Oggi la Marcia delle Bandiere dell’ultradestra israeliana a Gerusalemme, i palestinesi dichiarano una giornata della rabbia. I corpi di 25 migranti africani trovati lungo le coste dello Yemen, si temono decine di vittime. Onu: in Tunisia gravi abusi della polizia sui manifestanti

La marcia delle bandiere in una foto di repertorio (Fonte: WikiCommons)
La marcia delle bandiere in una foto di repertorio (Fonte: WikiCommons)

della redazione

Roma, 15 giugno 2021, Nena News

Gerusalemme, oggi la Marcia delle Bandiere dell’ultradestra israeliana

Si svolgerà oggi alle 16.30 la Marcia delle Bandiere dell’ultradestra israeliana, evento che ogni anno vuole rivendicare la sovranità israeliana sulla parte palestinese di Gerusalemme. Inizialmente cancellata dalle autorità di Tel Aviv per evitare tensioni dopo mesi di imponenti manifestazioni palestinesi a Sheikh Jarrah e in tutto lo Stato di Israele e l’offensiva militare contro Gaza, si svolgerà comunque e attraverserà i luoghi simbolo dell’identità palestinese nella città santa.

La Porta di Damasco, il quartiere musulmano della città vecchia e la Spianata delle Moschee, questo il percorso previsto nel secondo giorno in carica del nuovo governo Netanyahu-free di Israele dopo 12 anni. In molti aspettavano di vedere il comportamento del tandem Naftali Bennett (primo ministro) e Yair Lapid (ministro degli esteri, tra due anni premier), ma come previsto poco cambia sulla questione palestinese: ad autorizzare la marcia è stato il neo ministro della sicurezza interna Omer Barlev e anche la paura – da parte di Bennett – di venire accusato dal predecessore di farsi condizionare dalle minacce di Hamas.

E lo scoppio di tensioni sembrano una certezza, sia per il prosieguo della protesta nel quartiere palestinese di Sheikh Jarrah, dove decine di famiglie sono ancora appese alla minaccia di sgombero, sia per il fragile cessate il fuoco che regna sulla Striscia dopo l’uccisione di 253 palestinesi nell’operazione israeliana terminata il 20 maggio scorso.

I palestinesi hanno già chiamato per oggi a un “giorno della rabbia” nei Territori occupati, mentre da Gaza Hamas ha minacciato una ripresa del confronto armato.

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I corpi di 25 migranti trovati lungo le coste dello Yemen

Sono 25 i corpi di migranti recuperati dai pescatori lungo le coste dello Yemen, ieri. Sarebbero state parte di un più ampio gruppo di 200 persone che viaggiava su un barcone ribaltatosi due giorni fa, secondo l’autorità provinciale yemenita di Lahij, che dice di citare come fonte i trafficanti yemeniti.

A raccontare la vicenda sono stati i pescatori che hanno visto i cadaveri galleggiare nella zona di Ras al-Ara, a poca distanza dallo Stretto di Bab al-Mandab. Degli altri migranti non si hanno notizie. Si tratterebbe di africani: la rotta dal Gibuti verso il Golfo è ancora molto utilizzata nonostante la guerra in Yemen, con i migranti che sperano di poter raggiungere le ricche petromonarchie della regione per lavorare. Un’impresa difficile che spesso termina in campi sfollati o di detenzione in Yemen.

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Onu: in Tunisia gravi abusi della polizia sui manifestanti

Ad alzare la voce contro gli abusi e le violenze della polizia tunisina nei confronti dei manifestanti sono state le Nazioni Unite, al sesto giorno di proteste contro le brutalità delle autorità di sicurezza, scoppiate a Tunisi dopo la morte in caserma di un uomo accusato di spaccio di droga: “Queste gravi e ripetute violazioni dall’inizio dell’anno rivelano disfunzioni continue all’interno dei servizi di sicurezza”, si legge in un comunicato dell’Onu pubblicato ieri.

Nei giorni successivi un minorenne è stato denudato e picchiato nel quartiere di Sidi Hassine Sijoumi, a Tunisi. Un video diventato virale sui social ha accesso ancora di più le proteste e provocato le reazioni dei partiti politici, le organizzazioni per i diritti umani e anche del presidente Kais Saied. Di diverso avviso il ministero degli interni che parla di casi individuali e mele marce e non di una politica sistematica di abusi.

Le ultime proteste sono strettamente legate alla mobilitazioni che da mesi ha investito la Tunisia per la strutturale mancanza di lavoro, la marginalizzazione di buona parte delle regioni periferiche del paese e la permanenza al potere di una classe politica considerata affatto distante da quella del regime di Ben Ali, cacciato con la rivoluzione dei gelsomini del 2011. Durante l’ultima ondata di proteste, a gennaio, sono stati arrestati 2mila manifestanti, moltissimi dei quali minori, portati via dai quartieri più periferici di Tunisi, spesso senza ragione. Nena News


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