Di Santiago Montag, 8 giugno 2026 – articolo di +972

(Traduzione di Federica Riccardi)

Prima di mezzogiorno del 19 maggio, Ahmad, Ali e Shawqi — tre membri della famiglia Afif — hanno lasciato le loro case a Halta, un piccolo villaggio nel sud del Libano. Insieme ad altri nove braccianti agricoli di Halta, erano stati assunti per ripulire dall’erbaccia i terreni agricoli di Rashaya Al-Foukhar, un altro villaggio a pochi chilometri dal confine israeliano. Il terreno era stato abbandonato durante i mesi di attività militare israeliana: i bulldozer israeliani avevano già distrutto i campi vicini e sradicato ulivi secolari per migliorare la visibilità dell’esercito, costringendo molti contadini ad abbandonare la zona.

I terreni agricoli si trovano all’interno della «Linea Gialla», termine usato da Israele per indicare l’area ora occupata dalle sue forze armate nel sud del Libano, mutuato dalla sua occupazione di Gaza. Quel giorno, tuttavia, il proprietario del terreno non era riuscito a ottenere da Israele, tramite l’UNIFIL, il permesso di accesso per i lavoratori. Ciononostante, li ha spinti ad andare avanti: «Niente lavoro, niente paga», li ha avvertiti. Gli uomini hanno corso il rischio per salvare i raccolti e provvedere alle loro famiglie. 

«Qui sono tutti braccianti, la gente vive alla giornata: se non lavori, non mangi», ha detto Issa Abdel Aal, il Muktar di Halta. «La vita è diventata molto più difficile a causa della guerra. Il cibo non arriva, non ci sono soldi, i mulini sono stati attaccati e le fonti d’acqua scarseggiano».

Poco dopo mezzogiorno, i soldati israeliani sono arrivati in veicoli militari e hanno arrestato l’intero gruppo. La maggior parte è stata rilasciata nel giro di poche ore, tra cui tre lavoratori rifugiati siriani e diversi uomini alle dipendenze dell’esercito libanese. Solo i tre membri della famiglia Afif sono rimasti in custodia. Da allora nessuno ha più avuto loro notizie.

«Se avessero saputo quanto fosse pericoloso, non ci sarebbero mai andati», ha detto Nahawand Hussein Shibli, madre di Ahmad e Shawqi, di 45 e 46 anni. «Ma è meglio che siano stati arrestati piuttosto che uccisi da un colpo di artiglieria o da un attacco aereo». 

Da allora, ha detto, la famiglia non ha ricevuto alcuna informazione. «Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) e l’Esercito libanese hanno contattato il «Meccanismo» [il canale di comunicazione coordinato dall’UNIFIL volto a garantire che le parti rispettino gli impegni delineati nel cessate il fuoco del novembre 2024] per richiedere informazioni, ma non è arrivata alcuna risposta. Spero solo che siano vivi», ha aggiunto tra le lacrime.

Mentre Shibli parlava, i bambini giocavano lì vicino e in sottofondo riecheggiavano le esplosioni. «È così che viviamo ogni giorno», ha detto Lubna Saleh, sorella di Ahmad e Shawqi. «All’inizio le bombe ci tenevano svegli di notte. Ma, come potete vedere, ormai i bambini si sono abituati e noi anche».

Ahmad ha sei figli e Shawqi ne ha cinque; il loro cugino Ali è celibe, ma molti abitanti del villaggio dipendono ancora dal suo lavoro. «Sono vedova. Non ho modo di procurarmi da mangiare se non attraverso i ragazzi», ha detto Umm Yihad, 60 anni.

Halta fa parte di un numero crescente di comunità nel sud del Libano dove, nonostante l’assenza di combattimenti diretti, i residenti vengono arrestati dai soldati israeliani e semplicemente scompaiono. Il giornalista investigativo libanese Hussein Chaabane, che ha recentemente documentato la questione per The Legal Agenda, un’organizzazione no profit con sede a Beirut, ha dichiarato a +972 che almeno 30 persone catturate vive in Libano tra settembre 2024 e aprile 2026 rimangono tuttora in custodia israeliana. «Le loro famiglie non sanno se siano vivi o morti», ha affermato. Israele ha negato l’accesso indipendente ai detenuti e ha negato informazioni alle loro famiglie.

I residenti ritengono che il rapimento di Ahmad, Ali e Shawqi possa essere collegato alle operazioni israeliane svoltesi nella zona la notte precedente. Il dottor Qassem al-Qadri, sindaco del vicino villaggio di Kfar Chouba, ha dichiarato a +972 che le forze israeliane stavano probabilmente cercando dei combattenti che ritenevano si trovassero nelle vicinanze. Due giorni prima, ha aggiunto, un gruppo di uomini armati non identificati era giunto nella zona con dei razzi. «Abbiamo chiesto loro di andarsene perché non volevamo avere problemi con l’esercito israeliano», ha detto.

Il 18 maggio, il giorno prima degli arresti, Israele ha colpito un’abitazione sulla strada tra Khraibeh e Rashaya Al-Foukhar, da cui, secondo quanto riferito, erano stati lanciati dei razzi. Non ci sono state vittime. Ma i residenti insistono sul fatto che Ahmad, Ali e Shawqi non avessero alcun legame con le attività armate nelle vicinanze. «Non sanno nulla di ciò che è accaduto la notte prima», ha detto Saleh. «Sono contadini. Spero che, dopo averli interrogati, gli israeliani si rendano conto che non rappresentano alcuna minaccia e li rilascino».

In risposta alla richiesta di commento da parte di +972, il portavoce dell’esercito israeliano ha confermato che i tre uomini della famiglia Afif erano stati «condotti in centrale per essere interrogati con l’accusa di aver fornito assistenza all’organizzazione terroristica Hezbollah. A seguito delle indagini, hanno ammesso di essere collaboratori di Hezbollah e di aver fornito assistenza in operazioni contro i soldati dell’IDF». Il portavoce ha rifiutato di commentare il mancato accesso degli arrestati agli avvocati o al CICR.

Gli arresti dimostrano come, nonostante il cessate il fuoco parziale mediato dagli Stati Uniti in vigore da metà aprile, il Libano meridionale sia entrato in una nuova fase di occupazione israeliana. Israele ha continuato ad espandere le proprie operazioni militari in tutto il sud, istituzionalizzando al contempo il controllo attraverso metodi già noti a Gaza: restrizioni alla libertà di movimento, sfollamenti forzati, accesso coordinato ai terreni e sorveglianza aerea costante. Più di un milione di persone sono fuggite dalle proprie case verso Beirut, Sidone e Tiro, mentre chi rimane deve affrontare un isolamento crescente e bombardamenti continui.

Nel frattempo, la retorica israeliana è diventata sempre più aggressiva. Il Ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha minacciato di distruggere 10 edifici a Beirut per ogni drone che attraversi il confine, mentre il Ministro della difesa Israel Katz ha dichiarato che l’esercito opererà nel Libano meridionale così come fa nelle zone di Gaza che ha in gran parte raso al suolo. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, dal canto suo, ha promesso di estendere il controllo di Israele sul Paese. Il 7 giugno ha ordinato un attacco contro Beirut, spingendo l’Iran a rispondere ad Israele per la prima volta dal cessate il fuoco di aprile.

Halta è stata in genere risparmiata dai bombardamenti diretti. Tuttavia, sebbene i suoi abitanti non siano coinvolti nella resistenza armata, Al-Qadri ha affermato che stanno resistendo all’occupazione israeliana semplicemente «rimanendo nelle loro case». Il villaggio sorge ai piedi delle colline di Khiam, dove Hezbollah ha sferrato una delle sue offensive più intense contro la presenza israeliana nella zona. Di conseguenza, raccontano gli abitanti, l’esercito israeliano ha reso la vita quotidiana sempre più insostenibile: il bestiame è morto di fame o si è allontanato perché l’accesso ai pascoli è bloccato, i generi di prima necessità scarseggiano, gli aiuti umanitari raggiungono a malapena il villaggio e i ripetuti avvisi di evacuazione hanno isolato intere comunità.

«Mia figlia ha una gravidanza complicata. Quando partorirà, dovremo fare almeno due o tre ore di viaggio per arrivare a Sidone», ha detto Umm Yihad. «Immaginate di dover fare quel viaggio mentre ci sono i bombardamenti».

+972 ha contattato l’Ufficio del portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) per un commento sull’arresto e sulla scomparsa di Ahmad, Ali e Shawqi Afif; la loro risposta verrà aggiunta a quest’articolo se ricevuta.

«Gli edifici semplicemente scompaiono»

In tutto il Libano meridionale, da Saida a Naqoura, i bombardamenti e l’occupazione israeliani hanno ridotto interi quartieri a cumuli di macerie. Le auto giacciono schiacciate sotto gli edifici crollati e, in alcune zone, l’aria è pervasa dal fetore dei corpi in decomposizione. «Siamo gli ultimi rimasti», ha detto Mahmoud, un dipendente della Croce Rossa che ha parlato con +972 sotto pseudonimo il 26 maggio, presso un punto di soccorso vicino a Tibnin. Nelle vicinanze, decine di corpi, chiusi in sacchi, sono stati sepolti temporaneamente in tombe improvvisate. «Li terremo qui finché la guerra non sarà finita e potremo restituirli alle loro famiglie».

Le operazioni israeliane si sono intensificate nonostante il cessate il fuoco, in particolare a Bint Jbeil — dove le forze israeliane subirono una grave battuta d’arresto nel 2006 e dove la resistenza rimane feroce — e a Nabatieh. I soccorritori raccontano di essere stati ripetutamente presi di mira mentre intervenivano in seguito ai bombardamenti. «Guidiamo sotto il fuoco nemico», ha detto a +972 un autista di ambulanza. «All’andata vediamo un paesaggio, al ritorno ne vediamo un altro. Gli edifici semplicemente scompaiono».

Ha descritto il caso di due donne intrappolate a Bint Jbeil con cui i soccorritori avevano perso i contatti. «Pensiamo che possano essere morte o nelle mani dell’esercito israeliano», ha detto. «L’ultima cosa che hanno riferito è che le truppe erano nelle vicinanze».

Gli operatori sanitari sono diventati bersagli frequenti. Dal 2 marzo, secondo il Ministero della Salute libanese, più di 130 membri del personale medico sono stati uccisi e oltre 380 feriti negli attacchi israeliani in tutto il Libano. Almeno 160 ambulanze sono state danneggiate, insieme a 35 centri sanitari, costringendo tre di essi a chiudere definitivamente.

Il 15 aprile, Mahdi Abou Zeid, un paramedico dell’Associazione Esaef Nabatieh, è stato ucciso mentre cercava di salvare altri soccorritori a Mayfadoun. Un’ambulanza del Comitato Sanitario Islamico era stata la prima ad arrivare sul posto, ma un attacco aereo israeliano ha ucciso due membri del suo personale. Pochi istanti dopo, una squadra di Risala, un’altra organizzazione di soccorso, è accorsa in aiuto ed è stata a sua volta bombardata. Uno degli operatori è rimasto ucciso.

L’ambulanza di Abou Zeid è diventata il terzo bersaglio. Mentre trasportava i feriti dei due attacchi precedenti verso l’ospedale di Nabatieh, un aereo israeliano ha colpito la parte posteriore del veicolo, uccidendolo sul colpo. I soccorritori hanno descritto la sequenza come un «triple tap»: attacchi ripetuti contro squadre di soccorso civili, che ricordano le tattiche che Israele ha ripetutamente utilizzato a Gaza.

I colleghi di Abou Zeid si sono riuniti la mattina seguente, di buon’ora, a Kafr Rouman, un sobborgo di Nabatieh, per salutarlo e condividere i ricordi. Hanno ricordato quella volta in cui aveva inalato così tanto fumo tossico da dover essere portato in ospedale, solo per togliersi la maschera dell’ossigeno meno di un’ora dopo, per tornare al lavoro. 

Mentre parlavano, un missile ha colpito un edificio civile su una collina a circa due chilometri di distanza. Pochi secondi dopo, un’ambulanza dell’Autorità Sanitaria Islamica si è diretta verso la zona attaccata. L’esercito israeliano era ormai a pochi chilometri di distanza e stava iniziando ad accerchiare Nabatieh. 

«Gli attacchi sono proseguiti senza sosta, in particolare il fuoco d’artiglieria», ha detto Mahdi Sadiq, responsabile delle squadre di soccorso. «Dal cessate il fuoco, Israele non ha fatto altro che ampliare le proprie operazioni». Pochi istanti dopo, un altro missile ha interrotto la conversazione.

Nabatieh è diventata una città di macerie, con mobili in frantumi e strade deserte. Eppure le squadre di soccorso continuano a operare. «Nulla ci fermerà né ci scoraggerà dal portare avanti il nostro lavoro», ha detto Sadiq. «Crediamo fermamente che dobbiamo sostenere la nostra gente, salvare vite umane e aiutare chi sopravvive. Questo fa parte della nostra missione nella vita, e siamo disposti a sacrificarci per essa».

«Potrei non riprendermi mai più»

Debbine, Majdal Zoun, Mansouri e Jouaiyya sono tra i villaggi che subiscono il fuoco costante dell’artiglieria, con i carri armati israeliani Merkava che effettuano incursioni quotidiane, affiancati da unità di fanteria. Altri, tra cui Bint Jbeil, Taybeh, Naqoura e Hanine, sono diventati quasi del tutto inaccessibili; chiunque tenti di raggiungerli rischia di essere colpito.

A Debbine, una zona a maggioranza sciita nel comune di Marjayoun, la distruzione è sconvolgente. All’ingresso del villaggio sorgeva un tempo un cimitero dedicato ai soldati britannici, francesi e australiani caduti durante la battaglia di Marjayoun nella seconda guerra mondiale. Oggi non rimane altro che un enorme cratere. Cicatrici simili segnano il terreno dove un tempo c’era un parco divertimenti e dove una casa a tre piani dominava il villaggio.

Il 23 maggio, Hussein, 35 anni, e diversi membri della sua famiglia stavano setacciando le macerie della loro casa mentre un piccolo drone di sorveglianza israeliano volteggiava sopra le loro teste. «Stanno impedendo alla gente di tornare a casa. Le infrastrutture sono inutilizzabili», ha spiegato Hussein, che ha chiesto di non rivelare il proprio cognome per motivi familiari. «Non vogliamo nemmeno spostare il bulldozer perché temiamo che possa diventare un bersaglio. Molte persone fuggono di nuovo non appena sentono le esplosioni».

Nelle vicinanze, i soldati israeliani avevano trasformato una casa in una postazione trincerata, ritirandosi poco prima del cessate il fuoco del 17 aprile. «La situazione è difficile, ma siamo determinati a ricostruire», ha affermato Hussein.

Anche i danni ambientali sono stati gravi. Greenpeace e altre organizzazioni hanno accusato Israele di «ecocidio» nel Libano meridionale, citando la distruzione su larga scala causata dai bombardamenti e dall’uso del fosforo bianco.

A Deir Mimas, un villaggio a maggioranza cristiana all’interno della Linea Gialla, l’apicoltore trentaduenne Choukry Haddad ha raccontato che le restrizioni israeliane lo hanno tagliato fuori dai suoi pascoli, costandogli 10 pecore, due cavalli e la maggior parte del suo bestiame. «Sono morti di fame perché erano intrappolati in un’area in cui ci è vietato entrare. Se scendiamo laggiù, sotto la collina, verremo uccisi», ha detto.

Haddad ha perso anche 72 arnie. «Le vibrazioni dei bombardamenti costringono le api a fuggire», ha spiegato. «Temo di non riuscire mai a riprendermi». Per ora ha scelto di restare sul posto per prendersi cura della madre anziana. «Ogni notte si vedono esplosioni e si sentono raffiche di mitragliatrice», ha detto. Dal suo balcone, in lontananza, si intravede il Castello di Beaufort, ora occupato dall’esercito israeliano.

