di Valeria Cagnazzo



Pagine Esteri, 23 febbraio 2022 – Ancora sangue sulla via dell’oro in Burkina Faso. Sarebbero almeno 60 le vittime dell’esplosione di lunedì 21 febbraio in un sito di estrazione d’oro artigianale a Gombombiro, nel sud-ovest del Paese. Decine, secondo alcune fonti centinaia, i feriti. Il procuratore generale del Burkina Faso nella vicina città di Gaoua, Cheick Alpha Compaoré, ha parlato di “un’esplosione capace di sradicare gli alberi e distruggere le case” e che ha generato un cratere “la cui profondità ne testimonia la gravità”. Tra i morti, ci sarebbero anche donne e bambini, spesso impiegati nell’estrazione artigianale del minerale.

L’esplosione sarebbe stata causata da un deposito illegale di dinamite nel sito minerario o, secondo altre fonti, da sostanze chimiche utilizzate per la lavorazione dell’oro stoccate nei pressi della miniera. “L’esplosione ha avuto luogo in un mercato per minatori d’oro artigianali, dove si trovano prodotti pericolosi e vietati dalla legge”, ha affermato il procuratore Compaoré, che ha tuttavia prontamente annunciato l’individuazione di un responsabile. Sul sito dell’esplosione, infatti, nelle ore successive alla tragedia sarebbe stato già arrestato il presunto colpevole, il proprietario del mercato del sito minerario artigianale, “una persona che speriamo possa fornirci delle spiegazioni” per l’accaduto, ha aggiunto il procuratore. Non è, però, a un singolo che può essere imputato l’ennesimo spargimento di sangue nella corsa all’oro burkinabé.

L’incidente di lunedì, infatti, è soltanto l’ultima delle tante tragedie in cui il Paese sta immolando vittime innocenti in nome del suo mercato più redditizio e torbido. Solo tre giorni prima, venerdì 18 febbraio, due altre persone erano rimaste uccise in una frana in una miniera illegale nel villaggio di Kollo, nel Burkina Faso del sud. Le frane, come le esplosioni, sono un pericolo frequente nei siti estrattivi del minerale. La gestione deregolamentata delle miniere cosiddette “artigianali” non garantisce ai lavoratori il rispetto degli standard minimi di sicurezza e li espone a rischi costanti di crolli, di incendi e di esplosioni a causa dell’utilizzo di sostanze illegali. Ad essi si aggiunge la minaccia di attentati terroristici da parte dei gruppi ribelli, prevalentemente affiliati ad Al Qaida e allo Stato Islamico del Sahara, in lotta tra loro per il controllo dei siti della via dell’oro che attraversa il Burkina Faso.

Quello dell’oro è diventato nel Paese il settore economico più redditizio negli ultimi dodici anni, superando di gran lunga il mercato del cotone, un tempo primo prodotto di esportazione burkinabé. Se sono circa 70.000 gli impiegati, diretti e indiretti, nell’estrazione mineraria “ufficiale”, almeno 1,5 milioni di persone hanno trovato lavoro nel settore “artigianale”. Una ricchezza che raggiunge oltre 50 tonnellate d’oro l’anno, almeno un quarto della quale è nelle mani di proprietari artigianali, privati e gruppi terroristici, che la gestiscono in maniera illegale. Gli incidenti mortali come quello di lunedì sono all’ordine del giorno.

Insieme alla sua sfrenata e produttiva corsa all’oro, il Burkina Faso sta attraversando anche uno dei periodi più drammatici della sua storia per quanto riguarda la sua sicurezza interna e la sua stabilità politica. Dopo anni di attentati che hanno provocato oltre 2.000 vittime, alla fine di gennaio il Paese, in rivolta da mesi, ha assistito alla caduta del governo di Compaoré e a un colpo di stato da parte degli uomini del colonnello Damiba. Tra gli obiettivi del nuovo esecutivo, che promette di essere un governo di transizione fino a nuove elezioni, quello di affrontare e combattere in maniera decisiva la minaccia del terrorismo jihadista che sta devastando il Burkina Faso. I gruppi terroristici osteggiati dal nuovo regime sono stati finora foraggiati proprio dalla fragilità politica del Burkina e si sono arricchiti grazie al vastissimo fiume d’oro lasciato in molte aree del Paese completamente alla loro mercé. Buona parte della campagna politica contro Compaoré e della sua caduta si sono giocate sulla lotta alle bande criminali e sul problema della sicurezza dei cittadini. Difficile pensare di affrontare queste questioni senza considerare anche l’enorme settore delle miniere artigianali, dei suoi dipendenti e della popolazione che ci abita intorno.

Resta da vedere se e quali misure verranno adottate per far uscire il Burkina Faso dalla sua era del terrore – e a quante esplosioni, accidentali o meno, si dovrà assistere. Fino a questo momento, i provvedimenti ricordano quelli del vecchio governo. Com’era già successo per altri casi analoghi in passato, dopo la tragedia del 21 febbraio il governatore della regione, Wendinmanegdé Emmanuel Zongo, ha ordinato la chiusura della miniera artigianale a partire dal 22 febbraio, “fino a nuovo ordine”. Pagine Esteri

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