Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube) – Si scava ancora sotto le macerie, in Venezuela, ma le speranze di diminuire il numero degli scomparsi – circa 50.000 secondo le stime Onu – si affievoliscono di ora in ora. I morti accertati sono 2.295, ma il bilancio è destinato a crescere man mano che si scava fra i detriti provocati dal doppio terremoto del 24 giugno, mentre forti repliche complicano il lavoro dei soccorritori. Il 24 giugno – un giorno di festa nazionale che ricorda un momento fondante dell’indipendenza – alle 18, e a 39 secondi di distanza, si sono prodotte due scosse, la prima di magnitudo 7.2, la seconda di 7.5, con epicentro nello Stato di Yaracuy. Yaracuy è stata la scintilla, ma la bomba energetica del secondo terremoto (quello di magnitudo 7.5) è esplosa sotto il fondale marino davanti a La Guaira, investendo in pieno la costa e l’area metropolitana di Caracas.

Un doppio evento sismico piuttosto raro, che i modelli geologici (sviluppati dall’INGV italiano e dall’Università di Pechino) mostrano attraverso tre fattori strutturali precisi: Prima di tutto, la propagazione unilaterale verso est: la frattura della faglia di San Sebastián è iniziata a Veroes (Yaracuy), ma non è rimasta ferma lì. Si è propagata come una cerniera lampo che si apre a grandissima velocità (circa 3–3,5 chilometri al secondo) muovendosi proprio in direzione est, cioè verso Caracas e La Guaira. In secondo luogo, lo spostamento del picco di energia (Slip massimo): man mano che la rottura avanzava, l’energia accumulata è cresciuta. I dati satellitari dimostrano che lo slip (lo scivolamento delle rocce lungo la faglia) è stato minimo vicino all’epicentro iniziale, mentre ha raggiunto il picco massimo di 3,6 – 4,5 metri proprio nel tratto di faglia situato offshore, di fronte a Catia La Mar (nello Stato di La Guaira). L’impulso distruttivo maggiore si è scaricato lì. Il terzo punto riguarda la vulnerabilità strutturale e geologica: Caracas sorge in una conca sedimentaria (una valle di sedimenti soffici). Quando le onde sismiche prodotte dalla faglia arrivano in un terreno del genere, subiscono un fenomeno chiamato amplificazione di sito: le onde rallentano, aumentano di ampiezza e scuotono gli edifici molto più violentemente rispetto a quanto farebbero su un terreno roccioso e compatto come quello di Yaracuy. A questo si aggiunge l’altissima densità abitativa e la fragilità di molte infrastrutture della capitale.

Basarsi sulla rigidità dei dati scientifici è fondamentale per non alimentare allarmi e ipotesi fantasiose che servono solo a complicare la drammatica realtà, allontanando dalle risposte materiali di cui il paese ha bisogno. Sulle reti sociali, ad esempio, è tornato a circolare il mito cospirazionista del sistema HAARP (il programma di ricerca ionosferica statunitense), utilizzato per diffondere la tesi di un terremoto indotto dall’esterno con l’obiettivo di sottomettere definitivamente il paese e appropriarsi delle sue straordinarie risorse. Gli scienziati convengono che si tratti di teorie prive di fondamento: le onde elettromagnetiche non hanno la capacità fisica di penetrare la crosta terrestre o di scatenare movimenti tettonici, i quali dipendono esclusivamente dall’accumulo e dal rilascio di energia geologica profonda. Accanto alla pseudo-scienza tecno-scientifica, riaffiorano visioni bibliche e letture paranormali (strane luci nel cielo, che dopo il terremoto si è tinto completamente di rosso) che interpretano il sisma come un castigo o un segno escatologico. Sono reazioni irrazionali del tutto simili a quelle che sorsero tra la popolazione dopo il cataclisma del 1812, all’epoca di Simón Bolívar. Allora, il catastrofico terremoto che rase al suolo Caracas fu interpretato dai realisti come una “punizione divina” contro la prima Repubblica.

