di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 20 maggio 2022 – Fin dall’invasione russa dell’Ucraina, il governo israeliano ha tentato di mantenere una posizione relativamente equidistante rispetto a due paesi con i quali lo “Stato ebraico” intrattiene consistenti relazioni economiche, militari e politiche. Ma nelle ultime settimane Mosca e Tel Aviv sembrano essersi notevolmente allontanati in un crescendo di atti e dichiarazioni che manifestano frizioni sempre più evidenti.



Gli S-300 russi contro i caccia israeliani

L’ultimo, inequivocabile, segnale risale alla notte tra il 13 ed il 14 maggio, quando l’ennesima incursione dell’aviazione militare israeliana sul suolo siriano sarebbe stata contrastata dalle batterie missilistiche S-300.
A partire dall’inizio della crisi siriana nel 2011, Israele ha compiuto centinaia di raid aerei in Siria, prendendo di mira le installazioni militari di Damasco ma soprattutto le basi, i depositi di armi e i convogli di Hezbollah e delle milizie iraniane. Nonostante il suo massiccio intervento militare nel paese a partire dal settembre 2015 contro le milizie di Daesh e a sostegno del regime siriano, il governo russo ha sempre tollerato gli attacchi israeliani diretti, almeno ufficialmente, a impedire la consegna di armi alla resistenza palestinese e a quella libanese.
Ma durante l’ultimo raid, i caccia con la stella di David intenti a bombardare un’installazione nei pressi della città di Masyaf sarebbero stati bersagliati dal sistema di difesa di Mosca che può entrare in funzione solo con il consenso russo. I caccia israeliani non avrebbero comunque subito danni e il raid nel nord ovest del paese avrebbe invece, secondo l’agenzia siriana “Sana”, provocato cinque morti e sette feriti. Il precedente attacco, alla fine di aprile, aveva preso di mira dei depositi di armi iraniane alla periferia di Damasco e, secondo le autorità siriane, aveva provocato 9 morti, sia civili sia militari.

L’impiego del sistema russo S-300 – donato dai russi a Damasco nel 2018 – contro i velivoli israeliani segna un ulteriore deterioramento delle relazioni tra Russia e Israele e può essere letto come un esplicito avvertimento nei confronti di Tel Aviv, richiamata a non esagerare nel sostegno accordato a Kiev dallo “stato ebraico”. Vladimir Putin mantiene in Siria un consistente schieramento militare che per la difesa delle sue basi a Latakia e Tartus può disporre anche di alcune batterie di S-400. All’avvertimento russo del 13 maggio sembra aver risposto, per quanto implicitamente e indirettamente, il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz, il quale il 16 maggio ha affermato che «lo Stato di Israele continuerà ad agire contro qualsiasi nemico che lo minacci e impedirà il trasferimento di capacità avanzate dall’Iran che mettono in pericolo i cittadini di Israele e danneggiano la stabilità dell’intera regione».

Manifestazione di solidarietà con Kiev in Israele

Russia-Ucraina, una equidistanza sofferta

Fino agli inizi di aprile sembrava che le strette relazioni intessute da Mosca e Tel Aviv negli ultimi anni potessero resistere alla mossa russa in Ucraina. Nel corso del vertice di Sochi dell’ottobre 2021, del resto, Naftali Bennett e Vladimir Putin avevano deciso di rinnovare il patto sulla “gestione condivisa” dello scenario siriano, il primo interessato a contrastare l’espansione dell’egemonia iraniana nella regione e il secondo a garantirsi le basi sul Mediterraneo e la presenza nel quadrante mediorientale. In quell’occasione, il premier di Israele aveva sottolineato il «carattere strategico» del rapporto con la Russia e vantato lo stretto coordinamento tra le sue forze armate e quelle di Mosca.

Poi, a ridosso dell’ingresso delle truppe russe in Ucraina, il governo Bennett ha mantenuto una linea relativamente neutrale, sottolineando che «Israele ha l’obbligo morale di cercare di porre fine alla sofferenza umana nella guerra». Le motivazioni etiche, ovviamente, avevano scarso peso; semplicemente, Israele temeva che il conflitto potesse mettere a rischio le sue relazioni con l’Ucraina e la Russia.
Dopo anni di accesa rivalità, i rapporti tra Mosca e Tel Aviv sono migliorati dall’inizio degli anni duemila e nel 2008 i due paesi hanno siglato un accordo di libera circolazione. Più recentemente, il disimpegno di Washington nel Vicino Oriente e il massiccio intervento russo in Libia e in Siria hanno trasformato Mosca in un attore preminente nella regione con cui Tel Aviv ha scelto di scendere a patti.

Pur sostenendo l’Ucraina e il suo presidente Zelenskyi, tra l’altro di origini ebraiche, Israele ha quindi tentato di non rompere con Mosca e di proporsi inizialmente come “ago della bilancia” offrendosi come mediatore in parallelo agli sforzi turchi. A marzo Bennett ha incontrato Putin, accompagnato dal ministro israeliano dell’edilizia, Zeev Elkin, originario di Kharkiv, nell’Ucraina orientale. Il governo di Israele ha criticato l’aggressione militare di Mosca ma ha rifiutato di cedere a Kiev armi e tecnologie d’avanguardia. Secondo un’indagine del Guardian e del Washington Post, il governo Bennett si è rifiutato di vendere all’Ucraina lo spyware Pegasus, in grado di hackerare e intercettare le comunicazioni nemiche, o di cedere a Kiev il sistema di difesa antimissile Iron Dome, suscitando le ire del presidente ucraino a sua volta contestato nello “stato ebraico” per il paragone tra la situazione nel suo paese e la Shoah, citato nel corso di un suo intervento alla Knesset. Inoltre, pur adottando alcune misure contro gli oligarchi russi, Israele non ha adottato le sanzioni decise contro Mosca dalla Nato e da altri paesi.

Sembrava che Israele non volesse farsi coinvolgere troppo. Del resto circa un milione e mezzo di israeliani sono nati nell’ex Unione Sovietica o hanno ascendenze nelle diverse repubbliche ex sovietiche, a partire dalla Russia e dall’Ucraina. In totale di tratta di più del 15% della sua popolazione. Inoltre, come nel caso turco, Israele è diventata un rifugio di facoltosi cittadini russi e ucraini in cerca di tranquillità e di un approdo sicuro per i propri beni. Infine, da febbraio migliaia di ebrei russi e ucraini sono arrivati in Israele, costituendo una nuova opportunità per impedire il temuto sorpasso della popolazione palestinese su quella ebraica.

Incontro tra Bennett e Putin

A un passo dalla rottura?

Ma alla lunga l’esercizio di equilibrismo del governo israeliano non sembra funzionare, e man mano che il conflitto prosegue e si impantana sembrano crescere gli screzi tra Mosca e Tel Aviv. Le moderate dichiarazioni di Bennett sono state sovente smentite da quelle bellicose contro “l’operazione speciale” russa in Ucraina del ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid. Il rappresentante israeliano ha votato a favore dell’esclusione della Russia dal Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu mentre la stampa e dell’opinione pubblica israeliana manifestano apertamente le proprie simpatie nei confronti di Kiev. Mentre molti volontari israeliani si sono uniti alle forze armate ucraine, alcuni media israeliani hanno rivelato che un certo numero di veterani di Tsahal addestrano le truppe di Kiev.

A metà aprile l’ambasciatore russo in Israele, Anatoly Viktorov, ha richiesto ad Israele una «posizione più equilibrata», facendo notare che al momento i due paesi erano «ancora amici». Subito dopo, Vladimir Putin ha denunciato la repressione israeliana contro il popolo palestinese, esprimendo la sua solidarietà ad un incredulo Abu Mazen. Prima ancora, esponenti dela gerarchia militare e analisti russi avevano cominciato a mettere esplicitamente in discussione la tolleranza di Mosca nei confronti dei continui bombardamenti israeliani in Siria, accusando Tel Aviv di “provocazione”. A peggiorare la situazione, poi, è arrivata l’intervista concessa al canale tv italiano Rete 4 dal Ministro degli Esteri russo, durante la quale Sergej Lavrov ha citato le presunte origini ebraiche di Adolf Hitler, mandando su tutte le furie Israele e suscitando la dura reazione di Bennett. Le scuse di Vladimir Putin in persona non sono bastate a ricucire lo strappo, anche perché il governo russo ha accusato l’attuale governo israeliano di sostenere «il governo neonazista di Kiev». Da parte sua, Israele starebbe riconsiderando il suo no alle forniture di armi offensive all’Ucraina, e un suo rappresentante – anche se non il Ministro della Difesa ma un Capo Dipartimento – ha partecipato al summit organizzato dal segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin per coordinare l’invio di aiuti militari a Kiev, che ha riunito 43 paesi nella base militare di Ramstein, in Germania.

E’ evidente che una rottura tra Mosca e Tel Aviv (che al momento comunque non sembra essersi consumata) potrebbe generare un effetto domino in tutto il Vicino e il Medio Oriente, con la Russia che potrebbe concedere maggior margine di manovra all’asse sciita – Iran, Hezbollah – contro Israele che a sua volta potrebbe rivalersi moltiplicando le proprie pressioni nei confronti del programma nucleare iraniano. Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nord Africa. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale.

 

LINK E APPROFONDIMENTI:

https://www.timesofisrael.com/in-first-russian-military-said-to-fire-s-300-missiles-at-israeli-jets-over-syria/

https://ilmanifesto.it/lavrov-imperdonabile-spinge-israele-a-schierarsi

https://www.yediot.co.il/articles/0,7340,L-6098583,00.html

https://www.wsj.com/articles/israels-encouraging-turn-toward-ukraine-donations-defense-russia-nazi-war-jews-11650656959

https://www.haaretz.com/israel-news/israel-s-ukraine-policy-isn-t-only-immoral-it-s-also-unwise-1.10770363

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