A 10 anni dalla sua scarcerazione (dopo 18 anni di prigione, 11 dei quali in isolamento totale), le autorità di governo e i giudici di sorveglianza hanno di nuovo negato il diritto a lasciare Israele all’ex tecnico della centrale nucleare di Dimona che nel 1986 rivelò al mondo i segreti della bomba atomica israeliana

di Michele Giorgio
Gerusalemme, 03 giugno 2014, Nena News – Mordechai Vanunu il prossimo 17 giugno non potrà parlare di fronte al Parlamento britannico, nell’ambito di iniziative promosse da Amnesty International. Le autorità di governo e i giudici di sorveglianza hanno negato il diritto ad uscire dal paese all’ex tecnico della centrale nucleare di Dimona che nel 1986 rivelò al mondo i segreti della bomba atomica israeliana. Vanunu, rimasto in carcere per 18 anni (11 dei quali in isolamento), sin dal giorno della sua scarcerazione, dieci anni fa, ha chiesto senza successo di lasciare Israele. Inoltre non può parlare a cittadini stranieri senza l’autorizzazione dei servizi segreti. Restrizioni che sono state prorogate di anno in anno. Vanunu è ancora considerato in possesso di informazioni che possono mettere a rischio la “sicurezza nazionale”. Anche se tutti sanno che Israele è l’unica potenza nucleare del Medio Oriente. L’Alta Corte di Giustizia sino a oggi ha respinto sette ricorsi contro le restrizioni. Inutile l’impegno dell’avvocato Avigdor Feldman il quale ripete che dopo 30 anni le informazioni in possesso di Vanunu, peraltro già note alla comunità internazionale, non possono più rappresentare un minaccia alla sicurezza nazionale.
Si tratta di una vicenda umana e politica eccezionale che riguarda anche l’Italia. Pochi lo ricordano ma Vanunu fu rapito nel 1986 dal Mossad a Roma e riportato in Israele dove è stato processato e condannato per “tradimento”. L’Italia, tranne una timida richiesta di spiegazioni presentata a Israele da Bettino Craxi, ha taciuto per quasi 30 anni. Vanunu, ebreo di origine marocchina, prima di formarsi una coscienza politica aveva svolto con diligenza il suo lavoro di tecnico nucleare nella centrale di Dimona, costruita ufficialmente per produrre energia elettrica ma che l’attuale capo dello stato israeliano Shimon Peres, con l’aiuto del padre dell’atomica francese Francis Perrin, trasformò in un centro segreto. Vanunu cominciò a riflettere su ciò che avveniva a Dimona quando venne trasferito nel Machon 2, un complesso di sei piani sotterranei della centrale atomica dove, secondo i dati raccolti dal tecnico nucleare, sono (o erano) prodotti annualmente una quarantina di chilogrammi di plutonio.
Quella e altre scoperte, documentate con fotografie, lo convinsero dell’importanza di rivelare al mondo la produzione di ordigni atomici in Israele. Le sue domande ai diretti superiori da quel momento in poi divennero più incalzanti, i suoi dubbi generavano imbarazzo tra i colleghi. Nel 1985 Vanunu fu costretto a dimettersi per «instabilità psichica» e partì per l’Australia dove poco dopo si sarebbe convertito al Cristianesimo. E proprio dall’Australia per la prima volta si mise in contatto con il Sunday Times. Giunto a Londra nell’agosto del 1986, si recò al giornale riferendo per due intere settimane i suoi segreti. Il quotidiano britannico gli firmò un assegno da 300 mila dollari – mai incassato – ma esitò fino al 5 ottobre a pubblicare il suo racconto. Vanunu, come nel più classico dei film di James Bond, cadde in una trappola preparata da una donna affascinante, Cindy, al secolo Cheryl Ben Tov, un’agente del Mossad, per la quale perse la testa. Il sequestro non avvenne a Londra ma a Roma dove il tecnico fu attirato da Cindy per un “weekend romantico”.
Fu riportato in Israele con una nave il 7 ottobre. Vanunu riapparve solo per qualche attimo a Gerusalemme, durante il processo, quando con uno stratagemma – scrivendo sul palmo della mano che mostrò ai fotografi fuori dall’aula – fece sapere di aver raggiunto Roma il 30 settembre con il volo 504 della British Airways e di essere stato là rapito. Nena News






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