Per quanto il paragone con il 1812 sia il più appropriato, un evento storico con dinamiche paurosamente simili per traiettoria e vulnerabilità è stato il terremoto di Caracas del 29 luglio 1967, (anche se quello attuale del 24 giugno è stato decisamente più potente). Anche in quel caso si trattò di un sisma di magnitudo stimata tra 6.6 e 6.7 generato dallo stesso sistema trascorrente della faglia di San Sebastián. Esattamente come oggi, l’epicentro strumentale venne localizzato offshore (circa 20 km a nord di Macuto), ma l’energia distruttiva si propagò lungo la costa e si scaricò con violenza inaudita nell’area urbana di Caracas e nello Stato di Vargas (l’odierna La Guaira). Le analogie con il disastro attuale sono impressionanti. Intanto, per quanto riguarda l’effetto conca a Caracas: Nel 1967, i quartieri della capitale costruiti su sedimenti soffici (come Altamira e Los Palos Grandes) subirono un’identica amplificazione delle onde sismiche. Palazzi moderni di oltre 10 piani collassarono su se stessi esattamente come accaduto in questi giorni. E poi, perché è stato colpito lo stesso asse La Guaira-capitale: il litorale (allora Vargas, oggi La Guaira) fu devastato dal crollo di grandi strutture alberghiere e abitative, mostrando già allora la fragilità della striscia costiera compressa tra il mare e la cordigliera. Quell’evento mostrò l’estrema pericolosità dei sismi superficiali (10 km di profondità) combinati alla scarsa qualità costiera degli edifici. E ora mostra la strumentalità dell’estrema destra, che vede i crolli solo nei settori delle case popolari costruite da Chávez.

Fu proprio durante le macerie del 1812 che Simón Bolívar pronunciò la celebre frase: “Se la natura si oppone, lotteremo contro di lei e la faremo obbedire”. Un monito che la storiografia ufficiale tende a ridurre a vuoto titanismo illuminista, ma che la rivoluzione bolivariana guidata da Hugo Chávez aveva saputo rinnovare e riportare al presente, trasformandola nella sintesi della determinazione politica e della sovranità popolare contro ogni fatalismo storica e materiale. Quella frase si ripete oggi tra i quadri popolari e nelle comunità per darsi forza, appoggiandosi sulla storia e sulle proprie radici di fronte a una natura che sembra essersi accanita sul paese. Lo si fa, però anche con la coscienza del limite nello sfruttamento della natura, indicato in uno degli obiettivi strategici del Piano della patria. Per questo, si moltiplicano le storie di riscatto dei militanti della Mision Nevado, dedicata alla cura degli animali, pieni di cani, gatti e tartarughe portati in salvo dai soccorritori.

Tuttavia, quelle stesse radici sembrano essere state terremotate sul piano politico ed emotivo dopo l’attacco Usa del 3 gennaio, che ha portato al sequestro del presidente Nicolas Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, in attesa di una nuova udienza a New York, il 22 luglio. L’incursione militare straniera e la cattura del capo dello Stato hanno colpito al cuore l’orgoglio nazionale e, in particolare, la dottrina della Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANB), strutturata sul principio dell’unione civico-militare e dell’inviolabilità territoriale. Questo sbandamento emotivo e istituzionale costituisce la debolezza su cui agisce programmaticamente la propaganda dell’estrema destra. L’opposizione eversiva sfrutta il trauma del 3 gennaio e quello attuale per condurre una sistematica campagna di demolizione morale contro i quadri militari, descritti capillarmente sulle reti digitali come un corpo parassitario, inefficiente e dedito al saccheggio.

Su questa catastrofe naturale si innesca una crisi politica ed economica interamente determinata dall’intervento estero. La vulnerabilità del paese non è solo geologica, ma è stata scientificamente prodotta da anni di sanzioni e asfissia finanziaria. I due terremoti consecutivi hanno colpito un organismo sociale già privato delle sue difese immunitarie. Il vero aiuto umanitario è quello di liberarci dalle sanzioni – dice il governo bolivariano – per permetterci di usare le nostre risorse. E, su questo, i movimenti di solidarietà internazionale sono già sul posto o stanno per arrivare,   per accompagnare l’azione del governo e anche per “interporsi” a fronte di ingerenze e speculazioni che criticano i controlli del governo su forme di falsi aiuti che arrivano con altri scopi. In Venezuela si ha ben presente il rischio di una gigantesca neo-colonizzazione “umanitaria” sul modello di Haiti. “Siamo qui – spiegano le brigate internazionali – per ricambiare la solidarietà che il processo bolivariano ha mostrato nei confronti di tanti popoli colpiti da disastri in questi anni”: dal Messico ad Haiti, dal Nepal al Pakistan, come ha raccontato in versi il poeta Tareck William Saab, ex procuratore generale. Una solidarietà che, al pari di quanto sempre ha fatto Cuba (già presente ora sul posto) si è data anche con governi che avversavano il Venezuela.

