Di Eli Bitan*, 23 giugno 2026972mag

Traduzione di Federica Riccardi

Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube) – Il 3 giugno, il rabbino Moshe Hillel Hirsch ha tenuto una conferenza davanti a un pubblico di studenti di yeshiva a Gerusalemme. L’ottantanovenne rabbino di origine americana, figura di spicco della comunità haredim in Israele, stava per partire alla volta degli Stati Uniti insieme a una delegazione composta da decine di rabbini israeliani di alto rango. Lì speravano di raccogliere fondi da ricchi americani a favore delle yeshiva ultraortodosse in Israele, i cui finanziamenti la Corte Suprema israeliana ha deciso di tagliare poiché i loro studenti si rifiutano di prestare servizio nell’esercito israeliano.

«Siamo davvero in guerra e dobbiamo combatterla», ha proclamato Hirsch alla folla di Gerusalemme. «Non stiamo parlando della guerra con l’Iran, ma della guerra condotta da coloro che, al nostro interno, stanno combattendo contro di noi, e non abbiamo via d’uscita da questa situazione».

Sono state parole dure da parte di un leader del settore ultraortodosso. Ma non sono affatto esagerate: la battaglia sul rifiuto degli haredim di prestare servizio militare è oggi la questione civile più esplosiva in Israele — una questione che minaccia di frantumare il blocco di destra che ha dominato la politica israeliana quasi ininterrottamente dalla fine degli anni ’70.

Da un lato c’è la richiesta degli haredim, sempre più pressante, di un’esenzione incondizionata dal servizio militare per tutti i loro giovani, uomini e donne. Dall’altro lato c’è la forte aspirazione, diffusa nel resto della società ebraico-israeliana, di spezzare la resistenza ultraortodossa alla leva — in particolare nel contesto della grave crisi del servizio di riserva causata da anni di guerra — e di vedere gli uomini haredim “condividere l’onere”.

Il campo liberale israeliano, inoltre, nutre risentimento nei confronti del settore ultraortodosso per il ruolo che ha svolto nel portare al potere la destra israeliana e nel sostenere le varie politiche da essa promosse, dall’opera di insediamento in Cisgiordania ai tentativi di smantellare il sistema giudiziario.

La comunità ultraortodossa in Israele conta 1,4 milioni di persone, pari a circa il 14% della popolazione, ed è in costante crescita a causa degli elevati tassi di natalità. Con sistemi educativi e mezzi di comunicazione separati, e con la stragrande maggioranza di loro che vive in quartieri e città ultraortodossi, gli haredim sono in gran parte isolati dal resto della società israeliana.

Al centro di questo settore c’è una comunità di uomini che dedicano la propria vita allo studio della Torah nelle yeshiva. La comunità deve affrontare una situazione di povertà sempre più grave e gran parte di essa dipende dagli aiuti governativi, diretti e indiretti, garantiti dall’influenza politica dei partiti ultraortodossi, Shas e Giudaismo Unito della Torah (United Torah Judaism), entrambi partner chiave del blocco di destra israeliano.

Eppure, nonostante il loro limitato margine di manovra, i due partiti hanno recentemente annunciato il ritiro dalla coalizione di Netanyahu e minacciato di far crollare il blocco di destra. Allo stesso tempo, all’interno della società haredim sta ribollendo la rabbia nei confronti del sistema politico e giudiziario, mentre le fazioni estremiste avvertono che qualsiasi arresto di un disertore haredim sarà seguito da proteste che bloccheranno le principali arterie stradali di Israele.

In effetti, queste minacce si sono ormai concretizzate: nelle ultime settimane, gli scontri tra la polizia e la comunità haredim hanno raggiunto un nuovo picco. La molla è stata l’annuncio del commissario di polizia Danny Levy, secondo cui la polizia avrebbe ripreso ad arrestare i renitenti alla leva haredim e a consegnarli alla polizia militare, dopo un lungo periodo in cui la politica ufficiale era stata quella di astenersi dal farlo.

Il 27 maggio, l’annuncio ha suscitato una lettera dai toni molto duri da parte di Moshe Gafni, presidente di Degel HaTorah (una delle due fazioni che compongono il partito Giudaismo Unito della Torah ), in cui ordinava ai membri del suo partito di sospendere ogni forma di collaborazione con la polizia.

