader socialista ha voluto citare le preoccupazioni dei cittadini: «Quello che per ora possiamo intravedere è più incertezza economica, aumenti del prezzo del petrolio e del gas, per questo dalla Spagna siamo contrari a questo disastro, perché riteniamo che il compito dei governi sia quello di migliorare la vita delle persone e di fornire soluzioni ai problemi, non di peggiorare la vita dei cittadini».
Sanchez ha quindi definito «inaccettabile che i leader che sono incapaci di adempiere a tale compito utilizzino il fumo della guerra per nascondere il loro fallimento e riempire le tasche di pochi, i soliti, gli unici che guadagnano quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili».
In attesa di capire se l’amministrazione Trump darà seguito alle sue minacce, Sanchez ha promesso di varare tutte le misure necessarie a bilanciare le possibili conseguenze sulla popolazione di eventuali ritorsioni commerciali americane (comunque solo il 4% delle esportazioni spagnole è diretto verso gli States) o dell’aumento dell’inflazione causato dal boom del prezzo degli idrocarburi.
In realtà già ieri Washington ha ammorbidito i toni nei confronti di Madrid. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha affermato che Madrid «ha accettato di cooperare con l’esercito statunitense» senza specificare oltre, una circostanza subito smentita dall’esecutivo spagnolo.

Le basi militari britanniche a Cipro
Le minacce di Trump a Madrid hanno obbligato la Commissione Europea a promettere “la piena tutela degli interessi europei” e il presidente francese Macron ha telefonato al leader spagnolo per esprimere la propria solidarietà e quella di tutta l’alleanza europea.
Contemporaneamente, però, i leader di Francia, Germania e Regno Unito hanno diffuso una dichiarazione comune in cui si dichiarano «sconvolti dagli attacchi missilistici indiscriminati e sproporzionati lanciati dall’Iran contro i paesi della regione», annunciando l’adozione di misure dirette a difendere «i nostri interessi e quelli dei nostri alleati nella regione, consentendo azioni difensive necessarie e proporzionate per distruggere la capacità dell’Iran di lanciare missili e droni alla fonte. Abbiamo concordato di collaborare con gli Stati Uniti e gli alleati nella regione su questo tema».
Si tratta di un ulteriore coinvolgimento delle maggiori potenze europee nell’ennesima aggressione militare degli Stati Uniti e di Israele che potrebbe provocare gravi ripercussioni sull’economia e sulla stabilità del continente.
A brillare per codismo e piaggeria nei confronti della Casa Bianca è sicuramente il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che si è dichiarato “soddisfatto” dell’esito dell’incontro con Donald Trump a Washington. «Gli Stati Uniti rispettano la Germania» ha detto gongolante il leader democristiano (che pure è impegnato nel tentativo di ridurre la dipendenza della Germania dagli Stati Uniti) sottolineando che Trump ha «riconosciuto l’impegno finanziario della Germania per la modernizzazione militare» attraverso la creazione di un fondo speciale di cento miliardi. Merz ha spiegato di concordare con Trump sulla necessità di rovesciare il regime iraniano pur esprimendo dubbi sulla strategia della Casa Bianca.
Mentre solo i governi di Irlanda, Svezia, Norvegia, Slovenia e Danimarca hanno apertamente criticato, seppur con sfumature diverse, l’intervento militare statunitense contro l’Iran, i paesi di maggior peso dell’Unione Europea sembrano voler approfittare della situazione per mostrare i muscoli, proiettare la propria presenza militare nel Mediterraneo orientale e ribadire la necessità di un aumento delle spese per la difesa e per la militarizzazione.
La Gran Bretagna, all’inizio tiepida nei confronti di Washington – e che ancora ieri ha ribadito di non voler partecipare al conflitto – ha approfittato del lancio di sporadici droni diretti contro le sue basi a Cipro per schierare navi e caccia nell’isola, il cui governo ha più volte respinto l’attivismo di Londra spiegando che espone ulteriormente il proprio territorio ad eventuali rappresaglie iraniane.
Nonostante la (relativa) disponibilità accordata al tycoon, il ‘no’ di Londra all’utilizzo delle proprie basi a Cipro e la concessione agli USA delle installazioni militari in Inghilterra e a Diego Garcia (un’isola dell’Oceano Indiano) soltanto per operazioni “difensive e limitate” ha comunque indispettito Trump. Al punto che l’inquilino della Casa Bianca ha definito il premier britannico Starmer “poco collaborativo” dichiarando che «non è più l’epoca di Churchill». «Non sono contento della Gran Bretagna. Ci sono voluti tre o quattro giorni per capire dove possiamo atterrare» si è lamentato il tycoon.
Lunedì, sia la Grecia sia la Francia hanno inviato sistemi antimissile e antidrone, caccia e navi militari verso Cipro, avamposto europeo a poche miglia dalla regione incendiata dall’attacco di Washington e Tel Aviv.
In un raro esercizio di bizantinismo, martedì Macron ha criticato l’azione militare di Washington in quanto lanciata al di fuori delle regole del diritto internazionale, ma ha comunque attribuito la responsabilità ultima della guerra alla volontà di Teheran di dotarsi dell’arma nucleare e al suo appoggio a varie milizie armate in tutto il Medio Oriente.
Il presidente francese ha poi chiesto la formazione di una coalizione per difendere l’agibilità delle rotte marittime essenziali al trasporto di gas e petrolio, in riferimento allo Stretto di Hormuz.
Infine, desideroso di trarre vantaggio dalla situazione, Macron ha anche annunciato il rafforzamento dell’arsenale nucleare di Parigi ed ha affermato di essere pronto a utilizzarlo se “gli interessi vitali della Francia saranno minacciati”. Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria
















