di Pietro Figuera –

Pagine Esteri, 4 settembre 2021 – Sull’Afghanistan non tutti la pensano allo stesso modo. Nel caos dell’abbandono delle postazioni militari e diplomatiche occidentali, ha fatto notizia – quantomeno per contrasto – l’atteggiamento cauto di Mosca, che ha deciso di mantenere attiva la propria ambasciata assieme a un numero ristretto di Paesi. Di quest’ultimo club, la Russia è uno degli attori meno “regionali” e senz’altro più “europei”. Sebbene ufficialmente il Cremlino non abbia fretta di legittimare i talebani, il suo ambasciatore a Kabul è stato tra i primi a incontrarli dopo la loro presa del potere, e l’inviato speciale Kabulov ha mostrato tale atteggiamento come un successo della politica russa di dialogo pluriennale con tutte le forze in campo.

Se la geopolitica fosse un gioco a somma zero non sarebbe facile interpretare le mosse della Russia nei confronti di un Afghanistan di nuovo in mano ai talebani. O meglio, lo sarebbe solo attraverso le lenti di un confronto bipolare – quello con gli Stati Uniti – esasperato e senza quartiere, privo di variabili esterne che ne influenzino il corso. Mors tua, vita mea. Ma la Guerra fredda è finita da un pezzo, e il tentativo di riprenderne le logiche a tutti i costi dimostra solo la pigrizia intellettuale di chi non riesce a cambiare schema. Per il resto, non si capirebbe perché il Cremlino dovrebbe guardare con favore alle turbolenze di una regione confinante, nella quale – dopo gli avversari americani – rischiano di infilarsi nuove potenze e stabilirsi nuove influenze. Un gioco in cui la Russia non è prima, né può ragionevolmente esserlo.

In effetti, più di qualcuno ha visto una contraddizione tra la posizione odierna dei russi a Kabul e la lotta al terrorismo internazionale di cui Mosca si è fatta interprete – e in certi casi, leggi Siria, persino portabandiera – in questi ultimi venti anni. I talebani hanno protetto al Qaeda, non è un mistero per nessuno e certamente non lo è per Putin che su questo non nutre complottismi (l’appoggio alle iniziali manovre statunitensi contro di essi, nei primi anni Duemila, non è stato fatto mancare da parte russa, pur con gli inevitabili limiti del caso). E il fondamentalismo dei nuovi padroni di Kabul non sembra lontano da quello che i sovietici combatterono negli anni Ottanta, in quella guerra che fu la tomba del loro impero.

Dunque? La cautela russa è forse da leggere come un atto di saggezza a seguito del dissanguamento dell’Armata Rossa? Nì. In parte quello che avvenne costituisce patrimonio indelebile della coscienza militare e sociale russa, quindi geopolitica, e lo sarà ancora per qualche decennio a venire. E in parte la risposta odierna di Mosca deriva da esperienze e considerazioni successive, più correlate alla sua ultima fase di impegno in Medio Oriente. Quella successiva alle primavere arabe, spartiacque per il Cremlino di cui a dieci anni di distanza non tutti hanno ancora capito l’importanza.

Basterebbe infatti dare uno sguardo alle mosse russe in tal quadrante per individuarne un tratto saliente: il dialogo con tutte le forze in campo. In questi anni Putin ha dovuto ingoiare rospi ben peggiori, trovando sponde con avversari strategici e alleati scomodi, visti in fondo come parti di un disegno più grande. Tra tutti, occorre forse ricordare “l’acerrimo amico” Erdogan, ma anche le potenze del Golfo – non sempre tenere verso Mosca, specie sul fronte dei prezzi degli idrocarburi – e l’ambiguo Iran, i Fratelli Musulmani e persino l’opposizione siriana del suo protetto Assad. Di fronte alla minaccia che questi e altri attori hanno rappresentato per il Cremlino, i talebani sbiadiscono.

Il dialogo comunque non è a tutti i costi, ed è sempre affiancato da un approccio pragmatico e da una visione realistica degli eventi – e in questo, senza uscire fuori tema, si colloca una fondamentale differenza con la politica estera del nostro Paese. In Afghanistan, le condizioni sono chiaramente la sicurezza dei propri diplomatici e quella dei propri ex satelliti in Asia centrale, Uzbekistan e Tagikistan. Per il resto, vige l’eterno principio della non ingerenza negli affari interni degli altri Paesi: regola ormai aurea che Mosca di certo non comincerà a infrangere a Kabul.

L’intento dei russi – anche in questo, niente di nuovo – è di capitalizzare il raggiungimento dei propri obiettivi, a partire da ciò che ritengono davvero prioritario: la sicurezza del proprio ventre molle. Che in realtà costituisce un doppio fronte, esterno e interno. Nel primo caso, ci si riferisce alle repubbliche che ne costituirono l’avamposto centroasiatico già in tempi sovietici. Blindarle non significa solo onorare un patto di fedeltà, in ossequio a quei trattati e organizzazioni (CSTO su tutte) che legano certi “-stan” a Mosca. Significa anche frapporre un cuscinetto tra il caos e i confini meridionali della Federazione, notoriamente non certo quelli più presidiati. All’interno di essi, l’altro fronte: la larghissima comunità islamica (venti milioni di persone forse, ma le stime soffrono di attendibilità) che, pur in termini teorici, pende come una spada di Damocle sulle scelte del Cremlino. Una storia vecchia, ben più della moderna “guerra al terrorismo”, con cui Mosca ha imparato in qualche modo a fare i conti. Ma che non per questo s’è “risolta”.

Tornando in Afghanistan, resta in primo piano l’evidenza più importante: gli statunitensi ne sono stati, di fatto, cacciati – perché con queste modalità, il ritiro non può avere altro sapore. Se per il mondo è già un’enormità, per i russi è qualcosa di più. Almeno per tre ragioni: sparisce finalmente l’unica presenza significativa “boots on the ground” degli Usa in Asia centrale, il cuore dell’heartland in cui – sempre nella visione degli strateghi russi – non sarebbero mai dovuti neanche entrare; Washington subisce un indiscutibile colpo al proprio prestigio, trascinando con sé anche la NATO (beffardo a tal proposito il commento di Kabulov: “credevamo che un esercito addestrato dalla Nato resistesse di più”, in sintesi, il suo messaggio); Mosca si riprende una piccola rivincita, pur su un piano prettamente simbolico, dopo aver subito una paragonabile sorte 30 anni fa.

Solo una preoccupazione, e non certo secondaria, compensa una simile serie di “successi”: l’inserimento di turchi e cinesi nell’area, amici a giorni alterni e rivali molto più consistenti degli Usa in un continente che gli appartiene. La Russia può fare ben poco per contrastarne l’avanzata, e non tanto per la paura di imbottigliarsi in un Paese che le è già costato tanto in passato, quanto per l’oggettiva indisponibilità di risorse comparabili a quelle messe in campo soprattutto da Pechino. Specie ora che a Kabul la sicurezza del nuovo regime dovrà essere puntellata da oculati investimenti economici.

 

*Laureato in Relazioni Internazionali presso l’Alma Mater di Bologna e in seguito borsista di ricerca con l’Istituto di Studi Politici S.Pio V, si è specializzato in storia e politica estera russa, con particolare riferimento all’area mediorientale. Autore de “La Russia nel Mediterraneo: Ambizioni, Limiti, Opportunità”, collabora con diverse realtà, tra cui la rivista Limes, il Groupe d’études géopolitiques e il programma di Rai Storia Passato e Presente. Ha fondato e dirige Osservatorio Russia, progetto di approfondimento sulla geopolitica dello spazio post sovietico.

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