Una settimana dopo, una protesta davanti all’abitazione del giudice della Corte Suprema Noam Sohlberg ha sconvolto l’opinione pubblica israeliana. Decine di manifestanti ultraortodossi hanno tentato di fare irruzione di notte nell’abitazione del giudice, situata nell’insediamento di Alon Shvut in Cisgiordania. Hanno vandalizzato l’ingresso dell’edificio, rotto le finestre e danneggiato l’auto di Sohlberg. La polizia ha successivamente arrestato più di 60 manifestanti.

In qualità di vicepresidente della Corte Suprema e, secondo il sistema di anzianità israeliano, suo probabile prossimo presidente, Sohlberg è considerato una figura di consenso in Israele: da un lato, un giurista rispettato; dall’altro, un colono ed esponente della destra. Ma il suo ordine di intensificare gli arresti dei renitenti alla leva lo ha reso un bersaglio degli attivisti haredim.

Va notato che, sebbene i manifestanti stessi appartenessero a un gruppo marginale all’interno della comunità haredi, nel contesto del forte conflitto tra il sistema giudiziario e la comunità, l’azione è stata accolta per le strade con applausi – e solo una debole condanna.

«In circostanze normali, dopo un incidente così grave, avresti visto una delegazione di rabbini e di personalità di spicco della comunità haredim a casa di Sohlberg», mi ha detto un leader dello Shas. «Ma ora… silenzio assoluto».

La moglie di Sohlberg, Meira, rimasta intrappolata con lui nella loro casa durante l’attacco, ha poi chiesto ai media: «Come possono gli ebrei farsi del male a vicenda?» arrivando persino a paragonare la protesta alla Notte dei cristalli. Tutto questo mentre, a pochi chilometri di distanza, giovani ebrei si recano ogni giorno a compiere pogrom contro comunità palestinesi indifese, con il sostegno dell’esercito e della polizia.

Una crisi che si è sviluppata nel corso di decenni

La crisi legata al rifiuto del servizio militare da parte degli ultraortodossi affligge Israele sin dalla fondazione dello Stato. Durante la guerra del 1948, i leader delle yeshiva ottennero decreti che esentavano i propri studenti dalla coscrizione. Nel corso degli anni ’50, gli Haredim organizzarono manifestazioni contro la coscrizione delle donne nell’esercito, mentre l’esenzione per gli uomini ultraortodossi che studiavano nelle yeshiva si ampliava costantemente: da 400 nel 1948 a 800 nel 1967.

Fino agli anni ’80, la percentuale di haredim che prestavano servizio militare era ancora più o meno proporzionale alla loro quota nella popolazione maschile. Ma nel 1977, quando la destra salì al potere con il primo ministro Menachem Begin, i partiti ultraortodossi tornarono nella coalizione di governo dopo decenni di opposizione, e i rabbini haredim chiesero, nell’ambito delle negoziazioni, un’esenzione totale e senza restrizioni per chiunque considerasse lo studio della Torah la propria professione.

Nel corso del tempo, i limiti sia sul numero di yeshiva ammissibili sia su quello degli studenti aventi diritto all’esenzione furono aboliti. Di conseguenza, il numero di uomini ultraortodossi che eludevano il servizio militare crebbe di anno in anno, ben oltre il numero originario degli studenti a tempo pieno della Torah. Allo stesso tempo, il numero effettivo di uomini e donne haredim in età di leva che eludevano l’arruolamento tramite altri canali superava di gran lunga le cifre fornite dagli organi ufficiali.

Fin dal 1970 sono state presentate alla Corte Suprema israeliana petizioni contro le esenzioni dal servizio militare per gli haredim, ma la Corte ha ripetutamente confermato lo status quo. La svolta avvenne alla fine degli anni ’90, quando la Corte stabilì che le esenzioni non potevano più essere disciplinate esclusivamente da accordi governativi e che la Knesset avrebbe dovuto sancirle per legge.

Il risultato fu la “Legge Tal” del 2002, che consentiva agli studenti a tempo pieno delle yeshiva di rinviare la coscrizione e, in seguito, di scegliere tra un percorso di servizio militare abbreviato e il servizio civile nazionale. Dieci anni dopo, la Corte Suprema dichiarò incostituzionale la legge.