E ora sono 31 i governi che hanno mandato aiuti o squadre di soccorso. L’unico che non si è mosso, dicendo che deve dare priorità ai suoi cittadini, è il presidente dell’Honduras, Nasry Asfura, uomo di destra graditissimo a Trump. La delegazione italiana è rimasta solo cinque giorni nel paese, ma la presidenta incaricata, Delcy Rodriguez, ha insignito la missione con la medaglia di “eroe del Venezuela”, e così ha fatto con i soccorritori svizzeri e la loro unità cinefila. “Il dolore che c’è nel nostro cuore si converte in gratitudine per tutti i team dei 31 Paesi che sono venuti qui per supportare il popolo venezuelano – ha detto la presidenta incaricata nel suo discorso -.Ogni squadra di soccorritori arrivata qui ha significato speranza per noi. Oggi andate via ma resterete per sempre nei nostri cuori”.

Un’apertura a tutto campo che, tuttavia, ha suscitato critiche da parte della sinistra antimperialista, preoccupata dal protagonismo (comunque contenuto) degli Usa, più avvezzi a mandare soldati che soccorritori, e anche dalla disponibilità del regime israeliano (con cui le relazioni sono rotte da 17 anni). Un intervento sollecitato soprattutto dalla comunità ebraica locale, composta da circa 5.000 persone, numerosa soprattutto nella zona agiata di San Bernardino, una delle zone della capitale più colpita dal sisma.

Dal punto di vista istituzionale, dal 3 gennaio il Venezuela vive in una condizione di sovranità limitata, impegnata in un braccio di ferro permanente con i sequestratori Usa. Da quel momento, l’amministrazione Trump ha imposto che i proventi delle esportazioni petrolifere siano congelati in un conto del Citibank a New York, trasformando l’economia nazionale in un meccanismo di erogazione controllata da Washington. In questo quadro, il “piano in tre fasi” ipotizzato da Trump e Marco Rubio, inteso invece come ripiego strategico per guadagnare tempo e riprendere le forze dalla direzione del governo chavista, è andato a sbattere contro un cataclisma di questa portata, ma resta sul piatto. La priorità strategica degli Stati Uniti non è l’assistenza umanitaria, bensì la cattura della rendita energetica venezuelana. Questo obiettivo è reso esplicito dal massiccio dispiegamento navale nel Mar dei Caraibi, che si configura come uno dei blocchi militari più imponenti della storia moderna del continente.

“L’obiettivo è paralizzare la capacità del regime di generare entrate indipendenti”, ha dichiarato cinicamente il Segretario di Stato Marco Rubio alla CBS, definendo l’operazione una “quarantena militare” sulle esportazioni petrolifere. Rubio ha chiarito che la pressione rimarrà massima finché l’industria petrolifera statale non sarà interamente aperta agli investimenti stranieri, svelando la reale intenzione di garantire alle compagnie statunitensi una posizione di monopolio de facto sulle risorse della Repubblica Bolivariana.

Un quadro che sta evidenziando lo scarto tra le necessità materiali del capitale transnazionale e l’agenda ideologica dell’estrema destra locale. Il magnate Trump vede ora  balenare la possibilità di replicare in Venezuela il “modello resort” progettato per Gaza, e preferisce dilatare ulteriormente le mire della golpista Machado, che vorrebbe rientrare nel paese per mettersi alla testa del caos che vorrebbe provocare.

La tragedia del 24 giugno è diventata infatti immediatamente un terreno di scontro logistico e di guerra cognitiva. La destra eversiva ha tentato di capitalizzare la necessità di ordinare l’assistenza sotto lo stretto controllo statale. In un momento di massima emergenza, la pianificazione pubblica attraverso i canali istituzionali (come i Ministeri e i Quadranti di Pace) è l’unico strumento in grado di garantire un’assegnazione equa e metodica dei beni di prima necessità a tutta la popolazione, impedendo che l’assistenza umanitaria venga frammentata, privatizzata o strumentalizzata dalle reti private delle opposizioni come arma di contrattazione territoriale. 

