Pagine Esteri – In Bolivia migliaia di manifestanti che paralizzano da settimane il paese andino pretendendo le dimissioni del presidente di destra Rodrigo Paz sono tornati in piazza a Cochabamba scontrandosi con la polizia e lanciando petardi, pietre e dinamite. Le forze dell’ordine hanno reagito con manganellate e lacrimogeni, arrestando decine di persone mentre i blocchi stradali organizzati dagli operai e dai minatori organizzati principalmente dalla Central Obrera Boliviana (COB) e da alcuni movimenti contadini e indigeni continuano a interrompere importanti via di comunicazione. A Cochabamba gli scontri sono iniziati quando gli agricoltori hanno tentato di bloccare un ponte che collega la regione alla parte occidentale del Paese. Contemporaneamente una folla ha preso d’assalto la sede di un sindacato dei trasporti pubblici a El Alto, mentre le tensioni aumentavano a causa della carenza di carburante.
I nuovi scontri sono scoppiati dopo che il presidente Paz ha promulgato lunedì lo stato d’emergenza, precedentemente approvato dalla sua maggioranza parlamentare, nel tentativo di porre fine allo sciopero generale a oltranza che sta mettendo in ginocchio il paese.

Il blocco dura ormai da più di cinque settimane ed ha già provocato carenze di cibo, carburante e forniture mediche in varie zone della Bolivia dove i manifestanti non permettono l’arrivo dei rifornimenti. I manifestanti hanno infatti eretto circa 150 blocchi stradali – attualmente ne rimarrebbero attivi una novantina – su importanti arterie isolando quasi completamente le principali città, in particolare La Paz.
Il 23 maggio scorso il governo ha tentato un’azione di forza contro i blocchi. Una carovana guidata dal Ministro dei Lavori Pubblici, Mauricio Zamora, è partita dalla capitale alla volta di Oruro, scortata da 2.000 agenti di polizia, con l’obiettivo di rimuovere i blocchi stradali come richiesto dal blocco civico di destra. L’operazione si è però rivelata un completo fallimento, e il ministro è stato costretto a rifugiarsi per diverse ore in una strada secondaria per sfuggire alla rabbia dei manifestanti e dei residenti.

Dopo il fallimento del blitz, Paz ha apparentemente aperto al dialogo, chiesto da alcune organizzazioni sociali non coinvolte nelle proteste e dalla Chiesa. Per ottenere la collaborazione dei vertici sindacali, il 29 maggio il Tribunale Anticorruzione ha revocato i mandati di arresto spiccati nei confronti di Mario Argollo, segretario esecutivo della COB, e di Vicente Salazar, della federazione contadina e indigena Túpac Katari; ma i leader della protesta hanno comunque rifiutato di sedersi al tavolo della trattativa con il governo.

I sindacati, i contadini e le comunità indigene degli altipiani hanno iniziato le proteste contestando l’abolizione dei sussidi sui carburanti da parte dell’esecutivo e altre misure economiche, denunciando l’intollerabile inflazione e l’erosione dei salari già insufficienti, il rapido impoverimento delle classi popolari e un aumento delle diseguaglianze. A generare rabbia e indignazione, anche in una parte degli strati popolari che hanno votato Paz e che ora si sentono traditi, è stata anche l’abolizione della tassa sui grandi patrimoni e il tentativo del governo di modificare la legge sulla proprietà della terra con l’obiettivo di costringere migliaia di contadini a consegnare i loro piccoli appezzamenti ai grandi latifondisti che vorrebbero implementare un modello di agro-business su vasta scala ispirato a quello in vigore in Brasile e in Argentina.
La situazione economica è resa particolarmente precaria dal drastico calo delle esportazioni di gas naturale, che nell’ultimo decennio sono diminuite di quasi il 60% causando una grave carenza di liquidità in valuta estera. Lo stesso governo ha dovuto riconoscere che, se non verranno scoperti nuovi giacimenti di gas, la Bolivia dovrà iniziare a importarlo. La scarsità di gas e l’esigenza di esportarne il più possibile per riempire le casse dello stato, in una situazione in cui il 70% dell’energia elettrica è prodotta utilizzando questa risorsa, ha già cominciato a provocare i primi black out esasperando ancora di più gli animi.

Le proteste, oltre a condannare la distribuzione da parte delle autorità di benzina di scarsa qualità che ha danneggiato migliaia di veicoli, respingono anche la ventilata privatizzazione della compagnia petrolifera statale “Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos”, un ente devastato nel frattempo dalla corruzione: negli ultimi sei mesi ben tre presidenti si sono succeduti alla guida dell’azienda e altri due sono tuttora latitanti perché accusati di arricchimento illecito.

Il governo ha promesso di mettere mano alla situazione ma ha soprattutto utilizzato la mano dura contro chi protesta, portando il paese sull’orlo di una guerra civile.
Un rapporto pubblicato durante lo scorso fine settimana dal Difensore Civico, una figura indipendente dal governo, ha rivelato che dal 1° maggio al 2 giugno la repressione delle proteste ha già provocato 10 morti, 37 feriti e 365 arresti. Secondo altre fonti i morti finora sarebbero stati in realtà 12.

Nonostante la repressione, i dimostranti si sono in gran parte rifiutati di sedersi al tavolo con il presidente e continuano a chiedere le sue dimissioni, a soli sette mesi dal suo insediamento.
L’elezione di Rodrigo Paz alla fine del 2025 ha posto fine a 20 anni quasi ininterrotti di governo del Movimento per il Socialismo (MAS), un partito di sinistra fondato dal carismatico ex presidente Evo Morales che le divisioni interne alla formazione e le manovre degli ambienti reazionari del paese hanno estromesso dal potere e che ora il governo minaccia di arrestare con l’accusa di reati sessuali.

Ora si attende di capire se dopo la promulgazione dello stato d’emergenza il presidente Paz deciderà di mobilitare l’esercito contro i manifestanti per rimuovere i blocchi e ristabilire l’ordine, una mossa che in passato ha causato la caduta di diversi capi di stato a causa della reazione delle organizzazioni contadine, indigene e operaie. All’interno della mobilitazione crescono intanto i gruppi di lavoratori autorganizzati, svincolati dalle organizzazioni sindacali e contadine storiche spesso accusate dai settori più radicali di non voler estendere la mobilitazione e lo sciopero a tutti i settori del mondo del lavoro, mossa che costringerebbe il governo a cedere.

Nel suo intervento successivo alla promulgazione dello stato d’emergenza l’esponente della destra boliviana ha affermato la sua intenzione di continuare a dialogare con «le organizzazioni sociali che avanzano rivendicazioni legittime» rivendicando al tempo stesso la legittimità della sospensione di una parte delle garanzie costituzionali che avrebbe lo scopo di «proteggere la maggioranza del Paese dal narcotraffico e dal terrorismo fomentato dalle proteste».
La seconda parte del messaggio di Paz riecheggia quanto ha affermato qualche giorno fa il Ministro degli Esteri di Washington, Marco Rubio, che in una nota ha avvertito che gli Stati Uniti non permetteranno a “criminali e narcos” di rovesciare governi democraticamente eletti. A destare preoccupazione nei movimenti sociali è stata la recente nomina di Ernesto Justiniano a Ministro della Difesa subito dopo un suo viaggio a Washington. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria


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