Ahmed el Zind non ha mai nascosto la sua avversione per Morsi e per il movimento islamico. Potente, risoluto e aggressivo, prende il posto di Saber, costretto a lasciare per le sue dichiarazioni sui figli dei netturbini (“Non ambiscano a fare i giudici”). Nei tribunali egiziani comminate centiniaa di condanne a morte contro gli oppositori

di Sonia Grieco
Roma, 21 maggio 2005, Nena News – Si è insediato ieri il nuovo ministro egiziano della Giustizia: Ahmed el Zind, 69 anni, noto per essere un acerrimo nemico dei Fratelli Musulmani, finiti nel mirino dei tribunali egiziani dopo il golpe del luglio 2013, che ha portato al potere il generale e attuale presidente Abdel Fattah al Sisi. E in carcere i vertici e centinaia di sostenitori della Fratellanza, tra i quali Mohamed Morsi, il primo presidente eletto del post-Mubarak, che la settimana scorsa è stato condannato a morte.
Zind, dal 2009 a capo della potente, ma non ufficiale, associazione di giudici egiziani, è stato chiamato a sostituire Mahfouz Saber, costretto a lasciare il dicastero della Giustizia per le sue dichiarazioni televisive sul fatto che i figli di netturbini non potrebbero aspirare a carriere togate. Un’uscita a dir poco infelice, aggravata dal fatto che Saber ha rifiutato di scusarsi. Così al suo posto è arrivato un’inflessibile critico dei Fratelli Musulmani, che di certo garantirà continuità alla persecuzione del movimento islamico messo fuori legge da Sisi.
Le sue passate dichiarazioni sulla Fratellanza e i suoi frequenti conflitti con il governo del Partito Giustizia e Libertà, braccio politico del movimento, non lasciano adito a dubbi. Nel 2012 si guadagnò gli onori della stampa, anche internazionale, con il suo invito ai magistrati a boicottare il referendum costituzionale rifiutando di monitorare i seggi. Una sfida aperta a Morsi. E quando l’ex presidente e il Parlamento, sempre nel 2012, stigmatizzarono la decisione della magistratura egiziana di prosciogliere Mubarak e figli dalle accuse di corruzione, Zind tirò fuori tutta la sua avversione per il movimento con una dichiarazione raggelate diretta all’Assemblea, all’epoca composta quasi per metà da esponenti del partito della Fratellanza: “Non avete ereditato l’Egitto dai vostri genitori. Non permetteremo a questa legislatura di essere la spina nel fianco dell’Egitto”.
Nel 2013 fu protagonista dello scontro tra la magistratura e i partiti islamici sugli emendamenti (mai passati) della riforma del sistema giudiziario. Tra le modifiche in ballo c’era quella sull’età pensionabile dei giudici (da 70 a 60 anni), che se approvata avrebbe costretto al pensionamento una quarto dei 13mila magistrati egiziani. Il quotidiano egiziano Ahram Online ha ricordato che nel 2014 fu trovato un ordigno davanti la casa di Zind.
Il neo ministro della Giustizia si è distinto anche per la sua posizione aggressiva nei confronti dei vicini etiopi e del loro progetto di costruire una diga sul Nilo. In una dichiarazione ha esortato le Forze armate a “tenersi pronte” a contrastare i tentativi di Addis Abeba di “assetare” gli egiziani.
Un uomo potente e risoluto contro la Fratellanza, su cui Sisi potrà contare per proseguire nella repressione, non soltanto degli oppositori islamici, ma anche di quelli laici che dal 2013 affollano le carceri egiziane. Nell’Egitto di Sisi non c’è spazio per l’opposizione e i tribunali sono diventati il braccio operativo del presidente. Sostenuti da leggi liberticide approvate dal luglio del 2013, che di fatto impediscono ogni forma di dissenso, che sia nelle piazze o negli stadi.
Nei tribunali del Paese sono comminate pene pesantissime, tra cui centinaia di condanne a morte, decise anche da tribunali militari. Sentenze collettive, in aule con decine di imputati, che hanno scatenato il biasimo delle organizzazioni egiziane e internazionali. La condanna a morte di Morsi, sabato scorso, ha provocato un coro di critiche che il ministero della Giustizia ha preso come “interferenze nella sovranità” dell’Egitto.
Morsi è stato condannato al patibolo assieme ad altre cento persone, per un’evasione in massa dalla prigione di Wadi Natroun, al Cairo, durante la rivolta del 2011. È accusato di avere organizzato la fuga in collaborazione con esponenti del movimento islamico palestinese Hamas. Un processo che ha sollevato diversi dubbi. Tra gli imputati, inoltre, c’erano 70 palestinesi condannati in contumacia, e tra questi, riporta il sito Middle East Eye, Hassan Salameh, che si trova in una cella israeliana dal 1994, e Raed Attar che è deceduto. Morsi sta già scontando venti anni per arresti e torture di manifestanti quando era al potere. Nena News





