I numeri non bastano a spiegare. A raccontare un conflitto, a descriverne l’orrore. Ho osservato negli anni che quanto più la narrazione di una guerra si puntella sui numeri delle vittime e viene relegata alla mera elencazione delle statistiche, tanto più quel conflitto scompare dalle notizie e dalla coscienza dell’opinione pubblica. Sbiadisce, e poi viene cancellato, e tutto quello che i media sanno dire al suo riguardo sono numeri. I numeri, però, non perdono sangue se li si trafigge, non provano fame, non hanno diritti su questa terra. I numeri sono innocui.

Lo stesso è accaduto alla guerra in Sudan. Il 15 aprile scorso, ha varcato la soglia dei tre anni di durata. Un anniversario che corrisponde a un altro numero, 1.096 giorni. Era il 2023 quando si ruppe l’intesa tra il capo del governo Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, al comando delle Forze Armate Sudanesi (SAF), e il vice Mohamed Hamdan Dagalo detto Hemedti, comandante delle Forze di Supporto Rapido (RSF). Le RSF sono una formazione paramilitare nata dai Janjaweed, i cosiddetti “demoni a cavallo”, che nel 2003 si macchiarono del genocidio in Darfur. La richiesta di Burhan a Hemedti di integrare le RSF nelle SAF, ovvero nell’esercito governativo, e di rinunciare alle miniere d’oro delle quali si era impossessato dopo i massacri in Darfur, provocò la frattura. La guerra con la quale le RSF e le SAF si contendono il territorio sudanese, una superficie di quasi 2 milioni di chilometri quadrati che ne fa il terzo Paese per estensione del continente africano, prosegue da allora.

In tre anni, la narrazione del conflitto ha accumulato numeri spaventosi. Tra i 150.000 e i 200.000sarebbero i morti, anche se fare stime è impossibile. 14 milioni sono le persone sfollate, delle quali 9 milioni internamente al Paese e 4.4 milioni che hanno lasciato il Sudan. Almeno 5 milioni di questi sono minori, bambini. Per molti, lo sfollamento consiste in una serie di spostamenti senza fine, dalla propria casa a quella di un parente alla tenda di un campo profughi, a seconda dei movimenti dei militari delle RSF e delle SAF e della loro vicinanza minacciosa. Una persona su quattro in Sudan è sfollata. L’ONU ha per questo definito quella in Sudan la più grave crisi umanitaria di rifugiati al mondo. 

Nessuno di questi numeri senza precedenti ha aiutato ad avvicinare l’interesse dell’opinione pubblica al Sudan. Né lo ha fatto la consapevolezza che non si tratta di una guerra civile, come piace spesso descriverla: a vendere le armi per questa guerra sono Emirati Arabi, Cina, Russia, Turchia, Serbia, Yemen e non solo. Dubito anche che essere sottoposti alla vista delle scene di una guerra di queste proporzioni varrebbe a indurre qualche tipo di coinvolgimento, che non fosse solo quello del pietismo distaccato e dello scrolling morboso che la narrazione per immagini dei conflitti può produrre. Come si chiedeva Susan Sontag in un volumetto fondamentale, “Davanti al dolore degli altri”, è davvero necessario inorridire davanti al dolore altrui per parteciparne, provare empatia e protestare? E come raccontare quel dolore senza oggettificarne i protagonisti? Io non lo so, ma nella mia mente il Sudan è sempre un pensiero spaccato in due: da una parte stanno i numeri mastodontici consultabili ovunque, dall’altro le immagini rimaste dal lavoro nella pediatria nell’ospedale Salam di Emergency a Khartoum

L’immagine di K., ad esempio, un bambino di otto o nove anni che ho trovato sdraiato da un momento all’altro su uno dei cinque lettini dell’osservazione breve intensiva. Sudava, il colore della sua pelle stava scivolando rapidamente verso le tonalità di un avorio trasparente, e stava impiegando tutte le sue energie, scarsissime, per respirare. Reclutava i muscoli dell’addome, ritraeva gli spazi tra le coste, nel giugulo, agitava le narici, in uno sforzo che vorrei definire furioso se di furioso nella profonda stanchezza che schiacciava il suo corpo e annebbiava il suo sguardo non ci fosse niente. Uno scompenso cardiaco acuto in una malattia reumatica nota – una malattia che si potrebbe prevenire con la penicillina per trattare le comuni faringiti da streptococco e che, invece, in Africa è ancora la più comune causa di valvulopatia, anche in età pediatrica. 

