di Valeria Cagnazzo* –

Pagine Esteri, 26 maggio 2021 – Hanno salutato l’alba del 21 maggio con una foto di gruppo diffusa sui social i medici dell’Ospedale Al Shifa di Gaza: divise verdi e bianche, alcune mascherine abbassate, il simbolo della vittoria con le prime due dita della mano tese. Dalla notte Israele ha accettato la tregua e i bombardamenti sulla Striscia di Gaza sono sospesi. Cinque giorni prima, gli stessi medici si mostravano alle fotocamere fuori dall’Al Shifa con lo sguardo basso e tra le mani due manifesti con le fotografie del dottor Ayman Abu Al-Aouf e del dottor Moeen Aloul, rimasti uccisi dalle bombe. Insieme ai due medici, nel bombardamento di via al-Wehda, una delle principali arterie commerciali di Gaza City, nella stessa notte avevano perso la vita oltre 40 persone.  Il dottor Al-Aouf, sepolto sotto alle macerie della sua abitazione insieme alla moglie e ai due figli, era Professore di medicina e il principale responsabile medico della lotta al Covid. Per lui è stato improvvisato un funerale in fretta e in furia la mattina di domenica 16, un manifesto in cui lancia uno sguardo severo sotto due occhiali squadrati che gli scivolano sul naso è stato esposto fuori dall’Al Shifa e il Ministero della Sanità ha diramato il suo messaggio di commiato. “Ero sveglia a chattare con un’amica su Whatsapp mentre mio padre e mia madre dormivano”, ha raccontato al Guardian Aya Aloul, figlia del neurologo Moeen Aloul morto quella stessa notte, “quando all’improvviso il rumore delle bombe è iniziato violentemente. Nell’arco di un secondo era tutto nero, e mi sono ritrovata sull’asfalto per strada”.

Dopo undici giorni di raid aerei ininterrotti, il 21 maggio Gaza si è svegliata tra le macerie, per piangere i suoi 248 morti, dei quali almeno 67 bambini, e contare i suoi feriti. Sarebbero, invece, dodici le vittime in Israele. Ora che il cielo finalmente tace, la Striscia di Gaza deve fare i conti con la sua tragedia e sommare le sue perdite umane e materiali a un sistema sanitario già profondamente collassato.

La sanità di Gaza

C’è una previsione, vaticinata dalle Nazioni Unite nel 2012, che sembra adesso aleggiare sulle macerie e le cliniche distrutte: Gaza sarebbe diventata “invivibile” a partire dal 2020. Alla pari dell’allarme sullo scioglimento di un ghiacciaio artico o di un oracolo scientifico sulla cancellazione delle terre emerse da parte degli oceani tra cent’anni e della scomparsa del genere umano. Sono passati quasi cinque mesi dalla fine del 2020, e sul cumulo di cenere di una casa appena distrutta una bambina di tre o quattro anni sta stringendo al petto la sua bambola di stoffa rosa che ha salvato dai bombardamenti.

Gli ultimi tredici anni di blocco su Gaza hanno avuto effetti devastanti sul sistema sanitario della Striscia, come sull’economia, sulla politica, sulla salute psichica e fisica delle persone, sulla sopravvivenza e sulla mortalità della popolazione. Il divieto di spostarsi fuori dal territorio, anche per motivi di lavoro al di là del confine, il controllo sulle importazioni e le esportazioni di beni e servizi, insieme alle operazioni militari da parte di Israele nel 2008, 2012 e 2014 e le escalations di violenze sui civili nel corso delle manifestazioni della “Grande marcia del Ritorno”, hanno esacerbato le condizioni di povertà di un territorio in cui prima del 2007 il lavoro di quasi metà della popolazione dipendeva da Israele. A Gaza vivono 2 milioni di persone, di queste 1,4 milioni sono rifugiati provenienti da territori occupati da Israele a partire dal 1948, e 500.000 di loro vivono negli otto campi profughi presenti. Metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il tasso di disoccupazione giovanile si aggira intorno al 70%. Quanto alle risorse disponibili, il 96% dell’acqua non è potabile, e nel 2019, dichiara l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), l’elettricità nelle case è stata disponibile per una media di dodici ore al giorno.

