Il governo di Javier Milei continua a presentarsi come il laboratorio più radicale del neoliberismo latinoamericano. Per mesi è apparso forte, quasi inattaccabile, sostenuto dall’appoggio internazionale della nuova destra globale: da Donald Trump a José Antonio Kast fino a Benjamin Netanyahu. Un asse politico e simbolico che ha contribuito a costruire l’immagine di Milei come figura centrale dell’offensiva ultraliberista e reazionaria internazionale. Ma sotto la superficie della retorica libertaria crescono crepe sociali e politiche sempre più evidenti.

L’ultimo sondaggio della consultora Zubán Córdoba, diffuso il 16 maggio, mostra infatti un dato significativo: il 57,2 per cento degli argentini dichiara che non voterebbe Milei alle presidenziali del 2027. Solo il 18,7 per cento afferma con certezza che lo rieleggerebbe, mentre un ulteriore 12,7 risponde con un più incerto “potrei votarlo”. Un consenso potenziale che si aggira attorno al 30 per cento, cioè una cifra molto simile a quella ottenuta da La Libertad Avanza alle primarie del 2023.

Il dato interessante è che il rifiuto del presidente attraversa praticamente tutte le fasce sociali e generazionali. Anche tra gli uomini, segmento che nel 2023 era stato uno dei principali bacini elettorali del leader libertario, il “non lo voterei” supera il 55 per cento. Tra le donne il rigetto sale oltre il 58 per cento. Ancora più rilevante è la caduta dell’adesione emotiva al progetto mileista: a gennaio il 43 per cento degli intervistati riteneva che “le misure del governo fossero necessarie anche se dolorose”; oggi quel sostegno è precipitato al 32 per cento.

Dietro questi numeri ci sono mesi di austerità feroce. I tagli alla spesa pubblica, la demolizione di programmi sociali, l’attacco al sistema universitario e alla sanità, insieme al crollo del potere d’acquisto, stanno colpendo settori che inizialmente avevano guardato con simpatia al presidente. La promessa di stabilizzazione economica si è tradotta per milioni di persone in precarietà, disoccupazione e impoverimento accelerato.

È in questo contesto che sono tornate con forza le mobilitazioni di piazza. Le grandi manifestazioni universitarie, gli scioperi generali convocati dalla Confederación General del Trabajo, le proteste dei pensionati e le iniziative dei movimenti sociali hanno mostrato che l’opposizione al governo non è confinata alle strutture del peronismo tradizionale, ma attraversa pezzi importanti della società argentina. Le piazze hanno ricominciato a riempirsi attorno a una parola d’ordine semplice: fermare la distruzione del tessuto sociale.

Di fronte a questa situazione, Milei sembra aver scelto l’escalation permanente. Gli attacchi ai giornalisti sono diventati quotidiani, con insulti pubblici e aggressioni verbali sempre più esplicite. Il presidente ha trasformato il conflitto con la stampa in un pilastro della sua comunicazione politica, cercando di mantenere mobilitata la propria base più radicalizzata. Ma anche questa strategia mostra segni di usura. Persino media non ostili al governo iniziano a parlare apertamente di isolamento politico e perdita di controllo del consenso.

A complicare ulteriormente il quadro ci sono gli scandali che hanno colpito figure centrali dell’esecutivo, come le accuse di arricchimento illecito rivolte al portavoce e capo di Gabinetto Manuel Adorni. Episodi che si sommano alla crescente percezione di un governo incapace di mantenere la promessa anti-casta con cui aveva conquistato parte dell’elettorato.

Il punto centrale, però, è che il progetto mileista continua a mantenere una base sociale consistente, anche se minoritaria. La crisi del peronismo, le divisioni dell’opposizione e la frammentazione politica impediscono per ora la costruzione di un’alternativa chiara. Per questo la partita argentina resta aperta: da una parte un governo che perde consenso ma conserva capacità egemonica; dall’altra una società che torna a mobilitarsi senza aver ancora trovato una sintesi politica capace di trasformare il malcontento in proposta.

L’Argentina entra così in una nuova fase. Non più l’euforia del “fenomeno Milei”, ma una stagione di logoramento, conflitto sociale e polarizzazione crescente, in cui le strade e i sondaggi iniziano finalmente a raccontare la stessa storia.


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