Quel bambino arrivava dallo stato del Darfur meridionale. La regione è occupata dalle milizie dell’RSF: è al centro di continui attacchi sui civili da parte dei ribelli e di bande criminali, sotto la minaccia costante dei droni, e mancano l’elettricità, l’acqua, il cibo. Dal Darfur provengono le storie più spaventose della violenza di questa guerra. A due o tre ore dall’abitazione del mio paziente, anch’egli sfollato, sorge per esempio il campo profughi di El Fasher, che ospitava almeno 250.000 civili. Il campo è tristemente noto per il massacro compiuto dalle milizie dell’RSF nell’ottobre scorso, dopo diciotto mesi di assedio. Di quella strage ci arrivarono le immagini, o meglio i colori, inconfutabili: immense chiazze di sangue riprese dall’alto, con fotogrammi satellitari, come si trattasse di stagni o laghi di recente formazione. 

Sempre da quella regione arrivano i racconti più scabrosi della violenza sessuale utilizzata come arma di guerra dagli uomini dell’RSF. In un rapporto dell’ONG Medici Senza Frontiere, sono stati registrati 3.396 sopravvissuti a violenza sessuale tra il gennaio 2024 e il novembre 2025 – il 97% donne – tra i pazienti delle cliniche MSF in nord e sud Darfur. Nel 20% dei casi, le vittime erano minorenni, tra le quali almeno 41 bambini. Le testimonianze, che i numeri non possono raccontare, sono tremende. “Ci hanno portate in uno spiazzo. Il primo uomo mi ha violentata due volte, il secondo una volta, il terzo quattro volte. Oltre agli stupri, ci hanno picchiate con i bastoni e mi hanno puntato le armi alla testa”, racconta la voce di una ragazza nel rapporto MSF “C’è qualcosa che voglio dirti…: Sopravvivere alla crisi della violenza sessuale nel Darfur”.

K. e il suo cuore scompensato provenivano da quella regione. Un’area sotto coprifuoco e occupata da miliziani sanguinari e in cui le strutture sanitarie sono chiuse o inaccessibili. Suo padre l’aveva visto peggiorare giorno dopo giorno. L’astenia, poi il respiro sempre più pesante, infine il turgore delle vene giugulari. Alla fine aveva preso una decisione che avrebbe potuto costare la vita a entrambi, pur di non vederselo morire davanti. Se l’era messo sulle spalle ed era partito alla volta di Khartoum, dove Emergency ha tenuto sempre aperto il reparto di cardiochirurgia malgrado la guerra, l’unico a offrire cure gratuite in tutta la regione. Una partenza folle e disperata: con il rischio di essere rapiti per strada, di essere arrestati e violentati, o uccisi a sangue freddo, di morire di fame e di sete lungo il percorso, o che il bambino cardiopatico non reggesse al viaggio e gli morisse tra le braccia, sotto al rombo dei droni. Almeno diciotto giorni di viaggio ininterrotto e a piedi, dal Darfour a Khartoum, in queste condizioni. Ce l’avevano fatta, padre e figlio, appena in tempo perché il bambino non esaurisse definitivamente le forze. Le ultime che aveva le dedicava a cercare aria da respirare, e tutta la sua storia, e quella dei giorni di viaggio, rimaneva non detta, raccontata solo da quel corpo stremato intorno al quale ci affannavamo a portare cannule d’ossigeno e a chiamare con urgenza il reparto di cardiologia, per salvargli il cuore prima che cedesse.