Secondo i dati dell’OMS relativi al 2019, il 40% della popolazione palestinese (in Cisgiordania e a Gaza) ha meno di 14 anni e solo il 5% ha almeno 65 anni. L’aspettativa di vita nel 2018 era di 73 anni e 9 mesi e la mortalità infantile si aggirava intorno ai 17 casi su 1.000 nati vivi, con vette di 20 morti su 1.000 nei bambini sotto i 5 anni. Il 10% delle morti, secondo il Ministero della Sanità palestinese, è determinato da decessi perinatali e malformazioni congenite. L’8.1% è causato da malattie infettive, il 2.8% da incidenti e aggressioni. Nella comunità di coloni israeliani residenti in insediamenti in Palestina (circa 600.000), l’OMS sottolinea come l’aspettativa di vita sia di 9 anni più alta e la mortalità infantile di 6 volte inferiore rispetto a quella palestinese.

Gaza. Un reparto dell’ospedale Al Shifa (foto Anera)

Le malattie infettive, le malattie croniche o oncologiche e le severe disabilità causate anche dai conflitti rappresentano le principali problematiche per il sistema sanitario palestinese. Ad esse si aggiunge la questione della salute mentale: uno studio dell’OMS del 2017 ha rivelato che la Palestina detiene il primato per la maggior incidenza di disturbi mentali nel bacino del Mediterraneo. Sono diffusi la depressione, il disturbo post-traumatico da stress, l’ansia, la schizofrenia e il disturbo bipolare e almeno 250.000 Palestinesi richiederebbero un percorso di assistenza psicosociale. Il 52% dei casi di tentato suicidio si verificano nella fascia di età tra i 16 e i 25 anni.

Il diritto alla salute non è scontato per la popolazione in Palestina, e la responsabilità nell’elargizione dei servizi sanitari è frammentata come il suo territorio. Il sistema sanitario dei Territori Occupati è responsabilità dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) e di Israele come entità occupante, quello di Gaza dell’autorità de facto al potere, Hamas, ma con il passare degli anni è diventata sempre più profonda la dipendenza dagli aiuti economici esterni e dalle donazioni delle organizzazioni umanitarie.

Il 71% delle cliniche per le cure primarie in Cisgiordania è gestita dal Ministero della Salute, a fronte del 34% a Gaza, dove giocano un ruolo decisivo gli interventi dell’UNRWA (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e il Lavoro nel Vicino Oriente) e delle organizzazioni non governative (ONG). Gli ospedali sono 82 in tutto, dei quali 30 nella Striscia di Gaza: la capienza di questi ultimi è per circa il 70% gestita dal Ministero della Sanità e per il resto dipendente da ONG. Quanto alla disponibilità di medicinali, il blocco alle importazioni rappresenta un limite drammatico soprattutto per la popolazione di Gaza. Il Ministero della Sanità palestinese è tra l’altro costretto a pagare prezzi molto più alti per i farmaci rispetto allo standard internazionale, a causa delle restrizioni e all’impossibilità di negoziare visti gli arretrati già accumulati. Il risultato è che nel 2019 a Gaza il 42% dei medicinali “essenziali”, categoria che comprende antibiotici, antivirali, insulina, farmaci per l’ipertensione arteriosa, anestetici, immunoglobuline anti-tetano e vaccini, era completamente esaurito.

A causa della mancanza di servizi in Palestina, il Ministero della Sanità è costretto ogni anno a riferire molti casi a strutture esterne: nel 2018, il 34% della spesa totale ministeriale è stata investita nell’acquisto di servizi di enti non nazionali.  I pazienti riferiti a strutture ospedaliere fuori dalla Striscia di Gaza devono ottenere un permesso da Israele per uscire dal confine: a un paziente su tre, viene negato o la risposta viene rimandata a lungo, spesso con esiti fatali sul decorso della malattia. Circa un terzo delle richieste appartengono a pazienti oncologici, che devono ricevere all’estero o in Cisgiordania trattamenti chirurgici, chemioterapici o radioterapici: uno studio dell’OMS ha dimostrato una sopravvivenza di 1,45 volte minore per i pazienti oncologici che non hanno ricevuto il permesso di uscire dalla Striscia rispetto a quelli che hanno ottenuto il visto.

Dopo la tempesta

Gli ospedali di Gaza sono da tempo al collasso. Strutture danneggiate dai precedenti raid aerei, manutenzione impossibile, corsi di aggiornamento per il personale carenti, farmaci irreperibili. I bombardamenti che per undici giorni hanno colpito la Striscia di terra più densamente popolata al mondo, insieme ai tunnel e ai covi di Hamas come dichiarato da Israele e alle abitazioni dei civili, il 17 maggio hanno colpito anche la sede del Ministero della Sanità a Gaza. Il vice-ministro della Sanità, il dottor Abu al-Rish, ha condannato come crimini di guerra gli attacchi israeliani alle istituzioni mediche durante i raid aerei. “Il bombardamento ha provocato dei feriti tra il personale del nostro Ministero, alcuni di loro sono critici”.

