Pagine Esteri – I media britannici – e non solo – si chiedono da giorni chi sarà il prossimo leader del Partito Laburista a sostituire il primo ministro Keir Starmer, artefice di un fallimento politico ed elettorale che ha portato il partito alla bancarotta.

C’è da chiedersi come abbia fatto la storica formazione socialista, nata come diretta espressione delle organizzazioni sindacali nel 1900, a sopravvivere già allo storico testacoda di Tony Blair, che già dal 1997 al 2007 guidò il paese all’insegna di una linea politica rigidamente liberista in economia e neo-imperialista in politica estera, tenendo Londra in prima fila nella disastrosa – soprattutto per il popolo iracheno – guerra contro Baghdad.
Dopo la fine dell’era Blair il partito perse credibilità e appeal, per poi recuperarla solo con l’ascesa del leader della sinistra interna Jeremy Corbyn, la cui battaglia per riportare il Labour a ricucire con i sindacati conflittuali e con la classe lavoratrice britannica coinvolse decine di migliaia di giovani e di nuovi militanti.

Ma il “Momentum” – come era stato ribattezzato il movimento politico di supporto alla svolta a sinistra dei laburisti – durò poco, con l’apparato del partito impegnato a ostacolare il progetto di Corbyn e dei suoi collaboratori, finendo con l’espellerlo grazie alla pretestuosa e strumentale accusa di antisemitismo dopo la sconfitta elettorale del 2019.
La guida del partito passa allora a Sir Keir Starmer, definito un “laburista moderato”, che nel 2024 riporta la formazione alla vittoria. Ma dopo due anni di politiche di tagli al welfare residuo i laburisti hanno subito una nuova batosta alle recenti elezioni amministrative dalle quali sono usciti nettamente ridimensionati ed in crisi verticale di credibilità, assediati a sinistra dai Verdi e a destra dai Liberaldemocratici e dal nuovo movimento populista di destra di Nigel Farage, oltre che dai movimenti indipendentisti di sinistra scozzese e gallese.

La catastrofe, annunciata dai sondaggi, è avvenuta lo scorso 7 maggio, quando le elezioni amministrative hanno fornito un bilancio di metà mandato del governo in carica. I cittadini britannici, chiamati ai seggi per rinnovare 136 consigli locali ed eleggere oltre 5000 consiglieri, hanno punito senza appello i laburisti considerati inefficienti e lontani dagli interessi della popolazione. E così il partito di Starmer ha perso 1500 seggi, perdendo il controllo di storiche roccaforti operaie che aveva governato ininterrottamente dal dopoguerra, oltre che del Galles, espugnato dagli indipendentisti di centrosinistra del Plaid Cymru.

Molti ex roccaforti laburiste sono state espugnate dai populisti di destra di “Reform Uk” che ha improvvisamente conquistato il 26% dei voti complessivi e circa 500 consiglieri soprattutto nelle aree ex industriali del nord, nelle Midlands ed in altre aree che avevano votato compattamente a favore della Brexit nel referendum del 2016. I migliori risultati Farage li ha ottenuti tra gli elettori 50enni e nelle aree interne.

Ovviamente il risultato del voto amministrativo è stato letto da tutti come un giudizio dell’operato per Primo Ministro, punito per le politiche ritenute troppo liberiste dall’elettorato di sinistra o troppo tollerante nei confronti dell’immigrazione dai settori della popolazione convinti da Farage che gli stranieri rappresentino la fonte di tutti i mali. Gli elettori hanno punito il Labour soprattutto per la gestione fallimentare della sanità pubblica e per l’aumento del costo della vita. Poi, nel voto, ha pesato anche la scelta da parte di Starmer di eleggere Peter Mandelson ad ambasciatore di Londra negli Stati Uniti, nonostante sapesse che il vecchio barone blairiano fosse stato uno stretto collaboratore dell’ex finanziere pedofilo statunitense Jeffrey Epstein.

Che il boom elettorale dell’estrema destra abbia dissanguato anche il Partito Conservatore all’opposizione non tranquillizza lo stato maggiore del centrosinistra. Il 7 maggio infatti il Labour ha raggranellato soltanto il 18% dei consensi, con i Verdi che si sono pericolosamente attestati a pochissima distanza (con il 15%) grazie al boom dei consensi tra i giovani e le donne. Ad allarmare sono le rilevazioni che attestano che solo il 38% di chi aveva scelto il Labour nel 2024 dichiara di essere disponibile a ripetere il voto alle prossime politiche.

