Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube) – Il governo israeliano rilancia uno dei progetti più inquietanti emersi dopo il 7 ottobre 2023: la deportazione dei palestinesi dalla Striscia di Gaza. Il quotidiano Haaretz riferisce che ieri il nuovo capo del Consiglio per la sicurezza nazionale, Shmuel Ben Ezra, ha convocato i rappresentanti dell’esercito e dei servizi segreti Shin Bet e Mossad per fare il punto su quella che nelle comunicazioni ufficiali viene definita “l’emigrazione volontaria” dei residenti di Gaza.

L’incontro, secondo il giornale, non ha prodotto alcuna novità. I funzionari del Mossad avrebbero riferito che non esistono Paesi disposti ad accogliere i palestinesi della Striscia e che non si registrano sviluppi capaci di modificare questa situazione. Alcuni partecipanti alla riunione sarebbero rimasti sorpresi dalla convocazione improvvisa e dal ritorno di un tema affrontato più volte negli ultimi mesi senza alcun progresso tangibile.

La questione della cosiddetta “emigrazione palestinese” è diventata uno dei punti di riferimento dell’ala più nazionalista della politica israeliana durante la devastante offensiva contro Gaza scattata dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele. Nel marzo 2025 il gabinetto di sicurezza approvò la creazione di una speciale direzione incaricata di preparare il trasferimento dei residenti di Gaza verso altri Paesi attraverso rotte terrestri, marittime e aeree. Il ministro della Difesa Israel Katz presentò l’iniziativa come un “progetto strategico”.

Da allora, tuttavia, il progetto è rimasto sostanzialmente sulla carta. Nessun Paese si è dichiarato disponibile a ricevere numeri consistenti di palestinesi e nessuna delle ipotesi elaborate dal governo israeliano ha trovato un concreto sostegno internazionale. Più di tutto i palestinesi non hanno manifestato alcuna idea di volersi trasferire “volontariamente” in altri Stati. “Finora non conosciamo alcun Paese al mondo disposto ad accogliere palestinesi che scelgano di lasciare Gaza”, ha spiegato ad Haaretz una fonte della difesa israeliana. Una posizione confermata ripetutamente anche da fonti arabe e occidentali coinvolte nei negoziati regionali.

L’opposizione più netta è arrivata dai Paesi arabi. Egitto e Giordania hanno respinto sin dall’inizio qualsiasi ipotesi di trasferimento permanente dei palestinesi, temendo che ciò possa trasformarsi in una nuova Nakba, simile a quella del 1948, e compromettere definitivamente la prospettiva di uno Stato palestinese. Una fonte qatariota ha definito il progetto “un’illusione”, sostenendo che nessuno Stato accetterà di farsi carico della popolazione di Gaza, né di una parte significativa di essa.

Nonostante ciò, l’idea continua a riemergere periodicamente nel dibattito politico israeliano. Alcuni osservatori ritengono che il rilancio del progetto possa essere collegato alle intese raggiunte negli ultimi mesi tra il primo ministro Benyamin Netanyahu e il presidente americano Donald Trump. Secondo questa interpretazione, la questione dell’emigrazione potrebbe rappresentare una sorta di compensazione politica per i settori della destra israeliana scontenti delle concessioni che Washington avrebbe imposto a Israele nell’ambito degli accordi con l’Iran.

Sul piano interno, l’idea gode di un sostegno significativo nell’elettorato della destra. Un sondaggio realizzato alla fine del 2025 dall’aChord Center mostrava che l’80 per cento degli elettori del Likud e il 66 per cento degli ebrei israeliani condividevano l’affermazione secondo cui a Gaza non esisterebbero civili innocenti. Dati che aiutano a comprendere perché il tema continui a essere utilizzato da Netanyahu e dai suoi alleati, nonostante le sue scarse possibilità di realizzazione.

Dietro le quinte non sono mancati tentativi concreti. Caroline Glick, oggi consigliera di Netanyahu per gli affari internazionali e da anni sostenitrice del “trasferimento” dei palestinesi, avrebbe avviato contatti con il Somaliland e con la Repubblica Democratica del Congo per verificare la disponibilità ad accogliere residenti di Gaza. Anche questi tentativi, secondo fonti informate, si sono conclusi senza risultati.

La “Riviera di Gaza” di Donald Trump

Dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, il progetto ha ricevuto nuovo impulso dalle dichiarazioni del presidente americano sulla trasformazione della Striscia in una sorta di “Riviera del Medio Oriente”, ipotesi che prevedeva il trasferimento di parte della popolazione palestinese. In quel periodo Glick avrebbe illustrato a funzionari dell’ambasciata statunitense alcune presentazioni dedicate alle possibili destinazioni dei gazawi.

Parallelamente sono emerse iniziative promosse da organizzazioni private della destra israeliana. Un’inchiesta dell’Associated Press ha riferito che il gruppo Ad Kan avrebbe organizzato, attraverso intermediari, diversi voli che hanno consentito a centinaia di palestinesi di lasciare Gaza diretti in Sudafrica e Indonesia. Si tratta però di numeri irrilevanti rispetto a una popolazione che supera i due milioni di persone e che non vuole essere deportata e intende rimanere nella sua terra nonostante le condizioni di vita spaventose che deve affrontare.

Per i critici del progetto, la definizione di “emigrazione volontaria” maschera una realtà diversa. Dopo anni di guerra, distruzioni, sfollamenti e collasso economico, sostengono organizzazioni palestinesi e gruppi per i diritti umani, parlare di scelta volontaria in un territorio devastato e in gran parte inabitabile è profondamente problematico. Non a caso numerosi esperti di diritto internazionale hanno avvertito che qualsiasi trasferimento di popolazione realizzato sotto pressione o in assenza di reali alternative potrebbe essere interpretato come una forma di deportazione forzata.

A oggi, dunque, il piano resta privo di sbocchi pratici. Nessun Paese disposto ad accogliere i palestinesi di Gaza, nessuna copertura internazionale e nessuna struttura operativa realmente funzionante. Eppure continua a riapparire nel dibattito politico israeliano, alimentato da chi vede nella espulsione dei palestinesi nella Striscia un fattore essenziale dell’assetto regionale che intende costruire dopo la guerra.


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