Mentre sul terreno si consuma lo scontro per la ricostruzione, a New York si è aperto un secondo fronte, questa volta di natura giudiziaria. Martedì scorso, l’organizzazione internazionale Center for Guernica 37 ha depositato una causa civile presso il Tribunale Federale di Brooklyn contro Nicolás Maduro. L’azione legale è stata promossa da tre madri, un padre e una donna che hanno “perso i propri familiari durante le operazioni di sicurezza condotte tra il 2017 e il 2020”.

La causa fa esplicito riferimento alla Operación de Liberación y Protección del Pueblo (OLP), successivamente rinominata in Fuerzas de Acciones Especiales (FAES), lo squadrone d’élite utilizzato dal governo per il controllo sociale nei quartieri popolari di Caracas, che le grandi mafie finanziate dall’estrema destra avevano ampiamente occupato. L’impianto dell’accusa si basa ampiamente sui controversi rapporti delle agenzie ONU, spesso contestati da Caracas per l’uso di fonti parziali e non verificate sul campo. Sul piano politico, questa causa mira direttamente al vertice istituzionale per minare la legittimità internazionale dello Stato bolivariano, tentando di aggirare il principio cardine dell’immunità diplomatica dei capi di Stato in carica. Si tratta di un’operazione che cerca di replicare precedenti storici di pressione giudiziaria extraterritoriale per colpire la catena di comando e indebolire la posizione negoziale del governo venezuelano in un momento di massima vulnerabilità interna.

Il doppio sisma del 24 giugno non ha scosso soltanto la terra, ma ha attivato istantaneamente i laboratori della guerra cognitiva, quel moderno campo di battaglia geopolitico in cui l’obiettivo principale non è la distruzione fisica delle infrastrutture, bensì la manipolazione sistematica delle percezioni, il collasso psicologico della popolazione e la demolizione della legittimità delle istituzioni. Nelle ore immediatamente successive alle scosse, mentre le strutture dello Stato e i volontari, militari e civili, si mobilitavano sul terreno per estrarre i sopravvissuti e prestare i primi soccorsi tra le macerie, sulle principali reti sociali si è scatenata un’offensiva mediatica coordinata e profondamente asimmetrica.

Questo meccanismo di destabilizzazione psicologica, ampiamente teorizzato nei manuali di pressione politica occidentali, si è articolato su direttrici molto precise attraverso l’uso delle piattaforme digitali. In primo luogo, algoritmi e profili automatizzati hanno inondato il flusso informativo di immagini decontestualizzate e dati arbitrariamente gonfiati, con il deliberato intento di diffondere uno stato di panico collettivo e di far percepire lo Stato come impotente e incapace di gestire la crisi.

Al contempo, però, dai laboratori della comunicazione popolare, a partire dall’Università internazionale della comunicazione, diretta dalla rettrice Tania Diaz, si sono moltiplicate le analisi e gli orientamenti da adottare, e alcuni criteri base per smascherare le trappole digitali: per dire che, negli ultimi anni l’architettura della disinformazione ha compiuto un salto di qualità: si è passati dalle vecchie campagne “inorganiche” (fatte di soli bot grezzi che ripetevano lo stesso hashtag) a operazioni “ibride” o “semi-organiche”. È quella che sul piano geopolitico viene definita guerra cognitiva, ovvero il tentativo scientifico di manipolare le emozioni, i concetti e la psiche collettiva attraverso le reti digitali.

Per capire come funziona questo mercato della manipolazione dell’opinione pubblica, dobbiamo mappare i tre attori principali: i bot, gli influencer e i meccanismi di difesa. Come funzionano i bot pagati per la propaganda? I bot moderni non sono più semplici profili senza foto che spammano lo stesso testo. Oggi le centrali di disinformazione e le agenzie private di comunicazione usano sistemi complessi basati sull’intelligenza artificiale e su reti coordinate. Vi sono le fabbriche di account (Sockpuppets): reti di profili falsi ma gestiti in modo automatizzato o semi-automatizzato. Hanno biografie credibili, foto generate da intelligenze artificiali e storici di pubblicazioni apparentemente normali (sport, cucina, meme) per eludere i controlli delle piattaforme. L’obiettivo dei bot non è convincere te direttamente, ma ingannare l’algoritmo di X, TikTok o Instagram. Quando un tema viene lanciato, migliaia di bot generano interazioni artificiali immediate (like, condivisioni, commenti). L’algoritmo legge questo picco come “interesse genuino” e spinge il contenuto nei trend globali, mostrandolo a milioni di utenti reali. Viene così inoculato l’odio neuro-digitale.

Certi contenuti vengono usati per polarizzare il dibattito. Creano artificialmente un clima di scontro radicale, aggredendo i profili dissenzienti o esaltando figure reazionarie, per dare l’impressione che una determinata posizione estremista sia condivisa dalla maggioranza della popolazione. Gli influencer sono diventati i vettori ideali della propaganda perché godono di un fattore che i bot non avranno mai: la relazione parasociale. I follower si fidano di loro come si fiderebbero di un amico. Questo capitale di fiducia viene monetizzato e sfruttato dalle centrali di potere in due modi: il canale consapevole (Mercenari digitali). Vi sono influencer che accettano contratti milionari da agenzie di pubbliche relazioni, partiti politici o gruppi di pressione transnazionali per spingere determinate linee narrative. Spesso i pagamenti avvengono fuori dalle piattaforme per aggirare le leggi elettorali e i registri pubblicitari dei social. L’influencer non dice “questo contenuto è sponsorizzato”, ma inserisce il messaggio politico o geopolitico all’interno della sua normale routine (es. un travel blogger che esalta la “sicurezza” e il “modello economico aziendale” di un regime autoritario o che attacca sistematicamente un blocco popolare in transizione, facendolo sembrare un parere spontaneo).

C’è poi il canale ignaro (Vettori utili). Questo è il meccanismo più perverso della guerra cognitiva. Molti creatori di contenuti vengono manipolati senza saperlo. Gli algoritmi premiano l’indignazione e la rabbia. Un influencer, per non perdere rilevanza e visualizzazioni, tende a ripubblicare contenuti polarizzanti (meme, video decontestualizzati, allarmismi) generati originariamente dalle fabbriche di bot. Agenzie d’affari o falsi centri studi inviano agli influencer materiale “esclusivo”, dati economici manipolati o notizie sensazionalistiche. L’influencer, lusingato dall’accesso alla fonte o desideroso di fare uno scoop, diffonde la disinformazione convinto di fare informazione indipendente.

Come identificare le trappole? Identificare le reti coordinate richiede spirito critico e attenzione ai dettagli. Occorre individuare le anomalie temporali e di volume: se un profilo pubblica cento post al giorno, a qualsiasi ora della notte, o se migliaia di account commentano un post con le stesse identiche parole o variazioni minime nello spazio di pochi secondi, si tratta di una rete di amplificazione coordinata. Bisogna analizzare i profili: spesso gli account bot sono stati creati di recente (es. tutti nello stesso mese), hanno pochissimi follower ma seguono migliaia di persone, e la loro timeline è monotematica: non c’è vita personale, solo propaganda o attacchi continui.

Occore osservare se c’è un cambio improvviso di focus: un influencer che si è sempre occupato di fitness, benessere o lifestyle che improvvisamente inizia a ripetere precise parole d’ordine politiche, a difendere sanzioni economiche o a criminalizzare movimenti sociali, usando grafiche o slogan identici a quelli di una determinata campagna politica. Insomma: Di fronte al tecnofascismo e alla manipolazione algoritmica, la difesa non può essere solo individuale, ma deve farsi organizzazione collettiva. Occorre dunque sviluppare la coscienza critica digitale: capire che lo spazio digitale non è neutro, ma è un terreno di scontro governato da multinazionali e interessi geopolitici. Non reagire d’impulso: l’obiettivo del bot è farti arrabbiare per generare interazioni e dare visibilità al suo contenuto. E spezzare la catena della viralità: non condividere un contenuto tossico o palesemente falso, nemmeno per criticarlo o ridicolizzarlo. Nei social moderni, il commento di indignazione e il “quote” polemico regalano comunque rilevanza algoritmica al post originale.

La migliore risposta è segnalare e bloccare (block and report). Importa, soprattutto, la verifica delle fonti materiali: contrastare la narrazione virtuale con la realtà dei fatti storici, dei dati economici reali e dell’inchiesta sul campo. Di fronte a un attacco cyber o a una campagna di linchamento neuro-digitale, l’unica barriera efficace – dicono i comunicatori popolari –  è l’attivazione della comunità. Organizzare la risposta sociale sul territorio e sulle reti attraverso la diffusione della verità, smontando le falsità non con la rabbia, ma con la solidità dell’analisi di classe e dell’organizzazione popolare.


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