Da allora, la questione della coscrizione degli haredim è stata un tema particolarmente controverso nel sistema politico e giuridico israeliano. I leader e i politici ultraortodossi separatisti promettono ai propri elettori l’esenzione dal servizio militare; i governi di destra faticano a tradurre tale promessa in legge; i tribunali annullano i tentativi di legiferare sul regime di esenzione; e i leader liberali si impegnano a fare tutto il possibile per arruolare gli ultraortodossi nell’esercito.

Nel 2017, la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale un emendamento alla legge sulla coscrizione che i partiti haredim avevano approvato due anni prima per proteggere i giovani dalla leva, ritenendolo una violazione del principio di uguaglianza. La Corte ha concesso alla Knesset un anno prima della scadenza della legge, concedendo ai legislatori il tempo per approvare una versione rivista. Ma, anno dopo anno, l’attuazione della sentenza è stata rinviata per dare ai governi succedutisi più tempo per legiferare su un’alternativa.

Da allora sono stati presentati alla Knesset numerosi disegni di legge, ma nessuno è stato approvato. Poi, nel luglio 2023, al culmine del movimento di protesta israeliano contro la riforma giudiziaria e a pochi mesi dal 7 ottobre, la legge è finalmente scaduta, senza alcuna possibilità di prorogarla.

Per uno scherzo del destino, il momento non avrebbe potuto essere peggiore per i partiti haredim: nel bel mezzo della crisi costituzionale israeliana e alla vigilia di una guerra prolungata.

Controlli nelle strade dei quartieri haredim

Nel febbraio 2024, la Corte Suprema ha emesso un’ordinanza provvisoria che imponeva al governo israeliano di spiegare perché gli haredim non dovessero essere arruolati in assenza di una legge che li esentasse. Un mese dopo, ha emesso un’altra ordinanza provvisoria che imponeva allo Stato di interrompere il finanziamento delle yeshiva haredim frequentate da studenti idonei alla leva.

Con la scadenza della legge, al procuratore generale Gali Baharav-Miara è stata concessa la libertà di intraprendere azioni autonome contro la comunità ultraortodossa. Ciò è iniziato ad agosto 2024 con la revoca di benefici, quali gli sconti sugli asili nido, per i bambini i cui padri si rifiutano di presentarsi al servizio militare.

Per alcune famiglie haredim, la perdita di tali sussidi ha reso ancora più precario un sistema di assistenza all’infanzia già fragile. Molte famiglie si sono rivolte a quelli che sono ormai noti come “depositi di bambini” – asili nido non regolamentati in cui decine di bambini vengono tenuti in condizioni igieniche precarie e senza personale sufficiente. Pochi mesi dopo la revoca del sussidio, due neonati sono morti in uno di questi asili nido privi di licenza a Gerusalemme e circa 50 neonati sono stati trasportati d’urgenza in ospedale. Sebbene questo specifico asilo nido fosse attivo da anni, molti membri della comunità ultraortodossa hanno attribuito la colpa al procuratore generale.

Altre misure adottate dal governo includevano la sospensione dei finanziamenti alle yeshiva frequentate da renitenti alla leva e, cosa ancora più eclatante, il lancio di un’ondata di arresti nelle comunità ultraortodosse (sebbene i numeri rimangano incerti). I giovani che in precedenza godevano di un’esenzione legale dal servizio militare si sono improvvisamente trovati di fronte alla minaccia di una lunga pena detentiva.

Questo, in effetti, è il destino di ogni disertore israeliano e, certamente, di ogni obiettore di coscienza. Tuttavia, per gli haredim non si tratta semplicemente di un atto individuale di sfida, bensì di un conflitto all’interno della comunità. Un giovane ultraortodosso, educato a rifiutare il servizio militare, rischia di diventare un emarginato nella sua comunità e persino nella sua famiglia se osa arruolarsi. Ora si ritrova diviso tra i dettami della sua coscienza e della sua religione, le aspettative della sua comunità e della sua famiglia e la legge applicata dallo Stato.

Questa situazione, in cui ogni agente di polizia viene visto come un nemico, minaccia le fondamenta stesse della società haredim in Israele. Persino nei casi di violenza domestica o di abusi sessuali, i membri della comunità preferiscono non chiamare la polizia. Il timore che qualsiasi incontro con le forze dell’ordine possa portare all’arresto di un disertore — e agli scontri diffusi che spesso ne conseguono — rischia di diffondere l’anarchia nei quartieri ultraortodossi, dove la collaborazione con le autorità statali è già difficile anche in tempi normali.

