Al Mufaqarah, Umm Al Kheir, Khirbet Susiya: storie di abusi e violenze nelle colline a Sud di Hebron. Agricoltura e pastorizia diventano attività dispendiose senza accesso ad acqua, rete elettrica e libertà di movimento.

 

 

Foto e testo di Rossana Zampini – Nena News

Sud di Hebron, 7 maggio 2014, Nena News – La vita nei villaggi palestinesi è scandita dai ritmi della terra: la giornata comincia al sorgere del sole e si conclude al tramonto. Agricoltura e pastorizia garantiscono la sopravvivenza della sua gente, ma possono diventare attività dispendiose senza accesso ad acqua, rete elettrica e libertà di movimento.

Sawsan è una ragazza di 20 anni e vive nel villaggio di Al-Mufaqara. La sua famiglia lavora la terra come i suoi antenati hanno fatto per più di 200 anni. ”Vivere qui significa resistere quotidianamente: isolamento, espulsioni coattive, ordini di demolizione, outposts e insediamenti, sono solo alcuni esempi dei tentativi israeliani per forzarci ad andar via”.

Ogni mattina percorre 6 km a piedi o con il suo asino per raggiungere l’università più vicina. ”Durante il percorso siamo soggetti a schernimenti e pressioni da parte degli israeliani; hanno compreso che azioni punitive collettive portano ad avere più nemici, così facendo fanno pressione sui singoli e hanno maggiori possibilità di vittoria. Una volta hanno persino levato con forza il velo ad una studentessa e molte ragazze hanno lasciato la scuola a seguito di questi abusi”.

La casa di Sawsan è stata distrutta quando lei era ancora una bambina e in quell’occasione è stata arrestata per aver fatto resistenza ai militari: ”Per la mia libertà la famiglia ha pagato molti soldi e ha dovuto accettare le condizioni della corte israeliana: divieto di ritorno al villaggio, divieto di partecipare a manifestazioni, divieto di contatto con la nostra comunità, pena la prigione e una multa di 75mila NIS [circa 15mila euro, ndr]”.

Nonostante tutto lei continua a vivere qui, a percorrere quotidianamente la strada che la divide dall’università e ad aiutare la famiglia. ”Voglio studiare per cambiare la nostra situazione politica: se fossi andata via sarei stata di cattivo esempio per il resto della comunità. Voglio invece servire da modello anche per le altre ragazze del villaggio”.

Tariq vive a Umm Al-Kheir, un agglomerato di tende e baracche poco distante da Al-Mufaqara. Come gli altri villaggi beduini nelle South Hebron Hills, si trova in Area C, sotto il pieno controllo israeliano. ”Non abbiamo nulla. Ci hanno preso terra, animali e diritti. Ciò che resta del nostro villaggio sono  abitazioni provvisorie, riparate da tetti fittizi – le case sarebbero infatti oggetto di demolizione”. Persino il khobsa tabuna – il forno per il pane – ha un ordine di demolizione perché  ”il fumo che produce non piace ai coloni”. Per questo il proprietario è stato costretto a pagare una multa di 250mila NIS [circa 50mila euro, ndr], nonostante sia nato e vissuto qui, molto prima del loro arrivo. I beduini di Umm Al-Kheir vengono inoltre spesso molestati dagli abitanti della colonia di Carmel  e l’arrivo della polizia si conclude sempre nello stesso modo: con la detenzione dei palestinesi ”per ragioni di sicurezza” o per ”ulteriori domande in merito agli sconfinamenti”. ”Vogliono portarci all’esasperazione e costringerci a abbandonare la nostra terra! – continua Tariq – Viviamo in un regime di totale isolamento e povertà, soprattutto se teniamo conto dello stile di vita di cui godono i nostri vicini coloni”.

Il settlement di Susiya è stato costruito nel 1983 accanto all’omonimo villaggio palestinese, esistente dal 1830. La terra è stata confiscata ”per ragioni di pubblico interesse” e utilizzata per la realizzazione di un sito archeologico. ”Con gli anni la situazione è decisamente peggiorata – ci spiega Nassar – Ricordo quando nel 2001 un palestinese ha ucciso YairHar Sinai, residente nella colonia: i militari hanno espulso tutto il villaggio, distrutto le nostre proprietà, i rifugi e le cisterne, cosa che al contratro non accadde quando quattro palestinesi vennero assassinati dai coloni”.

I residenti di Khirbet Susiya si sono tradizionalmente guadagnati da vivere attraverso il pascolo e la raccolta delle olive, ma negli ultimi anni distruzioni, minacce e violenze hanno reso ardua la loro sopravvivenza. ”Sono dei codardi. Se la prendono con i più deboli: i bambini, le donne e persino i nostri animali! Hanno avvelenato il raccolto e molte pecore sono morte brucando; di quelle vive non abbiamo potuto usufruire per non mettere a rischio la salute del villaggio”.

Petizioni, ricorsi in tribunale e campagne mediatiche hanno portato a pallide vittorie per gli abitanti delle South Hebron Hills, che non senza fatica continuano a resistere all’occupazione israeliana nella sua forma più infima: quella quotidiana. I continui abusi rientrano nella logica di dislocamento dei beduini, giustificati dalla semplificatoria e disinformata politica che ”essendo beduini sono abituati a muoversi e non hanno bisogno di una dimora fissa’‘, nonostante si tratti di popolazioni stanziate nel territorio da oltre duecento anni. Impedendo l’accesso ai servizi di base e alla rete telefonica, gli israeliani utilizzano l’isolamento- geografico e tecnologico- come strumento per proibire ai palestinesi di raccontare la propria storia ed avere la visibilità di cui la causa necessita. Nena News

 

 

 

 


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