La storica sconfitta potrebbe quindi aver dato ai laburisti britannici il colpo di grazia, aprendo una battaglia per la successione che sta gettando il partito nel caos, scosso dallo scontro tra correnti che in gran parte condividono la visione liberale di Starmer ma ora sgomitano per affermarsi a pese delle cordate concorrenti mentre la base assiste sgomenta allo scontro di potere.

Nel corso del fine settimana il Daily Mail, citando vari esponenti della direzione laburista, ha scritto che il Primo Ministro – che da settimane rifiuta di dimettersi – avrebbe confidato ai suoi più stretti collaboratori la sua volontà di rassegnare le dimissioni, a condizione però di farlo “con dignità” e scegliendo i tempi e i modi dell’annuncio.

Intanto attorno a Starmer è già partita la battaglia per la successione. Gli ambienti vicini al Primo Ministro gli chiedono di evitare qualsiasi passo almeno fino al 18 giugno, giorno in cui si voterà per le elezioni suppletive nel collegio di Makerfield. Le correnti che ne chiedono invece le dimissioni immediate invece fanno presente che ogni giorno di ritardo nell’avvicendamento al vertice pesa come un macigno sulla possibilità per i laburisti di tentare di risalire la china. E così nei giorni scorsi vari ministri hanno rinunciato all’incarico, mentre più di duecento deputati hanno minacciato di dimettersi in blocco se Starmer non ti toglierà di mezzo.

Nei giorni scorsi Starmer ha promesso quello che ha definito un “reset” del suo programma di governo, riconoscendo vari errori di comunicazione e di gestione. Il Primo Ministro ha addirittura cercato di convincere la residua ala sinistra del partito a sostenerlo, resuscitando improvvisamente la bandiera del “socialismo” e annunciando la nazionalizzazione di “British Steel”, la compagnia siderurgica nazionale che i proprietari cinesi sembrano non avere molto interesse a sviluppare.
Cercando di puntellare la sua leadership, Starmer ha “richiamato in servizio” anziani dirigenti come l’ex Ministro delle Finanze Gordon Brown o l’ex leader laburista Harriet Harman, incaricati di coadiuvare e di stimolare l’attività del governo.

Ma il restyling non ha convinto i detrattori del Primo Ministro, né fuori né all’interno del partito. «Troppo poco e troppo tardi» ha sintetizzato la deputata Catherine West, a capo di una delle correnti laburiste che chiede a Starmer di farsi da parte.

Intanto le varie correnti del partito si stanno organizzando per incoronare il successore di Starmer. Tra i nomi che circolano due sembrano avere al momento maggiori chance di successo.
La prima candidata è Angela Rayner, l’attuale vicepremier ed esponente della sinistra sindacale. Un altro candidato alla leadership è Andy Burnham, popolare sindaco della “Grande Manchester”e anch’esso esponente dell’ala progressista del partito, che potrebbe godere dell’appoggio della stessa Rayner.
Burnham punta su un’agenda più sociale e aggressiva contro il costo della vita, aprendo anche alla possibilità di maggiore controllo pubblico sui servizi essenziali come energia, acqua e alloggi popolari, ma senza stravolgere il profilo timidamente socialdemocratico della formazione.
Burnham però non è attualmente deputato, condizione essenziale per essere nominato primo ministro, e potrebbe ovviare al problema concorrendo ad una delle elezioni suppletive che le dimissioni ad hoc di qualche parlamentare compiacente potrebbe innescare oppure presentandosi all’appuntamento a Makerfield di giugno.

Ma la procedura per la successione richiede tempi relativamente lunghi. Per lanciare la sfida formale al leader in carica, gli sfidanti dovranno prima ottenere le firme di sostegno di almeno il 20% dei parlamentari laburisti. Poi i pretendenti dovranno ottenere il sostegno da parte delle organizzazioni di base del partito e dei grandi sindacati affiliati, in particolare “Unite” e “Unison”. Se le organizzazioni del partito troveranno un accordo, potranno indicare un unico candidato, altrimenti si dovrà andare ad una conta tra gli iscritti sui diversi pretendenti.

Nelle ultime ore il partito sembra scosso da una nuova polemica dopo che l’ex ministro della Salute Wes Streeting, dimessosi in polemica con la leadership di Starmer, ha affermato apertamente che il futuro del Regno Unito è «di nuovo nell’Unione Europea» suscitando la reazione dei settori laburisti che non non si sono spesi particolarmente a favore della Brexit ma non l’hanno neanche avversata e di quelli che pur dichiarandosi contrari pensano che sia ancora troppo presto per rimettere in discussione la scelta della maggioranza degli elettori. L’ex ministro ha lasciato anche intendere di essere intenzionato a correre per la leadership del partito accusando la cerchia di Starmer di immobilismo.

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria

Trending

Scopri di più da Pagine Esteri

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere