di Valeria Cagnazzo

Pagine Esteri, 23 febbraio 2022 – Crescere dall’interno – Arturo (è costretto a chiederci di usare un nome di fantasia per preservare le sue possibilità di rientrare in Palestina, ndr) è un volontario di Operazione Colomba e parla dall’Italia. Dal marzo 2020, spiega, a causa delle restrizioni della pandemia, l’organizzazione non è più riuscita a inviare un gruppo stabile di volontari nel territorio palestinese. Dal 2004, i volontari di Operazione Colomba operano nella West Bank, più precisamente ad At-Tuwani. A causa della pandemia, per l’organizzazione risulta ancora complicato riprogettare delle missioni; entrare in Israele, d’altronde, non è mai stato troppo semplice, neanche in era pre-Covid, e le attuali restrizioni, dice, “hanno solo peggiorato le cose”. Per i volontari di questa e di altre organizzazioni operanti in Palestina, infatti, l’unica possibilità per entrare a Tel Aviv è richiedere un visto turistico: per molto tempo dopo l’inizio della pandemia non ne sono più stati concessi. I controlli, inoltre, potrebbero diventare ancora più rigidi che in passato, e nessuno è più sicuro di poter tornare sul posto a portare avanti la sua missione di volontariato senza essere bloccato all’aeroporto Ben Gurion.



Dal 9 gennaio, Israele ha ufficialmente riaperto ai flussi turistici internazionali. Per entrare nel Paese, bisogna aver completato il ciclo vaccinale anti-Covid da meno di 6 mesi (o avere un certificato di guarigione da meno di 6 mesi), aver effettuato un tampone per SARS-CoV-2 prima della partenza e ripetere un test molecolare entro 24 ore dall’arrivo nel Paese, attendendo l’esito in quarantena. Per i volontari internazionali che operano sul territorio, tuttavia, gli spostamenti frequenti tra Israele e West Bank potrebbero richiedere ulteriori quarantene, divieti o controlli più severi. Il Covid potrebbe determinare una maggiore difficoltà di movimento su un territorio già frammentato tra posti di blocco e Linea Verde. “Tutti questi dubbi sono un ostacolo alla presenza internazionale”, dice Arturo.

Se è vero che il Covid ha impedito agli internazionali di recarsi in Palestina, secondo Arturo, nonostante tutto, dai Comitati popolari sono arrivati segnali positivi. “Abbiamo contatti con il comitato delle Colline a sud di Hebron e con tutto il network del Popular Struggle Coordination Committee: le loro attività sono andate avanti e questo secondo me è un fattore positivo. Certo, non ci sono stati gruppi internazionali, ma il gruppo dei comitati popolari è cresciuto molto dall’interno. A sud di Hebron, ad esempio, il comitato popolare si è rafforzato, soprattutto grazie ai giovani di Youth of Sumud. Registrano tutto con le telecamere, accorrono in soccorso alla popolazione in caso di necessità, supportano la resistenza non-violenta, e non solo ad At-Tuwani”. Le telecamere dei giovani di Youth of Sumud hanno continuato dunque in questi due anni a documentare le violenze subite dalla popolazione, ma si sono ritrovate di fronte a crimini sempre più efferati, Arturo concorda con Hureini. “Erano le organizzazioni internazionali che con le loro telecamere durante le manifestazioni e nella vita di tutti i giorni riuscivano un po’ a fermare le aggressioni dei coloni e dei soldati, e anche dal punto di vista legale c’è una certa paura ad aggredire gli internazionali”. In loro assenza, le violenze si sono inasprite. L’ulteriore passo a destra del governo con l’elezione di Bennett, inoltre, secondo il volontario farebbe sentire i coloni giustificati ad agire con maggiore tranquillità contro i Palestinesi. “Gli incidenti stanno diventando più brutali”, sottolinea Arturo, che racconta ancora incredulo l’uccisione del capo villaggio di Umm El Kheir, l’Haji Suleiman Hathalin. “Si era messo davanti a un camion della polizia per sbarrargli la strada, per impedire la confisca di uno strumento di lavoro. E il camion della polizia gli è passato proprio, come dire, addosso. L’ha trascinato per diversi metri”.