Ecco perché gli attivisti haredim, impegnati da anni in varie lotte all’interno della propria società, parlano con grande apprensione delle recenti misure volte a far rispettare la coscrizione. Una rottura dei rapporti, già fragili, con la polizia potrebbe isolare ulteriormente i quartieri e le città haredim dal resto della società israeliana e rafforzare l’establishment ultraortodosso, ovvero quei leader che controllano e opprimono i singoli haredim e cercano di rimanere gli unici intermediari della comunità nei confronti dello Stato.

Potrebbe inoltre favorire l’ascesa di organizzazioni interne che impongono l’ordine con mezzi coercitivi all’interno della società haredi, non dissimili dalle reti della criminalità organizzata che hanno messo radici nella società palestinese all’interno di Israele. Un simile sviluppo rappresenterebbe un disastro per la società haredi, in particolare per i bambini haredim, e per la società israeliana nel suo complesso.

Il più grande movimento di obiezione di coscienza in Israele

Per la maggioranza degli ebrei israeliani, gli ultraortodossi sono considerati un gruppo che deve essere “educato e riformato” per contrastare la “minaccia demografica” che rappresentano – una preoccupazione seconda solo al timore di una popolazione palestinese in crescita. Pochi si chiedono quali sarebbero le conseguenze sociali o personali della coscrizione obbligatoria. Ancora meno sembrano preoccuparsene.

Anche all’interno dei circoli più di sinistra in Israele, la resistenza degli ultraortodossi alla coscrizione militare suscita disagio. Il motivo principale è che, per gli haredim, rifiutare la coscrizione non riflette un’opposizione alla guerra. Al contrario: anche se gran parte della leadership rabbinica sostiene posizioni politiche relativamente moderate o pragmatiche, i giovani ebrei ultraortodossi vengono sempre più identificati con l’estrema destra israeliana, nonostante si rifiutino di combattere in prima persona.

Personaggi come il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir sono considerati eroi dalla comunità ultraortodossa. Gli haredim svolgono inoltre un ruolo attivo nelle attività di insediamento in Cisgiordania e a Gerusalemme Est: costituiscono quasi la metà degli ebrei israeliani che vivono oltre la Linea Verde, e i due insediamenti più grandi sono città ultraortodosse.

L’obiezione di coscienza in Israele rimane in gran parte una questione di ribellione individuale. Eppure oggi gli ultraortodossi costituiscono il più significativo movimento ebraico di rifiuto nel Paese – un movimento che minaccia il consenso sulla guerra, l’unità della società che la sostiene e il morale dei soldati israeliani in servizio attivo. Ciononostante, non riceve quasi alcun sostegno.

Un’eccezione è rappresentata da Mesarvot, una delle principali organizzazioni che assistono gli obiettori di coscienza in Israele, affiliata al partito di sinistra Hadash e che sostiene anche i disertori e i prigionieri haredim. Proprio questa settimana, il gruppo ha contribuito alla pubblicazione di una lettera firmata finora da 120 giovani israeliani in attesa di essere chiamati alle armi, in cui dichiarano il loro rifiuto di arruolarsi e di prendere parte ai crimini dell’esercito.

Tuttavia, sebbene sia difficile criticare la sinistra israeliana – che a sua volta è vittima di persecuzioni da parte di varie autorità statali -, il silenzio di molti dei suoi leader e delle sue organizzazioni mentre gli haredim vengono presi di mira per il loro rifiuto di prestare servizio è un errore sia dal punto di vista morale sia da quello politico.

Black Alert

Nelle prossime campagne elettorali, la questione del servizio obbligatorio – e in particolare della coscrizione degli ultraortodossi – sarà uno dei temi più controversi, tale da poter superare in importanza il fallimento della sicurezza del 7 ottobre, gli esiti della guerra di Gaza e l’esclusione di Israele dal recente accordo tra Stati Uniti e Iran.

L’opposizione israeliana, che punta a sostituire il governo di destra, sta promuovendo il concetto di Brit Hameshartim — un «patto di chi presta servizio». L’alleanza riunisce partiti di destra, di centro e della sinistra sionista attorno a un messaggio condiviso sul servizio militare e sul servizio nazionale, che esclude sia gli ultraortodossi sia i cittadini palestinesi di Israele, che insieme rappresentano oltre il 30% della popolazione.