Oltre al palazzo ministeriale, almeno diciannove strutture sanitarie sono state danneggiate, tra le quali sei ospedali e nove centri di cure primarie. Migliaia di feriti affollano le corsie degli ospedali rimasti letteralmente in piedi, ma le forze sono allo stremo, come l’umore. Uno degli ultimi feriti è un medico che stava prestando le sue cure a un paziente quando è stato colpito, e giace ancora in una terapia intensiva in cui scarseggiano drammaticamente gli anestetici, l’ossigeno e le sacche di sangue. Per poter funzionare, secondo l’OCHA (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari), le strutture sanitarie avrebbero bisogno di un rifornimento di almeno 400.000 litri di carburante. Gli osservatori indipendenti per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno invocato un’investigazione della Corte Penale Internazionale sugli attacchi alla popolazione civile e le altre violazioni dei diritti umani compiute durante l’operazione militare su Gaza. Matthias Schmale, portavoce dell’UNRWA, commentando la tregua ha affermato che “non può esistere un ritorno alla normalità” nell’enclave dove già prima dell’inizio dei raid israeliani la vita della popolazione non si poteva definire “normale”: ancora più anomala sarà la vita dei Gazawi dopo quella che le Nazioni Unite hanno definito, per violenza, un’operazione peggiore di quella del 2014 che provocò circa 2.300 morti.

Gaza e il Covid

Oltre a uccidere il massimo riferimento nella sanità per la lotta al virus, il dottor Al-Aouf, e a colpire il Ministero della Sanità, i bombardamenti israeliani hanno danneggiato l’unico laboratorio per test Covid della Striscia, nella clinica al-Rimal. Lì venivano processati fino a 1.600 tamponi per Covid al giorno, e i medici diramavano informazioni sullo stato della diffusione del virus a tutti gli ospedali del territorio. A causa dei danni, l’attività del laboratorio è stata sospesa dal Ministero della Salute palestinese per alcuni giorni. Il 20 maggio, il sito del Ministero della Salute di Gaza ha dichiarato la riapertura del laboratorio dei tamponi Covid, “grazie agli sforzi dei suoi tecnici e dei suoi ingegneri”. Proprio negli ultimi tempi, a Gaza si assisteva a una seconda ondata pandemica molto più impegnativa della prima, anche a causa della virulenza della nuova variante inglese.  Nella Striscia, sono stati confermati 106.994 casi di Covid19 (dati OCHA aggiornati al 24 maggio), in Cisgiordania 227.624. Le infezioni attualmente attive a Gaza sono 2.303, e le morti per Covid hanno superato la soglia dei 1.000 decessi. Proprio da aprile, nella Striscia si è assistito a una diffusione del virus di proporzioni agghiaccianti, mai sfiorate dall’inizio dell’emergenza mondiale nel marzo 2020. Tra marzo e aprile, i casi di Covid sono aumentati del 58%, e ancora più emblematico della spaventosa ondata virale che ha colpito la striscia di terra è il confronto tra i numero di morti dei due mesi: 28 morti a marzo contro i 288 morti nel mese di aprile. Meno del 5% dei Palestinesi è stato vaccinato, e molti operatori sanitari non hanno ancora avuto accesso alla prima dose vaccinale. Le statistiche relative al mese di maggio, ancora in corso di studio, saranno sicuramente inficiate dall’operazione militare, che ha impedito per metà mese di portare avanti il consueto monitoraggio sulla popolazione, e che avrà anche ripercussioni sulla mortalità e sul numero di pazienti con infezione sintomatica. La produzione di migliaia di sfollati in seguito ai nuovi raid aerei produrrà tra l’altro un’inevitabile propagazione del contagio: almeno 60.000 Gazawi nel corso dei bombardamenti hanno lasciato le loro case, per ammassarsi nelle scuole e in altri edifici pubblici. Questa improvvisa convivenza di migliaia di persone in piccoli spazi, in cui non è stato né sarà certamente possibile applicare il distanziamento sociale tra le famiglie, tra le loro stuoie per la notte e tra i loro respiri affannosi e spaventati dalle bombe, non potrà che avere conseguenze drammatiche sulla popolazione di Gaza. L’esistenza di un solo laboratorio danneggiato e ora rimesso faticosamente in azione per tutto il territorio, insieme alla inaudita carenza di farmaci, di ossigeno e ventilatori, lasciano immaginare senza troppi sforzi una nuova tragica epoca Covid per Gaza.

