di Valeria Cagnazzo

Pagine Esteri, martedì 3 maggio 2022Non è un giorno di festa per il giornalismo nel mondo. Abusi, omicidi, arresti continuano a colpire i giornalisti. Attacchi fisici, minacce, precariato minano a ogni latitudine una professione tanto a rischio quanto indispensabile. Si celebra oggi, 3 maggio, la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa, proclamata dalle Nazioni Unite nel 1993. I dati sullo stato della libertà dell’informazione non sono, però, neanche quest’anno, troppo incoraggianti.



Secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), nel 2021 i giornalisti arrestati per il loro lavoro sono stati 293, un dato in aumento rispetto agli anni precedenti. 28 sono stati i reporter uccisi: 5 in India, 4 in Messico, 2 in Somalia, in Burkina Faso, nelle Filippine, in Afghanistan, Myanmar, Pakistan, 1 nella Repubblica Democratica del Congo, in Libano, Azerbaijan, Colombia, Etiopia. Altri 18 sono morti in circostanze in cui non è facile definire con chiarezza se fossero loro i principali target degli attacchi.

Preoccupazione sulla libertà di stampa che si riduce “di giorno in giorno” è stata espressa anche dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che in un video-messaggio ha celebrato l’impegno dei giornalisti: “I giornalisti che si occupano di clima, biodiversità e inquinamento sono riusciti a portare l’attenzione globale su questa triplice crisi”, ha detto. Poi un ringraziamento ai giornalisti impegnati durante la pandemia: “Durante la pandemia da Covid19, molti operatori dell’informazione sono stati in prima linea, producendo notizie accurate, basate sulla scienza, per informare chi doveva prendere delle decisioni e salvare vite”.

Seria, però, l’apprensione di Guterres per il settore dell’informazione, in una giornata per la quale l’Onu ha scelto un tema dal titolo “L’informazione sotto l’assedio digitale”. “La tecnologia”, ha affermato Guterres, “ha democraticizzato l’accesso alle informazioni, ma ha anche creato delle serie sfide”. E ha aggiunto: “Dalla salute globale alla crisi climatica, alla corruzione e agli abusi dei diritti umani, (i giornalisti, ndr) si confrontano con una crescente politicizzazione del loro lavoro e con tentativi di silenziarli provenienti da più parti”.

Anche il rapporto del 2022 sulla libertà di stampa di Reporters sans Frontières (RSF) sottolinea il rischio della politicizzazione crescente nel mondo dell’informazione. Il titolo che l’organizzazione ha scelto per il suo report di quest’anno è eloquente: “L’era della polarizzazione”. Anche quest’anno, vi si può trovare la classifica di RSF sulla libertà di stampa nel mondo. I dati sono stati raccolti attraverso un’indagine quantitativa, sulle violazioni alla libertà di stampa e sugli abusi subiti dai giornalisti in 180 Paesi, e mediante un’indagine qualitativa, un questionario di 123 domande compilato da centinaia di esperti di giornalismo nel mondo (giornalisti, ricercatori e attivisti per i diritti umani).

Secondo l’organizzazione RSF, questa è l’epoca in cui la scarsa libertà di stampa e la ridotta regolamentazione dell’informazione hanno portato i media a “polarizzarsi”, i giornalisti a scegliere – o a essere costretti a scegliere – da che parte stare nelle contrapposizioni politiche interne così come nei conflitti a livello internazionale e a portare avanti una pericolosa informazione parziale, specchio di un mondo asimmetrico e violento.

In un’era in cui l’informazione avviene online, ovunque e senza più norme, RSF parla di “effetti disastrosi” del “caos” mediatico, che può solo favorire il proliferare delle fake news e agevolare la propaganda, diventando strumento di conflitto e di tensioni interne.

Un’influenza importante della polarizzazione dell’informazione sulle guerre è sotto gli occhi di tutti: il problema della copertura mediatica della guerra tra Russia e Ucraina è inevitabilmente al centro dell’attenzione in questa giornata. Secondo la classifica della libertà di stampa di RSF, la Russia è al 155° posto, non troppo più virtuosa l’Ucraina, che si colloca al 106° (dati aggiornati al gennaio 2022). L’informazione, secondo RSF, sta ricoprendo un ruolo fondamentale oggi, nella narrazione del conflitto, ma vi ha contribuito anche prima del 24 febbraio, quando prima della guerra “fisica” si combatteva da tempo una guerra “di propaganda” attraverso la comunicazione.

Il controllo propagandistico dei media contribuisce anche in altre regioni del mondo a mantenere vive le contrapposizioni tra gli Stati, a tenere in piedi delle vere e proprie politiche tra “blocchi” rivali. Un’analoga polarizzazione della stampa si riscontra ad esempio tra i “blocchi” di India (150°) e Pakistan (157°), o tra Israele (86°) e Palestina (170°).

Anche le democrazie sono coinvolte da questo processo, le tensioni interne vengono infiammate dai media laddove il giornalismo è polarizzato. Negli Stati Uniti (42°) e in Francia (26°), ad esempio, le tensioni sociali tendono ad essere acuite da un’informazione parziale e dall’opinionismo in tv.

L’Italia si colloca al 58° posto, nel 2021 era al 41°. Nella pagina del rapporto dedicata al nostro Paese, si legge che i giornalisti italiani “danno spesso l’impressione di censurarsi”, molte volte per adeguarsi alla linea editoriale del loro giornale. I loro diritti sul lavoro sono minati dal crescente problema del precariato. I reporter più in pericolo, poi, sono quelli che si occupano di criminalità organizzata.

La nascita e l’ascesa di una nuova figura, tra l’altro, quella dell’”opinionista”, è simbolicamente indicativa della polarizzazione dell’informazione denunciata da RSF. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di giornalisti, che proprio in quanto tali vengono ascoltati con attenzione dal pubblico a casa, ma nelle arene televisive gli opinionisti siedono dall’uno o dall’altro lato dello studio, a seconda della loro “posizione” di partenza sul tema. Adducono fatti esclusivamente a sostegno della propria “opinione”, nella quale, letteralmente, sono accomodati per l’intera durata della trasmissione. La contrapposizione pubblica tra gli agenti dell’informazione diventa spettacolarizzazione delle contrapposizioni interne ed esterne tra i Paesi, la guerra delle notizie mandata in diretta diventa non solo metafora, ma soprattutto strumento della guerra reale. Quella che si combatte fuori, ma anche quella che ciascun cittadino sente montare dentro di sé come un’insofferenza, come una violenza repressa che viene generalmente attribuita al trauma collettivo del lockdown.

Tornando alla classifica di RSF, i Paesi più virtuosi dell’anno sono Norvegia, Svezia e Danimarca – che continuano ad essere un “modello democratico in cui la libertà di espressione è rigogliosa”. I Paesi peggiori per la libertà di stampa del 2022 sono, in ordine dal 175° al 180° posto, la Cina, il Myanmar, il Turkmenistan, l’Iran, l’Eritrea e la Corea del Nord.

Tra i Paesi nella lista rossa, anche la Bielorussia (153°): proprio in Bielorussia è andato quest’anno, il 27 aprile scorso, il Premio Unesco-Guillermo Cano per la Libertà di Stampa. A riceverlo, l’Associazione Bielorussa dei Giornalisti (BAJ), un’organizzazione fondata nel 1995 per promuovere la libertà di espressione e il giornalismo indipendente, formata ormai da oltre 1300 giornalisti. Nell’agosto del 2021, l’associazione subì un raid della polizia nella propria sede e ricevette l’ordine di essere disciolta dal Ministro della Giustizia del Paese. “Consegnando il premio alla BAJ”, ha dichiarato il Presidente della Giuria del Premio Unesco, Alfred Lela, “ci mettiamo dalla parte di tutti i giornalisti nel mondo che criticano, si oppongono e denunciano regimi e politici autoritari, trasmettendo informazioni veritiere e promuovendo la libertà di espressione”.

Una strada ancora e sempre tutta in salita, quella della libertà di informazione nel mondo. Non solo nei Paesi lontani, quelli che siamo abituati a etichettare come dittature, ma anche nelle democrazie più vicine, anche in casa nostra. Un esercizio costante, quello dell’informazione, che probabilmente, proprio come quello della democrazia, non può giungere alla perfezione, e che anzi fallisce proprio laddove finisce di essere tenacemente messo in pratica e in discussione. Come fa anche Mary Fitzgerald sul “The Guardian”, è forse un buon modo per celebrare questa giornata, nonostante tutto, con le parole del Premio Nobel per la Pace 2021 Dmitrij Muratov, giornalista russo. “C’è un detto in russo, inglese e altre lingue: “I cani abbaiano, ma la roulotte continua a camminare”. Una spiegazione è che nulla può ostacolare il progresso di una roulotte. Il governo a volte dice lo stesso in modo derisorio sui giornalisti. Abbaiano, ma non influiscono su nulla. Ma recentemente mi è stato detto che il detto ha una spiegazione opposta. La carovana avanza perché i cani abbaiano. Ringhiano e aggrediscono i predatori nelle montagne e nel deserto. La roulotte può avanzare solo con i cani in giro. Sì, ringhiamo e mordiamo. Sì, abbiamo denti affilati e una presa forte. Ma noi siamo il presupposto per il progresso. Siamo l’antidoto contro la tirannia.”