di Michele Giorgio –

Pagine Esteri, 11 gennaio 2022 (nella foto di Marcin Mazur il campo profughi di Jenin)  – Venerdì e sabato sono i giorni della settimana preferiti dai commercianti e venditori ambulanti di Jenin. In città arrivano i palestinesi di Haifa e del nord della Galilea che, approfittando dei prezzi più bassi rispetto a quelli in Israele, comprano di tutto, dalla frutta e verdura all’abbigliamento. Persino il campo profughi, distrutto a metà dall’esercito israeliano nel 2002 e ricostruito, si anima come non mai in questi due giorni in cui, tra le altre cose, si ricostituisce l’identità nazionale comune per i palestinesi in Cisgiordania e in Israele divisi per cittadinanza, reddito e vita quotidiana. Nel resto del tempo la vita a Jenin è ben lontana dall’effervescenza del fine settimana. E non bastano a nascondere le difficoltà economiche che affrontano i suoi abitanti le nuove costruzioni e i centri commerciali spuntati come funghi specie in periferia.



«Eppure il problema più grande di questa città è la pressione militare doppia che deve sopportare, di Israele e della Sulta di Ramallah», ci dice Raed Abu Kias, il nome di fantasia scelto da un giornalista locale per celare sua identità. «Le incursioni delle unità israeliane si sono fatte continue e quando non arrivano gli israeliani ci pensano quelli della Sulta a impaurire la città». La Sulta è l’Autorità nazionale palestinese (Anp). Per gli abitanti di Jenin, anche quelli del partito Fatah del presidente Abu Mazen, la sigla Anp non rappresenta stabilità e rispetto della legge. È sinonimo della massiccia, spesso opprimente, presenza di forze di sicurezza. Non a caso fu Jenin, dopo l’offensiva israeliana «Muraglia di Difesa» nel 2002 in piena seconda Intifada, che ospitò l’addestramento di reparti speciali dell’Anp, finanziato dagli Usa e sotto la supervisione del generale Keith Dayton. Uomini incaricati di riprendere ad ogni costo il controllo di una città che gli israeliani chiamano ancora la «fabbrica del terrorismo», che per i vertici dell’Anp è una spina nel fianco ma che per gran parte dei palestinesi è un simbolo di resistenza all’occupazione militare. D’altronde basta guardarsi intorno. Le piazze sono degli enormi monumenti ai caduti con poster degli uccisi o di detenuti politici decorati con bandiere palestinesi. Spicca da qualche mese il marmo brillante che commemora i quattro palestinesi uccisi in scontri a fuoco ad agosto con reparti della polizia di frontiera israeliana. «Jenin non si piegherà mai» afferma Raed Abu Kias «i soldati israeliani incontreranno sempre resistenza armata se proveranno ad entrare in città e nel campo profughi. In Israele lo chiamano terrorismo, per noi è la lotta all’occupazione».

Il campo profughi di Jenin nel 2002 dopo l’offensiva israeliana “Muraglia di difesa” (foto commons-wikimedia-portavoce militare)

Su alcuni manifesti esposti in strada ci sono i volti conosciuti di Zakaria Zubeidi, ex comandante locale delle Brigate di Al Aqsa (Fatah), e di Mahmoud Aradeh (Jihad islami) che a settembre guidarono la clamorosa evasione di sei prigionieri, tutti di Jenin, dalla prigione israeliana di Gilboa. Zubeidi era un eroe all’inizio della seconda Intifada e resta un eroe più di venti anni dopo. Anche per questo quando suo figlio Mohammad, nella notte di venerdì, è stato arrestato, assieme ad altri due giovani, e picchiato dagli agenti dell’Anp – perché guidava un’auto non registrata – decine di militanti armati e con il volto coperto di Fatah e altre fazioni sono scesi in strada e hanno aperto il fuoco contro il comando delle forze di sicurezza. Mohammad Zubeidi è stato liberato dopo poche ore ma la tensione in città resta alta perché da alcune settimane reparti speciali dell’Anp stanno conducendo una nuova campagna per la confisca di armi che incontra una decisa opposizione. Ad imporla all’Anp è stato Israele, altrimenti l’esercito avrebbe lanciato una vasta operazione in tutto il distretto di Jenin, come hanno fatto sapere gli stessi comandi militari israeliani. Attivismo politico e militanza armata sono cresciti ulteriormente a Jenin nell’ultimo anno in seguito alle proteste in tutta la Palestina per la minaccia di espulsione da parte di Israele di 28 famiglie palestinesi da Sheikh Jarrah (Gerusalemme) e la conseguente escalation tra Israele e Hamas. Ha contribuito anche l’evasione dal carcere di Gilboa.

Il pugno duro dell’Anp non è frutto solo della collaborazione di sicurezza con Israele, rafforzata dall’incontro del mese scorso tra Abu Mazen e il ministro della difesa israeliano Gantz. Mira anche a riprendere il controllo di Jenin e di Hebron, ormai nelle mani dei movimenti islamisti, in particolare di Hamas. Durante i giorni dell’evasione da Gilboa, il Jihad islami ha proclamato che avrebbe fatto di tutto per proteggere i fuggitivi, lasciando intendere a costo di usare le armi contro l’Anp. Poi a novembre centinaia di uomini armati di Hamas hanno partecipato a Jenin ai funerali ai funerali di Wasfi Kabaha, un dirigente del movimento islamico. Una dimostrazione di forza pubblica di Hamas in una città cisgiordana alla quale Abu Mazen ha reagito sostituendo i comandanti locali delle forze di sicurezza dell’Anp. Quindi sono stati eseguiti arresti, spesso indiscriminati, incluso quello di Sami al-Rukh, non di Hamas e Jihad ma figlio del comandante del servizio di sicurezza preventiva. C’è stata una retromarcia anche se parziale. A Ramallah hanno compreso che l’uso indiscriminato della forza avrebbe annullato il consenso residuo di cui l’Anp e Abu Mazen godono in una città che si considera l’ultimo e allo stesso tempo il primo bastione della resistenza all’occupazione. Pagine Esteri

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