I numeri del Sudan raccontano di tassi di malnutrizione senza precedenti. Oltre 30 milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari, 26 milioni si trovano in condizioni di grave insicurezza alimentare. Nel 2026, l’Unicef stima che 4,2 milioni di bambini soffriranno di malnutrizione acuta, almeno 825.000 di loro nella sua forma più severa, quella che può portare rapidamente alla morte. Ma i numeri non bastano a raccontare la fila colorata di madri e bambini che si allungava ogni mattina presto davanti all’ingresso del dipartimento pediatrico, quando l’afa di agosto non aveva ancora preso il posto dell’aria pungente e tersa della notte. Non possono descrivere il bianco dei bulbi degli occhi tirati all’indietro da bambini di sei mesi, di undici mesi, di tre anni, che arrivavano alla clinica troppo tardi, quando la malnutrizione aveva già consumato i loro corpi o quando il colera li aveva prosciugati definitivamente. Non possono raccogliere i loro nomi, come non può fare la memoria, come neanche possono fare i piccoli sacchi bianchi annodati alle estremità che i genitori delle zone di guerra si portano spesso a casa senza versare molte lacrime. 

Gli stati sudanesi a più alta intensità di conflitto sono attualmente il Darfur, il Kordofan ma anche lo stato del Nilo Blu, dove le milizie dell’RSF stanno potenziando la loro presenza per provare a riprendere la capitale Khartoum attaccando da sud-est. Appena un anno fa, Khartoum è stata, infatti, ripresa dalle SAF, dopo l’occupazione da parte delle RSF. Gli scontri per la “liberazione” hanno lasciato tracce negli edifici ai lati delle arterie principali della città, coi muri crivellati dai proiettili. I soldati governativi e i paramilitari occupavano i palazzi, scacciandone gli inquilini, e si facevano la guerra a colpi di spari da un terrazzo all’altro. Il palazzo presidenziale è cinto da mura completamente incenerite. Non c’è ancora elettricità in città, ma i numeri dicono che Khartoum si sta ripopolando e le strade non sono più le vie deserte che ho visto io, completamente spopolate dagli abitanti sfollati e punteggiate solo da checkpoint militari. 

Oltre ai dati sullo sfollamento, infatti, i numeri riferiscono anche di un lento processo di ritorno dei profughi sudanesi verso le loro case, una volta che la guerra è passata, ha devastato e ha superato le loro regioni. Le ondate di ritorni sono rivolte soprattutto verso gli stati di Al Jazeera e Sennar, e verso la capitale, ritenuta adesso più stabile grazie alla presenza delle SAF, e dove starebbero rientrando almeno 1.5 milioni di cittadini. 

Questo numero non include ancora Nadia, l’urgentista prestata alla pediatria del Salam Center. Fu lei a raccontarmi per prima la guerra dalla prospettiva degli sfollati dalla capitale come lei. Si muoveva come una scheggia tra i pazienti, e quando spiegava l’anamnesi di un nuovo bambino o la terapia che aveva deciso per lui, la lingua sembrava deragliarle dalla fretta. Non rallentava mai, tranne quando raccontava della casa della sua famiglia che aveva dovuto abbandonare a causa della guerra. Faceva lunghe pause quando descriveva il grande salotto al centro dell’abitazione, occupato dai soldati nelle settimane di scontro tra RSF e SAF, mentre lei e i suoi parenti erano già lontani dalla città. “Siamo diventati profughi da un giorno all’altro, ma il mio sogno più grande è ritornare in quella casa – diceva – L’hanno svuotata, ci hanno rubato tutti i mobili, lo so. Il mio desiderio, però, è riportarci i miei genitori e le mie sorelle, arredarla da zero, farla vivere di nuovo”. Poi rapida si allontanava, con la scusa di preparare del caffé allo zenzero. 