La testimonianza delle organizzazioni umanitarie

Medici senza frontiere – Nella notte tra il 15 e il 16 maggio, nel corso delle operazioni militari su Gaza, una clinica di Medici senza Frontiere (MSF) per il trattamento di traumi e ustioni è stata danneggiata da un raid aereo israeliano. “La stanza dedicata alla sterilizzazione è ora inutilizzabile, mentre l’area di aspetto è stata completamente danneggiata. Non si contano feriti all’interno della clinica, ma alcune persone sono state uccise nel corso dei bombardamenti”, si legge nel loro comunicato stampa. “Ogni cosa è stata colpita: case, strade, alberi. Nella clinica, dove vediamo oltre 1.000 bambini all’anno con ustioni e ferite da trauma, mancava un muro e i detriti erano ovunque. La clinica ora è chiusa non solo per i danni subiti, ma anche perché la strada per accedervi è stata totalmente distrutta e la zona è ancora pericolosa”, ha dichiarato il dottor Mohammed Abu Mughaiseeb, vicecoordinatore medico di MSF a Gaza.

A Gaza, MSF fornisce cure alle vittime di ustioni e traumi da quasi 15 anni; dal 2018 ha avviato, inoltre, progetti di chirurgia ortopedica, fisioterapia e programmi di supporto psicosociale per la popolazione, dove l’incidenza di disturbo post-traumatico da stress è estremamente. Dall’inizio della pandemia Covid19, l’ONG supporta, inoltre, i reparti di medicina interna e terapia intensiva degli ospedali della Striscia.

Durante l’escalation di violenza, l’ONG fondata nel 1971 in Francia da medici e giornalisti, premio Nobel per la Pace nel 1999, ha lanciato diversi messaggi di allarme e di denuncia alla comunità internazionale. “Gli orrendi attacchi contro la popolazione e le infrastrutture civili a cui stiamo assistendo a Gaza sono imperdonabili e intollerabili” ha dichiarato Ely Sok, capomissione di MSF nei Territori palestinesi, “Israele deve fermare questi attacchi nel cuore di Gaza che uccidono civili. È impossibile limitare gli effetti dei bombardamenti in un luogo così densamente popolato”. Conclusi i bombardamenti sulla Striscia, secondo i medici di MSF non si concluderanno i pericoli per la popolazione gazawi né le difficoltà nel fornire cure e assistenza sanitaria: il blocco della Striscia continua a ostacolare l’ingresso di medicinali, strumentazione e staff medico internazionale. “Il blocco israeliano su Gaza in vigore da 14 anni comporta che il sistema sanitario qui manchi di molte delle cose di cui ha bisogno per curare le persone anche in tempi normali. Eppure, a distanza di pochi anni, si è chiamati a far fronte a un enorme afflusso di feriti: gli 11.000 feriti durante la guerra del 2014, gli oltre 7.000 feriti da spari durante le proteste nel 2018 e nel 2019, e ora già centinaia di feriti nei bombardamenti e decine di morti in pochi giorni”, ha dichiarato la dott.ssa Natalie Thurtle di MSF. Anche il Covid, ora che si contano i feriti e le perdite tra le macerie, ritorna ad essere un pericolo non arginabile. La presenza di migliaia di sfollati in strutture di fortuna e sovraffollate, secondo i portavoce dell’organizzazione, non potrà che produrre un dilagare del virus.

PCRF – Durante l’operazione militare su Gaza, anche il PCRF, il cui acronimo sta per Palestinian Children’s Relief Fund, ha subito dei danni: nel pomeriggio del 17 maggio l’edificio principale che a Gaza ospita l’ONG è stato colpito da un attacco aereo. Il dottor Vincenzo “Stefano” Luisi, Presidente di PCRF-Italia, e Martina Luisi, coordinatrice della stessa associazione italiana, hanno espresso la loro preoccupazione alla redazione di Pagine Esteri il giorno successivo all’attacco. “La distruzione del nostro edificio rappresenta un duro colpo per noi e oggettivamente è un grossissimo danno. Era il quartier generale del PCRF a Gaza: abbiamo perso dati, informazioni, documenti. Adesso è completamente inutilizzabile e dobbiamo abbandonarlo. Non abbiamo ricevuto nessun preavviso prima dell’attacco aereo”.

