Per Hossein Salami, comandante delle Guardie rivoluzionarie, Tehran “anche se non intende fare la guerra a nessuno, è pronta alla guerra”. Gli Usa: il velivolo era nello spazio internazionale

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della redazione

Roma, 20 giugno 2019, Nena NewsL’abbattimento compiuto dalla difesa antiaerea iraniana di un drone statunitense manda un “chiaro messaggio” e conferma che Tehran, “anche se non intende fare la guerra a nessuno, è pronta alla guerra”. Sono state queste le parole con cui, Hossein Salami, comandante delle Guardie rivoluzionarie iraniane, ha commentato in diretta tv quanto è accaduto questa mattina nei pressi dello Stretto di Hormuz, precisando che l’abbattimento del drone Usa è avvenuto in acque territoriali iraniane.

Washington ha confermato la perdita del drone. Ma, dice, è stato abbattuto in spazio internazionale e non in quello iraniano. La Abc News, citando un funzionario americano, ha riferito che si tratta un drone non armato MQ-4C Triton della Marina Usa e che è abbattuto durante una missione di ricognizione da un missile terra-aria. Invece fonti iraniane parlano di un “drone-spia” Global Hawk, colpito dopo aver violato lo spazio aereo nazionale vicino Kouhmobarak, a nord dello Stretto di Hormuz.

L’abbattimento giunge in un momento di forti tensioni nel Golfo tra Stati uniti e Iran che potrebbero sfociare in uno scontro militare. Washington, senza prove, accusa Tehran di essere responsabile del sabotaggio il mese scorso di quattro petroliere nelle acque degli Emirati e dei presunti attacchi avvenuti il 13 giugno contro due petroliere – colpite da esplosioni – nel golfo di Oman. Davanti al Congresso, Brian Hook, inviato speciale per l’Iran dell’Amministrazione Trump, citando informazioni dell’intelligence, ha affermato che navi iraniane che operavano nello Stretto di Hormuz il 12 e 13 giugno si sono avvicinate alle petroliere Front Altair e Kokuka Courageous prima delle esplosioni allo scopo di piazzare delle mine. Accuse che l’Iran nega con forza. Tehran è favorevole a un’inchiesta indipendente sull’accaduto e afferma che potrebbe essersi trattato di un piano orchestrato proprio dagli Usa per ottenere un pretesto che consenta l’uso della forza contro l’Iran.

Intanto è stata confermata la riunione del 28 giugno dei ministri degli esteri di Iran, Cina, Russia, Germania, Francia e Gran Bretagna, i Paesi rimasti nel Jcpoa, l’accordo sul programma nucleare iraniano, dopo il ritiro degli Stati Uniti avvenuto un anno fa. Di fatto è l’ultima opportunità a livello diplomatico per salvare l’accordo firmato nel 2015 prima della scadenza dell’ultimatum fissato da Tehran per il 7 luglio per attenuare le conseguenze delle sanzioni Usa sul settore petrolifero e finanziario dell’Iran. Altrimenti la Repubblica islamica inizierà la seconda fase del suo ritiro dal Jcpoa avviando l’arricchimento dell’uranio oltre il  limite del 3,67%, punto nevralgico dell’intesa. Nena News


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