Otto ore d’inferno

La mattina del 22 aprile, la giornalista Amal Khalil ha seguito la sua solita routine nella sua casa di Baisariyeh, un villaggio appena a sud di Sidone. Ha innaffiato le piante, si è presa cura della madre malata, ha dato da mangiare ai gatti e poi si è diretta a sud per un fare un servizio per il quotidiano libanese Al-Akhbar.

Quella sera, il convoglio in cui viaggiava è stato attaccato nei pressi di Al-Tayri, nel distretto di Bint Jbeil. Insieme alla fotografa Zainab Farraj, Amal era entrata nella zona occupata da Israele per documentare la situazione dei residenti sfollati che cercavano di tornare a casa dopo il cessate il fuoco.

Il veicolo che li precedeva è stato colpito per primo, provocando la morte di due civili. Amal e Zainab si sono rifugiate all’interno di un edificio vicino in attesa dell’evacuazione coordinata dalla Croce Rossa, dalla Protezione Civile e dall’esercito libanese. Secondo la famiglia, non è mai pervenuta alcuna risposta da parte israeliana per coordinare l’evacuazione.

Più tardi, mentre cercavano di raggiungere il loro veicolo, un altro attacco con droni ha ferito Amal. «Sono intrappolata qui, ci sono bombardamenti israeliani, non riusciamo a uscire», ha detto in una delle sue ultime telefonate a colleghi e parenti. «Qualcuno può contattare l’UNIFIL? Contattate gli israeliani».

Pochi minuti dopo la sua ultima telefonata, l’edificio in cui i giornalisti avevano trovato rifugio è stato colpito di nuovo. Le squadre di soccorso che cercavano di raggiungerli hanno riferito di essere state ripetutamente bersagliate dai droni israeliani e dal fuoco dei cecchini. Ore dopo, scortati dall’esercito libanese, i soccorritori hanno recuperato il corpo di Amal Khalil da sotto le macerie. Zainab Farraj è sopravvissuta, riportando gravi ferite.

«Quelle otto ore sono state un inferno», ha ricordato la sorella di Amal, mentre il resto della famiglia intorno a lei scoppiava in lacrime. 

A casa dei suoi genitori a Baisariyeh, Zainab camminava tra le piante che Amal aveva curato. «Amal era la voce del sud. Ora è nostra responsabilità portare avanti il suo lavoro», ha detto, vestita di nero. «Era l’anima della casa. Si prendeva cura di tutti noi».

Quando la famiglia è andata a trovare Zainab in ospedale, la fotografa ha raccontato loro che Amal si era presa cura di lei fino all’ultimo momento. Quello stesso giorno, aveva persino fermato l’auto a Qana per salvare una tartaruga che attraversava la strada. «Ha salvato la tartaruga», ha detto Zainab, «ma non è riuscita a salvare se stessa».

Da allora la stanza di Amal è diventata un luogo commemorativo. I fiori sono disposti all’interno di bossoli vuoti. Le sue scarpe sono appoggiate su una scatola di munizioni israeliana che un tempo aveva portato dal sud. La sua famiglia dice che fosse più di una semplice giornalista: organizzava raccolte di fondi, aiutava a ricostruire scuole e ospedali e destinava parte del suo stipendio per sostenere le comunità sfollate.

«È per questo che è stata minacciata più volte», ha detto sua sorella Zeinab. «L’hanno minacciata [tramite messaggi di testo] dicendole che, se voleva tenere la testa sulle spalle, avrebbe dovuto smettere di andare a sud». Ma Amal ha ignorato le minacce. Credeva che nessuno dovesse essere abbandonato.

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Santiago Montag è un geografo, giornalista e fotografo argentino che vive in Medio Oriente. Il suo lavoro si concentra sui conflitti, sull’ambiente e sulle questioni umanitarie. Ha pubblicato i suoi lavori su New Lines Magazine, Espacio Angular e Nueva Sociedad, tra gli altri.


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