L’organizzazione non ha riportato vittime o feriti tra i membri del suo staff, ma le foto mostrano il vertice della struttura che ospitava la loro sede, un palazzo di sei o sette piani, completamente sventrato. “Tra le vittime”, spiega Martina Luisi, “due morti residenti in un’abitazione adiacente all’edificio e dieci feriti. Nel nostro palazzo, c’erano anche una sede della Mezzaluna Rossa, un ambulatorio odontoiatrico, un ufficio di assicurazioni, il centro Falestiniat di formazione giornalistica per donne, e altri uffici”. “Noi forniamo solo assistenza umanitaria”, ci tiene a precisare alla nostra redazione il dottor Luisi, “Non partecipiamo alla discussione politica in senso stretto né prendiamo posizione a vantaggio di nessuna delle due parti né di alcun partito. PCRF fornisce assistenza umanitaria senza distinzione politica o religiosa alle bambine e ai bambini del Medio Oriente in stato di bisogno e in situazioni di marginalità, al fine di garantire loro il diritto universale alle cure e l’accesso ai servizi sanitari e socio-sanitari, gratuiti e di qualità. Opera in Palestina, sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza, ma anche in Libano e Giordania. Con particolare riferimento alla Palestina, è la principale organizzazione umanitaria impegnata in ambito sanitario pediatrico edinterviene sia sostenendo il Sistema Sanitario pubblico con interventi infrastrutturali (abbiamo sostenuto ad esempio la realizzazione degli unici due reparti di oncologia pediatrica per la popolazione palestinese, uno in Cisgiordania e uno a Gaza), ma anche direttamente a favore dei beneficiari finali, con la distribuzione di aiuti umanitari, con missioni mediche specialistiche di volontari internazionali o finanziando cure mediche all’estero per i pazienti non curabili in loco”.

I due portavoce per l’Italia dell’ONG sottolineano due importanti limiti per il sistema sanitario palestinese già al collasso, che si sommano agli effetti che le operazioni militari sulla Striscia di Gaza determinano: gli effetti della pandemia Covid19 e l’embargo al quale questo territorio è sottoposto. Non sono disponibili sufficienti mascherine e dispositivi di protezione individuali non solo per i pazienti ma anche per gli operatori sanitari, non ci sono farmaci e strutture adeguate per fornire assistenza sanitaria. E poi c’è il blocco della Striscia. “Aumenta sempre di più il numero di pazienti da indirizzare a strutture esterne, perché Gaza non ha di che rispondere, ma qui entra in gioco l’occupazione: l’OMS documenta che nel 2019 solo il 65% dei permessi richiesti dai Gazawi di uscire dalla Striscia per motivi medici, anche solo per spostarsi in Cisgiordania, è stato concesso. Ancora più difficile è che ad ottenerli siano i loro accompagnatori, anche se si tratta di malati terminali, anziani o bambini”. Nel 2019, il 38% dei permessi per cure all’estero sono stati concessi esclusivamente ai pazienti pediatrici e non ai loro genitori; nel 2018, la percentuale di bambini costretti a partire senza accompagnatore era stata ancora più alta, del 62%. Martina Luisi ricorda la storia di Zeena, una piccola paziente di tre anni di Rafah affetta da craniostenosi, operata nel 2016 presso l’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze dall’équipe del Prof. Genitori. “La ospitammo in casa nostra per due mesi insieme alla nonna. E’ stata fortunata, molti bambini non li lasciano partire, altri partono senza accompagnatori e magari muoiono anche da soli”.

*Valeria Cagnazzo (Galatina, 1993) è medico in formazione specialistica in Pediatria a Bologna. Come medico volontario è stata in Grecia, Libano ed Etiopia.  Ha scritto di Palestina su agenzie online, tra cui Nena News Agency. Sue poesie sono comparse nella plaquette “Quando un letto si svuota in questa stanza” per il progetto “Le parole necessarie”, nella rivista “Poesia” (Crocetti editore) e su alcune riviste online. Ha collaborato con il Centro di Poesia Contemporanea di Bologna. Per la sezione inediti, nel 2018 ha vinto il premio di poesia “Elena Violani Landi” dell’Università di Bologna e il premio “Le stanze del Tempo” della Fondazione Claudi, mediante il quale nel 2019 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, “Inondazioni” (Capire Editore). Nel 2020, il libro è stato selezionato nella triade finalista del premio “Pordenone legge – I poeti di vent’anni”.

FONTI

www.medicisenzafrontiere.it

www.pcrf.net

www.ansa.it

www.unocha.org

www.unrwa.org

www.who.int

Massive destruction’: Israeli strikes drain Gaza’s limited health services. The Guardian

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