L’incriminazione dell’ex presidente cubano Raúl Castro da parte degli Stati Uniti segna una nuova e pericolosa escalation nella lunga guerra politica, economica e ideologica che Washington conduce contro Cuba da oltre sessant’anni. Le accuse annunciate mercoledì dall’amministrazione del presidente Donald Trump, relative all’abbattimento nel 1996 di due piccoli aerei dell’organizzazione anticastrista “Brothers to the Rescue” indicano che la Casa Bianca intende intensificare la pressione al punto anche di lanciare un attacco all’Avana ripetendo quanto compiuto contro il Venezuela che ha visto il suo presidente Maduro rapito da commando americani e ora sotto processo negli Usa.
L’atto d’accusa contro Castro, oggi novantaquattrenne, comprende imputazioni come omicidio di cittadini statunitensi, distruzione di aeromobili e cospirazione. È raro che Washington incrimini un ex capo di Stato straniero, e la scelta assume contorni ancora più inquietanti se collocata nel clima internazionale creato negli ultimi mesi dalla nuova amministrazione Trump.
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha definito l’iniziativa «una manovra politica» destinata a giustificare possibili azioni militari contro l’isola. Díaz-Canel ha ribadito che Cuba non rappresenta alcuna minaccia per gli Stati Uniti e che l’abbattimento degli aerei nel 1996 avvenne nell’ambito della difesa della sovranità nazionale. Per l’Avana, quei velivoli avevano violato ripetutamente lo spazio aereo cubano nel quadro delle provocazioni organizzate da gruppi di esuli anticastristi con base a Miami.
La vicenda riporta alla memoria decenni di pressioni e ostilità di Washington contro la Rivoluzione cubana. Dal trionfo rivoluzionario guidato nel 1959 da Fidel Castro, gli Stati Uniti hanno cercato in ogni modo di piegare l’isola: invasione militare alla Baia dei Porci nel 1961, attentati, sabotaggi, isolamento diplomatico e soprattutto un blocco economico che nel tempo si è trasformato in una vera e propria guerra finanziaria. Oggi, sotto Trump, quella pressione ha assunto forme ancora più aggressive. Washington minaccia sanzioni contro i Paesi che forniscono carburante a Cuba, aggravando la già drammatica crisi energetica che colpisce la popolazione civile cubana.
Le interruzioni di corrente, la scarsità di carburante e le difficoltà di approvvigionamento alimentare vengono incredibilmente presentate dal segretario di Stato Marco Rubio come il risultato esclusivo dell’inefficienza del sistema cubano e del controllo esercitato dal conglomerato militare GAESA. Rubio, figlio di immigrati cubani e figura di punta dell’ala più radicale dell’anticastrismo statunitense, accusa il gruppo economico legato alle Forze armate rivoluzionarie di monopolizzare le ricchezze del Paese.
GAESA, il Grupo de Administración Empresarial creato negli anni Novanta sotto la supervisione di Raúl Castro, controlla una parte significativa dell’economia cubana: alberghi, porti, banche, supermercati, stazioni di servizio e imprese legate alle rimesse. Washington sostiene che il conglomerato sia uno “Stato nello Stato”, responsabile dell’accaparramento delle risorse nazionali. Cuba respinge queste accuse e sottolinea invece il peso devastante del blocco economico imposto dagli Stati Uniti, che ostacola le transazioni finanziarie internazionali, limita l’accesso al credito e scoraggia investimenti e commerci.
Negli ultimi mesi anche esperti delle Nazioni Unite hanno denunciato le conseguenze umanitarie della stretta economica americana, parlando apertamente di “fame energetica” provocata dalle restrizioni sul carburante. Eppure Washington continua a presentarsi come “benefattrice”: Rubio ha addirittura offerto cento milioni di dollari di aiuti all’Avana, proposta definita “cinica” dal ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla. Per il governo cubano, gli Stati Uniti prima strangolano economicamente l’isola e poi pretendono di apparire come salvatori.
La nuova offensiva contro Cuba si inserisce inoltre in una strategia regionale più ampia. Dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro e il rafforzamento delle pressioni contro governi considerati ostili a Washington, l’amministrazione Trump sembra voler riaffermare la tradizionale dottrina statunitense sull’America Latina come “cortile di casa”. Le dichiarazioni dello stesso Trump, che ha promesso di “scacciare le forze dell’illegalità e dell’influenza straniera da L’Avana al Canale di Panama”, evocano una visione neo-imperiale.
Eppure, nonostante oltre sei decenni di embargo, crisi economiche, isolamento e campagne di destabilizzazione, Cuba continua a resistere. La resilienza dell’isola rimane uno degli elementi più sorprendenti della storia contemporanea latinoamericana. Il sistema cubano attraversa certamente una delle fasi più difficili dalla fine dell’Unione Sovietica: turismo in calo, emigrazione crescente, inflazione e carenze diffuse alimentano il malcontento sociale. Tuttavia il governo dell’Avana conserva ancora una notevole capacità di tenuta politica e simbolica.
La figura di Raúl Castro, protagonista insieme al fratello Fidel della guerriglia contro il dittatore filoamericano Fulgencio Batista, continua a rappresentare per molti cubani la memoria storica della sovranità nazionale conquistata contro l’imperialismo. Ed è proprio questo il nodo centrale dello scontro con Washington: non soltanto il modello economico cubano, ma il rifiuto dell’isola di piegarsi alle direttive statunitensi.
Le accuse contro Raúl Castro rischiano dunque di rafforzare ulteriormente il sentimento antiamericano all’interno di Cuba. Ancora una volta gli Stati Uniti sembrano sottovalutare la capacità dell’isola di trasformare l’assedio esterno in strumento di mobilitazione interna. È una dinamica che si ripete da decenni: ogni nuova sanzione, ogni minaccia, ogni tentativo di isolamento contribuisce a consolidare nell’immaginario cubano l’idea di una resistenza permanente contro una superpotenza incapace di accettare l’esistenza, a poche decine di chilometri dalla Florida, di uno Stato che rivendica la propria indipendenza politica e libertà.




