Durante i primi mesi del 2026, il presidente statunitense Donald Trump e il segretario di Stato Marco Rubio hanno intensificato la retorica aggressiva e le azioni concrete contro il governo cubano. Pochi giorni dopo l’invasione del Venezuela e il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata e “primera combatiente” Cilia Flores, Trump ha minacciato ritorsioni economiche contro chi avesse fornito petrolio all’isola. La nuova misura, una delle tante prese da Washington contrarie al diritto internazionale, ha di fatto contribuito a generare una delle crisi energetiche più gravi degli ultimi decenni, che si somma alle già precarie condizioni prodotto dell’ultradecennale embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. 

Secondo Cuba, i danni causati dal bloqueo ammonterebbero a circa 171 miliardi di dollari. Solo nel 2024 hanno superato i 7,5 miliardi, ovvero 625 milioni al mese, quasi 21 milioni al giorno e più di 868 mila dollari all’ora. Un incremento vicino al 50% rispetto all’anno precedente, ha assicurato il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, durante una recente apparizione all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

A dare un’impennata alla crisi ci aveva già pensato Trump durante il suo primo periodo presidenziale (2017-2020). Dopo le misure di allentamento delle restrizioni agli scambi commerciali tra Stati Uniti e Cuba adottate nel 2015 dal presidente Obama (‪2009-2016), il tycoon pose fine al disgelo e intensificò l’attacco. Ritirò il 60% del personale della nuova ambasciata all’Avana, limitò la concessione dei visti ed espulse diversi diplomatici cubani dall’ambasciata di Washington.

Nella speranza di creare le condizioni favorevoli al rovesciamento del governo rivoluzionario, Trump ha inasprito l’embargo adottando 243 misure unilaterali.

Tra le più estreme figura l’ammissibilità di procedimenti giudiziari nei tribunali statunitensi in base al Titolo III della Legge Helms-Burton, che dà la possibilità di promuovere azioni legali contro persone ed entità, anche di paesi terzi, che investono nel territorio cubano in proprietà nazionalizzate dopo il 1959. Sono state anche adottate nuove misure per restringere ulteriormente i viaggi a Cuba, imposti nuovi limiti alle rimesse (invio di denaro), boicottati gli accordi di cooperazione medica internazionale e creati nuovi strumenti coercitivi nella sfera commerciale, come, ad esempio, impedire le importazioni di prodotti provenienti da qualsiasi Paese che contengano più del 10% di componenti statunitensi.

Allo stesso modo, è stata vietata l’importazione negli Stati Uniti di rum e tabacco di origine cubana ed è stata creata una lista di 231 entità cubane con le quali è vietato effettuare transazioni finanziarie dirette. Il governo Trump ha inoltre intensificato la persecuzione delle operazioni bancario-finanziarie di Cuba, ha adottato misure contro le navi, le compagnie di navigazione, le compagnie di assicurazione e di riassicurazione legate al trasporto di carburante e ha incluso Cuba in elenchi arbitrari riguardanti i diritti umani, la libertà religiosa, il traffico di persone e il terrorismo.

Per capire meglio l’impatto di tutto ciò sulla popolazione, Bruno Rodríguez ha spiegato che quattordici ore di embargo “illegale e criminale” rappresentano il costo dell’insulina necessaria per curare tutti i pazienti diabetici dell’isola; due mesi equivalgono al costo di carburante necessario per coprire il fabbisogno elettrico nazionale, mentre un mese di bloqueo implica la perdita delle risorse economiche necessarie per il piano annuale di produzione di energia solare.

L’ulteriore stretta contro la maggiore delle Antille ha quasi bloccato la produzione di zucchero, motore economico di Cuba, più del 96% delle piccole e medie imprese rischia la chiusura per mancanza di energia, il turismo è calato drasticamente e sono sempre meno le compagnie che volano sull’isola. Particolarmente delicata è la situazione sanitaria, dove più di 96 mila persone, di cui 11 mila bambini, attendono interventi chirurgici, 16 mila pazienti non possono continuare le sedute di radioterapia e altri 3 mila l’emodialisi.

In un contesto di per sé già estremamente difficile, con gli Stati Uniti presidiando militarmente i Caraibi e minacciando i governi della regione non allineati con i loro interessi economici, politici e geostrategici, l’offensiva lanciata negli ultimi mesi dalla coppia Trump/Rubio, insieme all’accusa contro Cuba di essere “una minaccia inusuale e straordinaria”, hanno inasprito ulteriormente il clima ed esacerbato il conflitto. 

“Cuba è una nazione al collasso. Porteremo avanti la nostra iniziativa (di impedire l’arrivo regolare di petrolio), ma è anche possibile che andremo a Cuba una volta concluso  questo (la guerra contro l’Iran)”, ha dichiarato Trump durante una conferenza stampa. Rincarando la dose, il governante ha assicurato che il “regime cadrà molto presto” e che “prendersi Cuba sarebbe un onore”. Il segretario di Stato ha invece avvertito che il cambiamento di sistema economico a Cuba è urgente e necessario, ma che non sarà possibile senza un cambio di governo. “Chi investirà migliaia di milioni in un Paese comunista governato da comunisti incompetenti? Le cose devono cambiare”, ha minacciato Rubio.

