Pagine Esteri – Dieci anni dopo il precedente congresso e mentre la causa palestinese attraversa una delle sue stagioni più drammatiche, Fatah ha chiuso ieri sera a Ramallah il suo ottavo congresso senza la svolta radicale che la base auspicava con l’auspicio che i palestinesi possano ritrovare l’unità nazionale. I risultati delle elezioni interne hanno confermato la forza di figure simboliche della storia del movimento, ma anche la capacità della vecchia guardia moderata di mantenere saldamente il controllo dell’apparato politico e istituzionale del partito che rappresenta il pilastro della tanto criticata l’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen.
Un dato significativo è arrivato dall’elezione di Marwan Barghouti, il più popolare dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, risultato il candidato più votato per il Comitato centrale di Fatah. Un esito dal forte valore simbolico e politico. Barghouti, condannato all’ergastolo da Israele durante la seconda Intifada, continua a rappresentare per molti l’immagine di una leadership nazionale combattiva, capace di parlare tanto ai sostenitori di Fatah quanto ai palestinesi che negli ultimi anni si sono spostati in massa verso il movimento islamico Hamas.
Subito dietro di lui però si è piazzato un uomo di apparato e di dialogo con Usa e Israele, Majid Faraj, capo dei servizi segreti dell’Anp. Il suo risultato consolida ulteriormente il peso delle agenzie di sicurezza all’interno di Fatah e conferma il ruolo centrale assunto negli ultimi anni dagli uomini più vicini ad Abu Mazen. Al terzo posto è arrivato un dirigente storico, Jibril Rajoub, seguito da Hussein Sheikh, il più stretto collaboratore di Abu Mazen e considerato il suo successore designato.
Tra le sorprese figura il quinto posto ottenuto da Laila Ghannam, governatrice di Ramallah e Al-Bireh, entrata per la prima volta nel Comitato centrale con 1.472 voti. Poco dietro Mahmoud al-Aloul, figura storica del movimento, e Tawfiq al-Tirawi, anch’egli esponente della vecchia guardia e uomo di lungo corso dell’apparato di sicurezza palestinese.
Le elezioni hanno assegnato 18 seggi nel Comitato centrale e 80 nel Consiglio rivoluzionario, il parlamento interno del movimento. Nonostante alcuni volti nuovi, il risultato finale riflette soprattutto la continuità con la linea passiva di fronte alle politiche di Israele tenuta negli ultimi 15 anni dai vertici del partito. La vecchia leadership ha mantenuto le posizioni decisive e il quasi novantenne Abu Mazen è stato rieletto per acclamazione presidente del movimento già nel primo giorno del congresso. Un passaggio che ha evidenziato ancora una volta la difficoltà di Fatah ad aprire un vero confronto sul futuro politico palestinese.
L’ingresso nel Comitato centrale di Yasser Abbas, figlio di Abu Mazen, ha inoltre alimentato le critiche di quanti denunciano da anni la crescente concentrazione del potere attorno a un ristretto gruppo dirigente. Parallelamente, la forte affermazione di Faraj e la centralità di Hussein al-Sheikh confermano le opinioni di chi afferma che la successione ad Abu Mazen venga gestita all’interno di un circuito politico e securitario molto ristretto, distante dalle richieste di rinnovamento provenienti dalla base.
Tra gli elementi che deviano dalla continuità c’è l’elezione di due ex detenuti liberati da Israele nello scambio dello scorso anno tra ostaggi israeliani e prigionieri politici palestinesi. Zakaria Zubaidi, popolare ex comandante delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa a Jenin durante la seconda Intifada e Taysir Bardini di Gaza. La loro presenza è stata letta da molti delegati come un tentativo di recuperare almeno simbolicamente il legame storico tra il movimento e la militanza popolare. Anche Gaza ha ottenuto una rappresentanza significativa nel Comitato centrale con quattro seggi..
I piccoli segnali di novità non attenuano il dato di fondo: Fatah non ha prodotto una nuova piattaforma politica capace di rilanciare il movimento e più di tutto ridefinire la strategia nazionale palestinese assieme alle altre forze politiche islamiste o di sinistra. Nel suo intervento inaugurale Abu Mazen ha parlato soprattutto delle riforme nell’Anp che gli hanno intimato Usa e Ue, ribadendo l’intenzione di tenere future elezioni presidenziali e legislative senza però indicare alcuna data concreta. Ha denunciato Israele perché ha di fatto confiscato circa cinque miliardi di dollari di fondi palestinesi e ha lasciato intendere che l’Anp sarebbe pronta ad assumere il controllo amministrativo di ciò che resta della Striscia di Gaza, senza però ipotizzare un accordo o un’intesa con Hamas. Il dibattito perciò è rimasto limitato quasi esclusivamente alla gestione dell’Anp e agli appelli rituali alla soluzione dei due Stati, una prospettiva in cui ormai pochi sembrano credere alla luce delle politiche di annessione della Cisgiordania praticate da Israele.
Le voci critiche non sono mancate, anche se marginalizzate. Diversi quadri intermedi hanno boicottato il congresso. Ahmed Ghneim, vicino a Barghouti, ha accusato la leadership di avere “emarginato le figure storiche e i quadri più legati alla tradizione militante del movimento”. Secondo Ghneim, soltanto un maggiore protagonismo degli ex prigionieri e delle giovani generazioni potrà impedire “il definitivo svuotamento politico di Fatah”. Ancora più duro il giudizio dello scrittore e poeta Mutawakkil Taha, che ha definito l’ottavo congresso “un’occasione mancata” per ridefinire programmi, leadership e strategie alla luce della nuova realtà palestinese.




