AGGIORNAMENTO 26 MAGGIO

Dopo la Cnn anche l’Autorità nazionale palestinese, al termine della sia indagine, oggi ha accusato l’esercito israeliano di aver aperto deliberatamente il fuoco contro la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, uccisa lo scorso 11 maggio a Jenin. Il ministro della difesa israeliano Benny Gantz ha negato con forza la versione palestinese.



AGGIORNAMENTO 24 MAGGIO

La CNN ha condotto una propria indagine sulla morte della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh e afferma che i risultati suggeriscono che è stata presa di mira deliberatamente dalle forze armate israeliane.

LEGGI I RISULTATI DELL’INCHIESTA SVOLTA DALL’EMITTENTE STATUNITENSE

https://edition.cnn.com/2022/05/24/middleeast/shireen-abu-akleh-jenin-killing-investigation-cmd-intl/index.html

 

 


 

Analisi di Jack Khouri – Haaretz 

(traduzione dall’inglese a cura della redazione)

Pagine Esteri, 20 maggio 2022 – La scorsa settimana Shireen Abu Akleh, corrispondente di Al-Jazeera, è “caduta” in servizio. È stata colpita da un solo proiettile alla testa, mentre indossava un giubbotto antiproiettile e un elmetto e seguiva gli eventi nel campo profughi di Jenin. Molto è stato scritto e sarà scritto sulla sua professionalità, le circostanze della sua morte e le indagini sull’incidente. Nel campo palestinese non ci sono dubbi su chi sia il responsabile. Indipendentemente dal fatto che il proiettile sia sottoposto a test balistici, la presenza di un esercito di occupazione a Jenin è un motivo sufficiente per attribuire la responsabilità a Israele, anche se i dettagli rimangono oscuri.

In Israele, l’incidente è stato descritto principalmente come un disastro per le pubbliche relazioni e meno come un ritorno del conflitto e dell’occupazione alla consapevolezza pubblica. L’obiettivo è eliminare il termine “occupazione” dal lessico. Al contrario, per i palestinesi, la morte di Abu Akleh è diventata un evento degno dei libri di storia. La sua processione funebre è già stata definita il funerale più lungo: per tre giorni la sua bara è passata attraverso città e villaggi palestinesi, tra cui Jenin, Nablus, Ramallah e Gerusalemme. Se fosse stato per i palestinesi, avrebbero cercato di proseguire fino a Betlemme ed Hebron, forse a Gaza, per non parlare di Nazareth e Haifa. Non è un’esagerazione, questi erano i sentimenti prevalenti.

L’abbraccio di Abu Akleh è stato un evento raro nel panorama palestinese. Al di là dell’elemento emotivo, la sua morte ha messo in luce una questione fondamentale: l’opinione pubblica palestinese è alla ricerca di una figura o di un evento che possa trasmettere il messaggio al mondo che il popolo palestinese, ovunque si trovi, si aggrappa ancora ai propri sentimenti nazionali e al proprio diritto alla libertà e all’autodeterminazione. Questo sforzo è indipendente da qualsiasi leader o fazione in particolare.

Abu Akleh era una giornalista investigativa sul campo che ha portato la narrazione palestinese su centinaia di milioni di schermi televisivi. Solo questo sarebbe bastato a darle un’accoglienza favorevole e rispettosa. Molti, comprese le persone in Israele, hanno scoperto che era cristiana solo dopo la sua morte. Ciò non ha diminuito il suo sostegno; anzi. Quando mai sono stati visti sacerdoti pregare per un leader palestinese insieme a musulmani che recitavano la preghiera di lutto? Non era un membro di Fatah o un’attivista di Hamas. Né Mahmoud Abbas né Yahya Sinwar avevano alcun diritto su di lei. Questo vale anche per la comunità palestinese in Israele. Mansour Abbas, Ayman Odeh e Ahmad Tibi possono discutere tra loro all’infinito ma sono d’accordo quando si tratta di Shireen Abu Akleh. Ciò vale anche per i campi profughi della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e dei paesi limitrofi. Non c’è una tutela hashemita su di lei, come sui luoghi santi di Gerusalemme ma il re di Giordania Abdullah l’ha commemorata istituendo una borsa di studio a suo nome. Nessuno chiederà spiegazioni al re della Giordania e  Israele non potrebbe opporsi. Nessuno può accusarli di commemorare il terrore. Shireen abbatte tutte le argomentazioni riguardo le persone con “le mani sporche di sangue”.

Il potere dell’immagine sta nella sua semplicità. Questo potrebbe spiegare perché la foto della bara avvolta da una bandiera palestinese e circondata da agenti di polizia israeliani è diventata l’immagine iconica del funerale in tutto il mondo. La foto racconta la storia palestinese nella sua dolorosa essenza. Uno scrigno contenente i resti di una donna che ha lottato a modo suo per presentare la narrazione nazionale palestinese al di là del conflitto e delle sue divisioni e lotte di potere. Una bara sollevata sopra la discordia, portata sulle spalle di giovani palestinesi che si trovano ad affrontare una forza di polizia armata e particolarmente brutale. Una scena di morte, dolore e oppressione, che, nonostante tutto, dimostra al mondo che il popolo palestinese è ancora vivo e vegeto e sta lottando per la propria libertà. Pagine Esteri