Alle minacce oramai nemmeno tanto velate ha risposto il presidente cubano Miguel Díaz-Canel. “Ancora una volta, Donald Trump mette Cuba al centro di una strategia di coercizione e cerca di piegare la sovranità del popolo cubano. Non ci sorprende che nella sua retorica aggressiva ripeta vecchie formule fallimentari, incolpando Cuba delle conseguenze di oltre sei decadi di embargo economico e guerra non convenzionale. 

Cuba – ha continuato Díaz-Canel – non sarà mai territorio di ambizioni imperialiste. La storia ha dimostrato che nessuna minaccia ha potuto piegare la decisione sovrana del popolo cubano di difendere la propria indipendenza e il proprio sistema politico. La sovranità cubana non si negozia. Cuba la difende e la difenderà fino all’ultimo”. 

In caso di aggressione armata o di tentativo d’invasione, il presidente cubano ha spiegato che verrebbe immediatamente attivata una dottrina difensiva che implica resistenza generalizzata e guerra di guerriglia. “Per le forze statunitensi non sarebbe certo una passeggiata. Ribadiamo che siamo sempre aperti al dialogo, sempre e quando si basi sul rispetto reciproco”. 

Per Marco Consolo, analista internazionale ed esperto di America Latina, da anni radicato nella regione, ci troviamo di fronte a uno scenario estremamente complesso, in cui gli Stati Uniti hanno oramai abbandonato qualsiasi remora e si sono posti fuori dal diritto internazionale, tanto con misure ritorsive di carattere economico e commerciale e di ingerenza politico-elettorale, quanto con azioni di hard power, principalmente minacce, aggressioni e interventi militari. 

“Se a questo aggiungiamo la mancanza assoluta di credibilità degli Usa in un contesto di negoziati, la decisione di considerare Cuba una ‘minaccia inusuale e straordinaria’, l’avanzata dei governi ultraconservatori e ultra neoliberisti nel continente e la mancanza di materie prime e fonti energetiche che possano far gola all’impero, è evidente che il vero obiettivo di Washington rimanga sempre e solo lo stesso: colpire e distruggere un simbolo di resistenza per tutti i popoli che hanno a cuore la giustizia sociale nel mondo. Un esempio di dignità che ha saputo tessere relazioni e rapporti diplomatici e a ottenere il rispetto anche di tanti governi”, ha spiegato Consolo a Pagine Esteri.

Proprio contro Cuba e chi la sostiene a livello regionale si sono scagliati alcuni dei governi satellite di Washington, riuniti recentemente con Trump a Miami per dare vita all’iniziativa Scudo delle Americhe. “Se in passato assistevamo a sanguinosi colpi di Stato, con decine di migliaia di morti e desaparecidos, oggi le dinamiche sono diverse e i cambi di regime avvengono attraverso golpes blandos, sfacciate ingerenze politiche ed elettorali, sanzioni economiche e commerciali, guerre mediatiche asimmetriche. In America Latina (e non solo) soffiano venti di guerra e chi nel ‘cortile di casa’ non si piega agli interessi di Washington si espone a tutto ciò”, avverte Consolo.

Una situazione che rischia anche di peggiorare in vista delle elezioni di medio termine (midterm) negli Stati Uniti, alle quali Trump arriva in pessime condizioni. 

“Deve affrontare un debito interno ed estero enorme, si dibatte in una grave crisi economica, i repubblicani sono in netto calo e hanno subito varie sconfitte elettorali e si sono aperte vistose crepe all’interno del suo governo e delle forze armate. Inoltre, il blocco MAGA (Make America Great Again) perde i pezzi e Trump è sotto accusa per aver tradito le promesse fatte in campagna elettorale, mentre cresce la protesta, soprattutto da parte della comunità latina, contro gli abusi dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement). Da qui a novembre, Trump cercherà di portare a casa più risultati possibili e la politica estera serve molto spesso a sviare l’attenzione. Perché quindi non puntare su una guerra di distrazione nel ‘cortile di casa’?”, si domanda Consolo. 

Nonostante la campagna di strangolamento e il feroce assedio medioevale degli Stati Uniti, la capacità di resistenza del popolo cubano è degna di ammirazione.

“È il frutto di una rivoluzione che ha saputo costruire una coscienza popolare, con una profonda riserva morale che, in questo momento, funziona da antidoto contro una possibile aggressione. Inoltre – continua il latinoamericanista – l’assassinio dei 32 militari cubani durante il sequestro di Nicolás Maduro in Venezuela ha generato un’ondata di orgoglio e di dignità nazionale, ha ridato linfa al patriottismo e all’antimperialismo, soprattutto tra le nuove generazioni. Se pensano che bombardando Cuba si possa facilmente fare tabula rasa di tutto ciò, si sbagliano di grosso”.

Per Consolo è quindi giunto il momento che la solidarietà dei popoli e di quei governi che tutti gli anni, sistematicamente, condannano e votano contro l’embargo statunitense passi da un’accezione meramente diplomatica a una concretamente preventiva. “Contro le ultime misure di Washington abbiamo visto la straordinaria mobilitazione della solidarietà dei popoli e di alcuni governi, ma non è sufficiente. Lo sforzo internazionale deve essere preventivo, perché è fondamentale evitare che ci sia un’aggressione militare. La pressione contro i piani criminali di Trump deve essere ora”.


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