di Valeria Cagnazzo*

Pagine Esteri, 12 gennaio 2022 (nella foto Gaza dopo l’offensiva israeliana del maggio 2021)- Mai tanto sangue nei Territori palestinesi occupati dal 2014: secondo un recente rapporto dell’Ong per i diritti umani B’tselem, il 2021 sarebbe stato per i Palestinesi l’anno “più mortale” da sette anni a questa parte. La politica “del fuoco aperto letale, sfrenata e illegale” di Israele, come la definisce l’ONG, avrebbe provocato in un solo anno 319 morti tra i Palestinesi, 83 dei quali in Cisgiordania e 236 a Gaza – 232 durante l’Operazione Guardiano dei Muri. Le vittime minorenni sarebbero almeno 71, circa un quarto del totale, e le donne 43.



Gaza city, maggio 2021 (foto di Michele Giorgio)

Le perdite più consistenti sono state registrate proprio nel maggio 2021 nella Striscia di Gaza, il 70% del totale delle vittime registrate da B’Tselem. Durante i bombardamenti iniziati il 10 maggio e proseguiti per quasi due settimane, Israele ha ucciso 232 Palestinesi, 54 dei quali erano minori e 38 donne. Almeno 137 delle vittime erano civili inermi. Altri 3 Gazawi, di cui un minore, sono stati uccisi nel 2021 durante le proteste contro la barriera di separazione israeliana e un quarto Palestinese è stato ucciso mentre era a caccia a diverse decine di metri dalla linea di difesa.

Anche per i Palestinesi in Cisgiordania, maggio è stato il mese più sanguinoso, con un picco di morti il 14 del mese: 13 Palestinesi uccisi, due dei quali morti nei giorni successivi per le ferite riportate. In un anno, in West Bank sono stati uccisi 83 Palestinesi (17 minori e 5 donne). 77 di loro sono stati uccisi da soldati israeliani, le occasioni in cui sono avvenuti gli omicidi sono disparate.

Poco meno della metà delle uccisioni, ad esempio, sono avvenute in occasione di dimostrazioni popolari contro l’occupazione o nel lancio di pietre contro l’esercito o i civili israeliani. Talvolta, i dettagli relativi agli incidenti non sono molto chiari e le versioni delle due parti sono discordanti: spesso in quella palestinese vengono denunciate aggressioni immotivate da parte dei militari contro civili inermi. E’ il caso, ad esempio, di Muhammad Tamimi, 17 anni, ucciso a sangue freddo nel mese di luglio a Nabi Saleh. Si celebrava la festa dell’Eid e lui era uscito di casa “vestito di tutto punto”, come ha dichiarato poi la famiglia, una delle più note in Palestina per il suo ruolo eminente nei comitati di resistenza non-violenta contro il muro e l’occupazione. Quando i soldati israeliani hanno fatto irruzione a Nabi Saleh, un proiettile l’ha raggiunto all’addome: secondo alcune fonti si sarebbe trattato di un proiettile dum-dum, una pallottola progettata per espandersi all’interno del corpo e vietata dal diritto internazionale.

Ci sono poi i morti uccisi in presunti tentativi di aggressione contro militari o civili israeliani con automobili, coltelli o armi da fuoco. Almeno 36 Palestinesi, di cui 4 minori e 5 donne, sarebbero stati giustiziati sul posto in frangenti simili. Ancora una volta, le versioni degli incidenti non collimano.

Era il 6 aprile 2021, per ricordare uno di questi episodi, quando Osama Mansour, 42 anni, fu ucciso sotto i colpi d’arma da fuoco dei soldati israeliani mentre era al volante della sua auto nei pressi di un check point a Ramallah. La moglie, che gli sedeva accanto al posto del passeggero, ha in seguito dichiarato che erano da poco ripartiti dal posto di blocco, dopo il consueto controllo dei documenti, quando sul loro veicolo si è scatenata inspiegabilmente una raffica di proiettili. Mansour morì sul colpo, lei rimase ferita dalle schegge. Secondo i militari, l’uccisione di Mansour sarebbe stata una legittima difesa contro il suo veicolo che si dirigeva verso di loro ad alta velocità nell’intenzione di investirli. Padre di cinque figli e con la moglie accanto nell’abitacolo, difficilmente Mansour quella mattina viaggiava con l’obiettivo di lanciarsi contro un check point, secondo Salem Eid, il sindaco di Biddu, il paese dove Mansour viveva. Per questo, per il primo cittadino si trattava di un altro incidente che i Palestinesi avrebbero dovuto sollevare alla Corte Penale Internazionale come crimine di guerra.

Gaza city maggio 2021 (foto di Michele Giorgio)

Ci sono poi, ricorda l’Ong, le aggressioni dei coloni israeliani contro i Palestinesi: nel 2021 sono statiegistrati almeno 336 incidenti di violenza contro gli arabi. Nel 2020 erano stati 251. Una recrudescenza dell’aggressività da parte degli abitanti delle colonie illegali che è rimasta, anche quest’anno, impunita, e che rappresenta un pericolo costante per i Palestinesi che vivono in prossimità degli insediamenti anche per i semplici spostamenti in strada. Anche durante le proteste contro gli insediamenti israeliani, dichiarati illegali dal Diritto Internazionale ma fioriti in West Bank anche nel corso dell’ultimo anno, molti Palestinesi hanno trovato la morte, per mano dell’esercito israeliano o degli stessi coloni.

Ci sono poi i dati dell’Ong dei Palestinesi uccisi da Palestinesi, 25 a Gaza e 2 in Cisgiordania: nella maggior parte dei casi si tratta di missili lanciati dalla Striscia di Gaza nel mese di maggio e caduti per errore su abitazioni degli stessi Gazawi.

I dati sulle perdite tra gli Israeliani nel 2021 parlano, infine, di 9 civili israeliani, di cui 2 minori, 6 di loro uccisi da missili lanciati da Gaza durante l’Operazione Guardiano dei Muri, e 2 membri delle forze armate. Alla conta delle vittime del 2021 si aggiungono tre cittadini stranieri, anch’essi colpiti da missili.

Non solo sangue, però: il 2021 è stato anche un anno di macerie. Ben 895 Palestinesi sono rimasti senza casa, di loro 463 minori, oltre la metà, dopo la demolizione da parte di Israele di 295 strutture abitative. Si tratta del numero di demolizioni più alto dal 2016 ad oggi. Gli sfratti, talvolta a vantaggio di coloni o di militari, sono una minaccia antica e costante per i Palestinesi, e mai come nel 2021 si sono rivelati ai media della comunità internazionale nella loro drammaticità: l’anno è stato, infatti, segnato dalla lotta delle 28 famiglie residenti nel quartiere di Sheik Jarrah, a Gerusalemme Est, per rimanere nelle loro case dopo l’ordine di espulsione ricevuto da parte di Israele. Nella sola Gerusalemme Est, di fatto, mentre i residenti di Sheikh Jarrah combattevano la loro battaglia, 160 edifici intanto sono stati tirati giù, 96 di questi erano delle abitazioni.

La politica delle distruzioni edilizie è cresciuta negli ultimi anni di pari passo con la violenza di coloni e militari per le strade. Nella sola Cisgiordania, l’esercito ha distrutto 199 edifici in un anno. Nel 2020 erano stati 151 e 104 nel 2019. Oltre alle case, nel 2021 sono stati demoliti da Israele anche 548 edifici non abitativi: cisterne, magazzini, strutture agricole, pubbliche o commerciali. Mai tanti dal 2012 ad oggi, un danno pesantissimo per la già sfortunata economia palestinese.

Le demolizioni vengono giustificate da Israele, secondo B’Tselem, adducendo tre ragioni principali: gli edifici vengono distrutti in quanto costruzioni abusive, perché sospettati di essere utilizzati per scopi bellici, o talvolta come atto punitivo nei confronti dei loro proprietari. Quanto all’abusivismo, è probabile, secondo B’tselem, che di fatto alcuni Palestinesi costruiscano senza avere le licenze, ma è anche vero che Israele impedisce nella maggior parte dei casi alla popolazione palestinese di espandersi in Cisgiordania, concedendo, invece, permessi edilizi ai coloni. Molto spesso, i Palestinesi sono legalmente proprietari del terreno sul quale vorrebbero costruire, ma non ottengono dalla burocrazia israeliana la licenza edilizia per iniziare i lavori. Non resta altro da fare, dunque, denuncia il rapporto, che costruire abusivamente. Col rischio, però, che l’edificio appena completato venga buttato giù dai bulldozer israeliani la mattina dopo.

Gaza city. Un manifesto con i nomi di decine di vittime dei bombardamenti del maggio 2021 (foto di Michele Giorgio)

“E’ stato un anno piuttosto tranquillo, senza una vera guerra e con relativamente pochi attacchi terroristici. Circa 319 Palestinesi sono stati uccisi, quasi tutti senza motivo, quasi tutti senza giustificazione, e quasi tutti disarmati” ha commentato Gideon Levy sul quotidiano israeliano Haaretz all’alba del 2022. Nonostante lo straordinario aumento del numero delle vittime e delle demolizioni illegali denunciate dalle organizzazioni per i diritti umani, attorno alla questione palestinese nel 2021, a eccezione del periodo dell’operazione militare su Gaza di maggio, i riflettori mediatici sono rimasti spesso spenti: di fatto, tutto è apparentemente rimasto “tranquillo”. Al punto, secondo alcuni, che il conflitto tra Israeliani e Palestinesi sembrerebbe addirittura essersi “ridotto” nell’ultimo anno. “Non era così che doveva finire il 2021”, scrive su Haaretz Anshel Pfeffer “Questo doveva essere l’anno in cui il mondo avrebbe iniziato a trattare Israele come uno Stato di apartheid”. Un anno iniziato, scrive Pfeffer, con i rapporti infuocati proprio di B’Tselem e poi di Human Rights Watch che accusavano Israele di praticare l’apartheid su entrambi i lati della Linea Verde, la linea di separazione tra i territori israeliani e quelli palestinesi. “Il commercio internazionale di Israele è fiorito quest’anno, i procedimenti contro i funzionari israeliani presso la Corte Penale Internazionale sono impantanati ed è improbabile che si traducano in incriminazioni”. Per sfuggire alle implicazioni mediatiche che un’accusa grave come quella di apartheid poteva rappresentare per il suo Stato, il segreto di Naftali Bennett, Primo Ministro in carica dal 13 giugno 2021, sarebbe stato proprio quello di “detendere” la narrazione del conflitto. I Palestinesi sono scomparsi da buona parte dei discorsi ufficiali in Israele, e allo stesso modo si è evitato di parlare di BDS (la campagna internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele), tanto dichiaratamente osteggiato dai governi precedenti, o di accuse di “apartheid”. La nuova narrazione israeliana ha saputo eludere un’accusa così grave semplicemente ignorandola. “E allora l’apartheid?”, si chiede Pfeffer relativamente al rapporto di B’tselem del gennaio 2021, “E’ ancora qui, ma nessuno con un vero potere o influenza lo chiamerà così. Coloro che vogliono trovare soluzioni (…) devono prima fare i conti con il fatto che alla realtà non importa come la chiami”. Il rapporto del gennaio 2022 dell’ONG israeliana, come quello di un anno fa, sta facendo il giro del mondo: probabilmente, però, ancora pochi effetti sortirà sulle sorti dei Palestinesi l’aver battezzato questa volta l’anno appena passato come “l’anno più mortale”. Pagine Esteri

*Valeria Cagnazzo (Galatina, 1993) è medico in formazione specialistica in Pediatria a Bologna. Come medico volontario è stata in Grecia, Libano ed Etiopia. Ha scritto di Palestina. Sue poesie sono comparse nella plaquette “Quando un letto si svuota in questa stanza” e su alcune riviste online. Ha collaborato con il Centro di Poesia Contemporanea di Bologna. Per la sezione inediti, nel 2018 ha vinto il premio di poesia “Elena Violani Landi” e il premio “Le stanze del Tempo” della Fondazione Claudi, mediante il quale nel 2019 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, “Inondazioni” (Capire Editore). Nel 2020, il libro è stato selezionato nella triade finalista del premio “Pordenone legge – I poeti di vent’anni”.

 

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