Di conseguenza, il Likud di Netanyahu e l’estrema destra israeliana appaiono sempre più vulnerabili a causa della loro alleanza con i partiti ultraortodossi. Alcuni haredim, nel frattempo, potrebbero astenersi dal votare per quei partiti di destra che ritengono non siano riusciti a proteggere i giovani dalla punizione per il rifiuto di prestare servizio militare.

Ma gli ultraortodossi non aspettano le elezioni, che ormai non considerano più una via d’uscita dalla crisi. Non è chiaro se la coalizione di Netanyahu sopravviverà, poiché persino un governo fermamente di destra come quello attuale non è riuscito a far approvare una legge che regoli lo status degli studenti delle yeshiva e la loro esenzione dall’obbligo di leva.

Rimane la piazza. Nei primi mesi dopo la scadenza della legge, quando è diventato chiaro che decine di migliaia di ebrei ultraortodossi sarebbero stati presto arrestati, è stato istituito un sistema telefonico chiamato «Black Alert». Ispirato al sistema di allerta missilistica israeliano, avvisa gli iscritti ogni volta che un renitente alla leva viene fermato dalla polizia militare.

Oggi, due delle più grandi linee di notifica contano complessivamente oltre 130.000 iscritti. Quando viene diramato un allarme, centinaia o migliaia di manifestanti possono precipitarsi sul posto in pochi minuti, circondare il veicolo della polizia e liberare il fermato. Questa pratica è diventata così efficace che molti agenti di polizia temono di fermare i renitenti ultraortodossi.

Dietro la hotline “Black Alert” c’è la cosiddetta Fazione di Gerusalemme (Jerusalem Faction), un gruppo estremista. Il gruppo si è separato dal movimento haredim tradizionale più di un decennio fa, sostenendo che la lotta contro i tentativi di arruolare gli haredim dovesse essere molto più attiva e conflittuale. Nel corso degli anni, i suoi membri sono stati emarginati dal potere e dall’influenza degli haredim, e molti hanno smesso del tutto di votare i partiti ultraortodossi.

Con decine di migliaia di membri pronti a scendere in piazza, la Fazione di Gerusalemme è diventata la forza principale dietro le proteste haredim che attualmente paralizzano Israele. Il 17 giugno, in seguito agli arresti di diversi haredim che si erano sottratti al servizio militare, uno dei gruppi della fazione ha bloccato un’importante autostrada alle 8 del mattino, senza alcun preavviso. A parte un piccolo gruppo di giornalisti, tra cui chi scrive, nessuno era stato informato in anticipo della protesta.

La reazione della polizia è stata violenta. Gli agenti si sono scagliati contro i manifestanti con i manganelli e hanno strappato i pantaloni a molti di loro, lasciandoli in mutande. Le immagini dei manifestanti insanguinati e seminudi in mezzo alla strada hanno aperto subito i telegiornali serali.

Ma mentre la Fazione di Gerusalemme sta guidando le proteste, se dovessero essere arrestati altri renitenti alla leva e lo scontro tra la polizia e la comunità haredim continuasse a intensificarsi, è del tutto possibile che l’intero settore ultraortodosso si unisca all’ondata di proteste di piazza.

Il rabbino Shmuel Auerbach, defunto leader della Fazione di Gerusalemme che ha gettato le basi per la sua lotta senza compromessi contro le iniziative di coscrizione militare, ha dato il tono. Ogni volta che uno studente di yeshiva veniva arrestato, il rabbino ordinava: «L’intero esilio deve trasformarsi in un falò» – un appello a disordini di massa in tutto il mondo haredi.

Ecco perché, mentre i commentatori israeliani discutono spesso di cosa occorra per costringere gli ultraortodossi ad arruolarsi nell’esercito, la questione più urgente potrebbe essere quale impatto abbia il loro ostinato rifiuto dell’idea stessa di «esercito del popolo» – e se ciò possa diventare la sfida più netta al consenso militarista di Israele proveniente dall’interno della società ebraico-israeliana.

*Eli Bitan è un giornalista della stampa ultraortodossa in Israele e blogger su Local Call.


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