I bilanci e le stime statistiche non contengono i traumi della guerra in Sudan. Spesso neanche la routine di un lavoro in ospedale, dove si accalcano malnutriti e casi di malaria, può riconoscerli, e sicuramente non può offrire balsami per curarli. Una mattina una specializzanda mi disse che stava trattenendo una bambina in osservazione perché sospettava un caso di epilessia. Era successo ancora una volta che al risveglio della famiglia lei rimanesse immobile nel letto, come paralizzata, senza riuscire a parlare né a muoversi né a reagire ai pizzicotti della madre, che questa volta per lo spavento l’aveva portata in pronto soccorso. Il volto di quella bambina era amimico, lo sguardo lo teneva fisso a terra. Non tradì nessuna emozione neanche quando un ago le bucò la pelle e la vena: restò immobile, come se quel braccio forato non fosse il suo. Non si trattava di epilessia, ma di disturbi funzionali. Quando le RSF avevano preso il suo villaggio, lei era scappata a nascondersi in casa con la nonna. Si erano barricate nel bagno, avevano chiuso la porta a chiave, si erano trattenute il respiro a vicenda, ma i soldati avevano buttato giù l’infisso. A sangue freddo, le avevano ammazzato la nonna davanti agli occhi. Lei poi era riuscita a salvarsi – non so dopo cosa – ma quell’omicidio della nonna nel perimetro di un bagno non l’avrebbe probabilmente più abbandonata. In quali statistiche si inseriscono questi traumi? Come sono quantificabili, e qualificabili, su quale scala delle guerre si possono inserire?

Come possono raccontare una guerra i numeri, le immagini pietiste che richiamano consensi, i ricordi di una pediatra occidentale che quel Paese l’ha visto solo per qualche mese e che adesso ne scrive alcune memorie dalla comodità senza esplosioni e senza carestie nella quale vive. Può farlo con più diritto la voce di chi ci vive dentro, come quella di Fadwa, la mia collega sudanese.  Eravamo insieme quando abbiamo inaugurato il reparto di pediatria della clinica del Salam, dove poter ricoverare fino a 20 bambini. Era il 4 agosto 2025 e la prima paziente a varcare la soglia e la zona filtro di quel posto pulitissimo e appena imbiancato e messo a nuovo si chiamava Omnia, che significa Speranza. Una speranza necessaria: in Sudan, un ospedale su tre non è più attivo e almeno il 70% delle strutture sanitarie è stato danneggiato dalla guerra. Un altro numero: il 70% della popolazione sudanese non può accedere a servizi sanitari.

L’ultima volta che ho parlato con Fadwa, poche settimane fa con qualche messaggio fugace, mi ha detto di aver preparato una torta al miele. Me l’ha scritto entusiasta, con una foto del dolce, in mezzo a una costellazione di emoticon. Perché nella guerra e negli ospedali c’è anche questo: la vita che tenacemente difende le sue piccole gioie, persone che malgrado tutto cercano di cucinare dolci, di condividerli, di abbondare con lo zucchero perché ce n’è bisogno. Un altro aspetto che alle statistiche sfuggirà sempre. 

Il volto di Fadwa compare oggi sulle pagine del sito di Emergency, truccato con il rossetto che ricordo, con una bambina tra le braccia magre. La sua testimonianza vale e varrà sempre molto più della mia. “Mentre dimettiamo e ricoveriamo senza sosta, decoriamo gli ambienti, rendendoli accoglienti, perché queste pareti facciano compagnia ai bambini e alle loro madri. Vogliamo che durante il ricovero si dimentichino della guerra e che anche i nati dopo il 15 aprile 2023 conoscano qualcosa di diverso”, si legge nella sua testimonianza, che si conclude così: “La guerra è paura di scomparire, ma è anche paura di non essere visti: è la distanza che, da quasi tre anni, non si colma tra chi muore o sopravvive in silenzio e il mondo che resta a guardare con indifferenza. Non dimenticate il Sudan”.


Scopri di più da Pagine Esteri

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Trending

Scopri di più da Pagine Esteri

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere