L’organizzazione internazionale, con uno studio di 25 pagine, dati, statistiche, casi documentari, accusa lo Stato israeliano di aver istituito un sistema che tratta i palestinesi come gruppo razziale inferiore e li depriva sistematicamente dei propri diritti, ovunque essi si trovino. Levata di scudi a Tel Aviv e tra le associazioni pro-israeliane: “Antisemiti”

Soldati israeliani a Hebron, un palestinese perquisito sullo sfondo (Foto: Creative Commons)
Soldati israeliani a Hebron, un palestinese perquisito sullo sfondo (Foto: Creative Commons)

della redazione

Roma, 1 febbraio 2022, Nena News – Con venticinque pagine di rapporto, “Israel’s Apartheid Against Palestinians: Cruel System of Domination and Crime Against Humanity”, Amnesty International si aggiunge alla condanna che negli anni passati altre importanti organizzazioni per i diritti umani (internazionali come Human Rights Watch e israeliane come B’Tselem) muovono allo Stato di Israele: sui palestinesi, ovunque essi si trovino, è imposto un sistema di apartheid che va punito.

Seguendo la definizione di crimine di apartheid data dal diritto internazionale attraverso la Convenzione Internazionale sull’Eliminazione e la Repressione del Crimine di Apartheid e lo Statuto di Roma che fonda la Corte penale internazionale, la più nota associazione internazionale accusa Israele di una serie di abusi strutturali che “costituiscono un crimine contro l’umanità”: confisca di terre e proprietà, uccisioni illegittime, trasferimenti forzati, limitazioni al movimento, detenzione amministrativa (senza accuse né processo), diniego della cittadinanza e della nazionalità. 

Un sistema per sua natura discriminatorio perché applicato a uno solo dei popoli che vivono tra Israele e Territori occupati militarmente (Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est) e quindi controllati e gestiti dalla stessa autorità. E amministrati, dice Amnesty, con “l’obiettivo di beneficiare gli israeliani ebrei a danno dei palestinesi, mentre i rifugiati palestinesi continuano a essere esclusi”: “Il nostro rapporto rivela la vera estensione del regime di apartheid israeliano. Che vivano a Gaza, a Gerusalemme est o nel resto della Cisgiordania, o nello stesso Israele, i palestinesi sono trattati come gruppo razziale inferiore e sistematicamente deprivati dei propri diritti”.

Si parla dunque delle differenze abissali in diritti – che diventano così privilegi – tra gli 8 milioni di ebrei israeliani (compresi i 600mila coloni residenti nei Territori occupati) e i restanti abitanti della regione: 1,8 milioni di palestinesi israeliani, 3 milioni di palestinesi in Cisgiordania, 2 milioni a Gaza e centinaia di migliaia di gerusalemiti arabi. Senza dimenticare i sette milioni di palestinesi rifugiati all’estero dal 1948 e i loro discendenti a cui a oggi è negato il ritorno a casa, nonostante lo preveda una risoluzione dell’Onu, la 194 del 1948 e il diritto internazionale.

Di conseguenza, conclude Amnesty, “le crudeli politiche di segregazione, spossesso ed esclusione in tutti i territori sotto il suo controllo costituiscono chiaramente apartheid. La comunità internazionale ha l’obbligo di agire”. Un appello che ha destinatari precisi: il Consiglio di Sicurezza dell’Onu perché imponga contro Israele l’embargo militare e la Corte penale internazionale perché indaghi le accuse. “Non c’è giustificazione per un sistema costruito intorno all’oppressione razzista istituzionalizzata e prolungata di milioni di persone”, il commento di Agnes Callamard, segretaria generale di Amnesty (nonché relatrice speciale dell’Onu per le esecuzioni arbitrarie).

Il rapporto – che contiene al suo interno pagine dati, statistiche e casi documentati a dimostrazione della tesi dell’associazione – ha già provocato una bufera. Fin da ieri, quando il rapporto era stato solo annunciato ma non reso pubblico, una levata di scudi si era sollevata tra le istituzioni e i media israeliani, che hanno accusato Amnesty di doppio standard e rigettato le accuse. 

Come accaduto in passato con Hrw e B’Tselem e con tutte le altre ong che hanno sollevato critiche e condanne alle pratiche istituzionalizzate di oppressione del popolo palestinese, anche stavolta lo Stato di Israele ha reagito parlando di antisemitismo e accusando i responsabili del rapporto di “negare il diritto all’esistenza di Israele come stato-nazione del popolo ebraico – ha scritto in un comunicato il ministero degli Esteri – Il suo linguaggio estremista e la distorsione del contesto storico sono diretti a demonizzare Israele e a accendere il fuoco dell’antisemitismo”.

Una narrazione ormai nota ma molto pericolosa perché confonde le critiche a un sistema politico con il razzismo verso una fede o un’etnia. Ma il ministero lo fa e insiste: “Il rapporto di Amnesty è una luce verde a fare del male non solo a Israele, ma agli ebrei in tutto il mondo”.

Parla anche lo stesso ministro, Yair Lapid, che accusa l’ong di prendersela con Israele ma di non accusare di nulla la Siria, l’Iran o “i regimi corrotti in Africa e America Latina”: Amnesty, ha aggiunto, non è “un’organizzazione rispettabile, oggi è l’opposto. Non è un’organizzazione per i diritti umani ma un’altra organizzazione radicale che fa eco alla propaganda senza controllare con serietà i fatti”.

Stessa reazione dal presidente del Congresso mondiale ebraico, Ronald Lauder, che accusa il rapporto di “ignorare gli atti di terrorismo palestinesi e l’obbligo di Israele di difendere i propri cittadini”. Mentre l’International Legal Forum, gruppo pro-israeliano, paragona lo studio alla “calunnia del sangue” mossa contro gli ebrei in Europa nei secoli passati. Nessuno ha comunque finora risposta nel merito dei dati raccolti da Amnesty. Nena


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