Il peso delle responsabilità – Nella sua casa a Supino, in provincia di Frosinone, i pavimenti di alcune stanze sono decorati con piastrelle in ceramica provenienti da Nablus e da Hebron. Dal cenere al turchese al cobalto, le sfumature dell’azzurro si intrecciano in brillanti giochi di luce. Per trasportarle in Italia eludendo i controlli dell’aeroporto Ben Gurion, le piace raccontare scherzando, ha dovuto spesso spargerle tra le valigie dei tanti italiani che ha accompagnato in Palestina in questi anni, una o due per ciascuno, per non dare nell’occhio. Azzurro è anche il pesante ciondolo incastonato in un cerchio color acciaio che spesso indossa al collo nelle occasioni pubbliche. Luisa Morgantini è stata vice-Presidente del Parlamento Europeo e guida da anni Assopace Palestina, un’associazione fondata con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione palestinese e che da sempre sostiene i Comitati popolari di resistenza non-violenta. “Le loro lotte hanno avuto risonanza internazionale”, dice, ricordando i primi passi dei comitati. “Eravamo nel pieno della seconda Intifada, con la sua deriva militare e gli attacchi suicidi, la narrazione israeliana era divenuta predominante e la solidarietà internazionale scemava. Poi dal villaggio di Budrus è nato un moto di resistenza popolare di cui erano protagoniste le donne e che si è esteso in breve ad altri villaggi, in modo particolare a quello di Bil’in, dove il muro iniziato nel 2002 aveva sottratto il 65 per cento della terra coltivata dai contadini. Bil’in è stato un momento di aggregazione straordinario”. Ricorda con enfasi quegli anni, in cui la resistenza non-violenta palestinese richiamava attivisti internazionali e israeliani, oltre a “personalità come Hessel, Desmond Tutu e Jimmy Carter, premi Nobel per la Pace come Mairead Maguire e Jody Willams, parlamentari europei che non solo partecipavano alla manifestazione settimanale del venerdì ma anche alla conferenza annuale di Bil’in”.

Negli ultimi anni l’entusiasmo internazionale per questa nuova forma di resistenza, che non prevede molotov e attentati ma marce pacifiche e aquiloni (quelli che Bassem Abu Rahma faceva volare per divertire i bambini), è progressivamente sbiadito. Secondo Morgantini la responsabilità non è nel Covid e nella pandemia, per quanto anche le limitazioni al movimento abbiano fatto la loro parte. “Non sono solo i riflettori ad essersi spenti, le attività di quei comitati erano quasi tutte interrotte già prima della pandemia. Le manifestazioni del venerdì non si svolgevano quasi più a causa della repressione israeliana. Penso al villaggio di Nabi Saleh, dove Israele aveva colpito tutti i giovani, non solo Ahed Tamimi”. Era ancora il 2017, infatti, quando Ahed Tamimi, allora sedicenne, fu arrestata per aver aggredito con schiaffi e pugni dei soldati israeliani dopo che nel corso di una manifestazione non-violenta suo cugino era stato colpito alla testa da un proiettile sparato a distanza ravvicinata. Sarebbe stata liberata solo nel luglio 2018. Le aggressioni dei giovani della sua famiglia e del suo villaggio da parte dei soldati israeliani sono state particolarmente violente negli ultimi anni.

Quanto ai governi locali, il loro atteggiamento nei confronti della resistenza non-violenta ha conosciuto fasi alterne. E’ stato creato un dipartimento ministeriale per la resistenza popolare “dove sono stati integrati anche alcuni leader dei comitati popolari (tra i quali Abdallah Abu Rahma, ndr), che sostengono le manifestazioni nei vari villaggi e molte iniziative nell’area C (sotto totale controllo israeliano). In questi ultimi tempi si è visto un coinvolgimento maggiore delle forze di Al Fatah nelle lotte di resistenza popolare che, però, avevano osteggiato l’autonomia del coordinamento dei comitati”. A Gaza, la situazione è più complessa, dopo gli entusiasmi che la Marcia del Ritorno aveva acceso in Palestina: con le manifestazioni iniziate il 30 marzo del 2018 sul confine della Striscia, si rivendicava pacificamente il diritto dei Palestinesi a tornare nelle terre dalle quali erano stati espulsi violentemente nel 1948. Centinaia furono le vittime tra i manifestanti gazawi. “La Marcia del Ritorno è stata certamente un’alternativa alla politica di Hamas , ma come le lotte popolari in Gisgiordania non ha avuto l’attenzione del mondo politico e non è riuscita a far rimuovere l’assedio di Gaza. Il prezzo pagato dalla popolazione per la partecipazione alla marcia del ritorno ha ucciso molte speranze sul successo delle lotte popolari, e Hamas su questo fallimento si rafforza”.

Se la recrudescenza della violenza contro la resistenza pacifica ha ostacolato le sue attività più delle restrizioni del Covid19, secondo Morgantini, queste non si sono mai del tutto fermate, anzi hanno progressivamente ripreso vigore proprio durante la pandemia. “In  realtà, in questi due anni le lotte di resistenza popolare sono state molto accese, soprattutto nei villaggi colpiti dalla violenza dei coloni. Basti pensare a Beit, a Burin, alle colline a Sud di Hebron, e poi a Sheikh Jarrah, a  Silwan, i quartieri di Gerusalemme Est in cui si resiste all’espulsione dalle case e alla giudeizzazione della Geruselemme palestinese”. La comunità internazionale è, tuttavia, assente, e l’eco delle proteste pare non arrivare in Occidente. Sembrano lontani i tempi in cui, all’indomani della seconda Intifada, i Nobel marciavano a Bil’in, e non solo a causa dei Green Pass, dei tamponi molecolari e delle dosi di vaccino antiCovid. Non ha dubbi, Morgantini, mentre organizza il prossimo viaggio di AssopacePalestina, previsto per il mese di aprile, con il quale, dopo due anni di fermo, potrà portare di nuovo un gruppo di italiani a conoscere la Cisgiordania. “La responsabilità  ricade sulla Comunità Internazionale. E’ l’Unione Europea  che lascia soli i Palestinesi e non fa pagare a Israele il prezzo delle violazioni dei diritti umani e della legalità internazionale”.

Aspettando la primavera – L’unico modo per raggiungere Abdallah Abu Rahma in tempi di pandemia, a oltre quattro anni e mezzo di distanza, è ricorrere a una videochiamata. Adesso indossa un paio di occhiali neri dalla montatura spessa che gli danno un’aria da intellettuale, il taglio squadrato e folto dei capelli ha lasciato il posto a una rasatura più sobria e come tanti, durante il lockdown, sembra aver messo su qualche chilo. A Bil’in non ci sono più state manifestazioni da quel marzo 2020.

Nel resto della Palestina, dice, le proteste dei comitati popolari sono, però, ricominciate già nel 2021, e sono diverse le azioni attualmente in corso. Gli preme molto sottolineare come la realtà dei Comitati popolari di resistenza debba essere considerata al giorno d’oggi una rete unificante di tutti i villaggi in Cisgiordania e come una manifestazione non-violenta a Hebron o nella valle del Giordano tocchi in prima persona gli abitanti di qualsiasi villaggio della West Bank. “Ieri sera ero a Burka, l’altro giorno ero a una protesta a Beita, sono lontane da casa mia ma devo partecipare. I modelli di resistenza popolare sono diversi e si sono evoluti col tempo”, aggiunge, “Ci sono le manifestazioni, ma c’è stato anche l’esempio della Valle del Giordano, dove abbiamo raccolto un grande successo, dormendo per sei mesi tutti lì, attivisti palestinesi, israeliani e internazionali, per fare pressione sul governo di Israele. O c’è il modello di Sheik Jarrah oggi”, dice facendo riferimento alle 28 famiglie del quartiere di Gerusalemme che stanno resistendo nelle loro abitazioni all’ordine di sfratto ricevuto da Israele. “Le modalità dei nostri comitati di resistenza sono diverse, ma quello a cui ricorriamo sono sempre strumenti pacifici, come le arti, la musica, e anche la presenza degli internazionali”.

Proprio l’assenza degli internazionali è stato l’effetto più drammatico del Coronavirus sull’esperienza della resistenza non-violenta in Palestina, secondo Abu Rahma. “Con la pandemia abbiamo perso uno dei pilastri delle nostre proteste”, afferma. Dal marzo del 2020, gli attivisti internazionali sono rientrati nei loro Paesi d’origine e non hanno più fatto ritorno. Anche gli Israeliani sono scomparsi dalle manifestazioni, “Un tempo erano almeno un centinaio a marciare insieme a noi, adesso nelle manifestazioni in Palestina se ne vedono sì e no cinque o dieci in tutto”. Un vuoto che ha un duplice effetto: l’inasprimento della violenza dei coloni sui Palestinesi e la ridotta copertura mediatica delle azioni pacifiche e degli attacchi subiti dai membri dei comitati popolari. “Alle nostre manifestazioni un tempo partecipavano persone provenienti dall’Italia, dalla Francia, dalla Germania, dagli USA, dal Sudafrica. A causa della pandemia, tutti questi amici”, li chiama così, Abu Rahma, “hanno dovuto fare ritorno a casa. Quando queste persone venivano in Palestina, potevano diffondere la nostra voce: avevano organizzazioni no-profit, erano giornalisti freelance, erano in ogni caso molto attivi sui social. Adesso non è più come prima. Eppure abbiamo ancora tanto da raccontare: non solo su Bil’in, ma anche su Beita, Burka, su Sheik Jarrah. Gli attacchi dei coloni sono quotidiani, prendono di mira automobili, case e persone. Soldati e coloni sono diventati più violenti nei nostri confronti perché sanno che non ci sono più le telecamere degli internazionali a documentare: ci sparano addosso, molto più di prima e da vicino, e ci aggrediscono più frequentemente, ci sono scontri anche a mani nude. La copertura mediatica di tutto questo è estremamente ridotta rispetto al passato”. Il Coronavirus ha dato il colpo di grazia a una situazione già estremamente critica per l’attivismo internazionale filo-palestinese, secondo Abu Rahma: la criminalizzazione ad opera tanto del governo Netanyahu quanto del nuovo governo Bennett del movimento BDS (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) e delle organizzazioni e degli attivisti ad esso vicini iniziava già prima del 2020 a rappresentare un deterrente per le loro attività. “Abbiamo perso l’attivismo internazionale. Anche adesso che gli attivisti sono nelle loro case, le loro denunce delle violazioni dei nostri diritti si sono ridotte. So che ci sono state molte proteste in Europa a fine maggio 2021 durante l’operazione militare di Israele su Gaza, ma a parte questo l’attenzione degli attivisti occidentali sugli eventi in Palestina è calata, anche chi era attivo sui social adesso lo è molto meno”.

La pandemia sembra aver condannato la West Bank e la sua resistenza pacifica al silenzio e all’isolamento internazionale, secondo Abu Rahma. “Bil’in la conoscono tutti, ma chi parla della resistenza a Beita, dove ci sono stati già almeno 9 martiri? Beita è molto più grande di Bil’in, e anche Burqa è un grande centro, anche lì si resiste. C’è poi la grande ingiustizia di Sheik Jarrah, a Gerusalemme. Il punto è questo: le proteste non-violente continuano ad esserci e anche in posti nuovi, il problema di questi nuovi luoghi è che non stanno riuscendo a far arrivare la loro voce al mondo”.

Abu Rahma, però, è fiducioso. Crede che ormai l’epoca della pandemia sia prossima all’epilogo, e che nell’arco di due o tre mesi “in tutto il mondo le cose torneranno com’erano prima”. Mentre lo dice, la solennità dei suoi toni da politico si mescola all’entusiasmo dell’attivista. “Spero che presto gli internazionali e gli israeliani possano tornare qui, partecipare alle nostre proteste e testimoniare gli sforzi delle nostre comunità. Questo renderà la nostra lotta molto più efficace rispetto a com’è adesso, in cui siamo da soli”. Il comitato di Bil’in, alla luce di queste previsioni, sta già progettando di invitare gli attivisti di tutto il mondo a partecipare a una nuova grande manifestazione, la prima nel villaggio dall’inizio della pandemia. “Pensavamo di organizzarla per il 17 di aprile, nel giorno dell’anniversario dell’uccisione del nostro Pheel, Bassem Abu Rahma. Sarebbe bello ricordarlo così, con il primo evento internazionale di resistenza non-violenta in Palestina dopo tanto tempo. Ci rendiamo conto, però, che in quella data saremo in pieno Ramadan, e questo potrebbe essere un problema. Un’altra idea era quella di chiamare tutti a raccolta a Bil’in per il 30 marzo, che in Palestina è la Giornata della Terra”. Abu Rahma non ha dubbi che con la fine dell’inverno si concluderà finalmente anche il lockdown, che in Palestina in particolare è stato sinonimo di isolamento. Come gli alberi del suo giardino, e chissà se è ancora in piedi quello dei mandarini cinesi, aspetta paziente la primavera.

Puoi leggere la prima parte del reportage al link seguente https://pagineesteri.it/2022/02/21/medioriente/s/

 

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