di Alessandra Mincone –  

Pagine Esteri, 24 giugno 2022 – Hanno dai 13 ai 17 anni e sono delle studentesse finché gli è permesso. Ogni mese capita che si accovaccino sulle sedie o nascondano la testa tra le braccia conserte sui banchi di scuola. La loro concentrazione si disperde al lamentare dei dolori mestruali. Nei casi più compassionevoli, gli insegnanti offrono loro una tazza di acqua calda per sciogliere i crampi addominali, non hanno il permesso di somministrare dei farmaci antidolorifici. Non di rado, le giovani donne devono aspettare l’ora di pausa per recarsi in bagno, o il momento in cui il proprio “difetto” si palesa con una macchia rossa, che costringe l’insegnante a concedere il permesso di allontanarsi dall’aula.



Nelle toilets dell’area sud-est africana, solo nel 2009 l’OMS e l’Unicef hanno redatto le linee guida per garantire l’igiene e la salute mestruale delle adolescenti e in particolare nel contesto scolastico. I luoghi adibiti spesso non sono separati da quelli per i maschi, non vi è una adeguata privacy, e possono mancare gli strumenti essenziali come l’acqua, il sapone, gli asciugamani, o spesso gli stessi lavabi quanto i cestini per lo smaltimento dei prodotti mestruali. È per questo che le politiche di gestione della salute mestruale (MHM) hanno un ruolo decisivo nei fenomeni di dispersione ed esclusione scolastica per centinaia di migliaia di bambine e adolescenti in gran parte dell’Africa.

Tra i paesi che tentano di adottare delle misure contro le discriminazioni di genere e la stigmatizzazione del ciclo mestruale, e anche per la prevenzione di malattie infettive dovute all’inadeguatezza igienica, sembrano essere in prima fila Kenya, Uganda, Etiopia.

Dal 2008 il Governo keniano ha istituito un Comitato Nazionale per il coordinamento della campagna per gli assorbenti. Eppure nel report “Politica gestionale dell’igiene mestruale 2019-2030” firmato dal Ministero della Salute, emergono ancora tutte le criticità che negano le condizioni di stabilità fisica, psicologica e sociale delle donne.

Secondo le analisi situazionali rilevate grazie al suddetto report, le donne e le adolescenti che hanno accesso agli assorbenti nelle aree rurali del Kenya non sfiorano il 50% delle abitanti. Addizionate alle aree urbane, il 39%utilizza materiali improvvisati come carta igienica o pezzi di stoffa, e di queste il 22% sono in età scolare. Nonostante al 2008 il Comitato Nazionale incaricato promuoveva un percorso di detassazione degli assorbenti mestruali, al 2015 il 65% delle donne e adolescenti keniane non era in grado di affrontare la spesa mensile. Nelle città occidentali del Kenya, il10% delle donne ammetteva di ricevere gli assorbenti da uomini sconosciuti, di solito autisti o frequentatori dei resort di lusso, in cambio di prestazioni sessuali in fase pre-mestruale.

Uno studio firmato Philips and Howard del 2015, ipotizzava un incremento dei casi di HIV e di gravidanza in età infantile, proprio in relazione al mercato nero di assorbenti e di sfruttamento della prostituzione minorile in Uganda e Kenya.

In Kenya, anche lo smaltimento degli assorbenti usati è considerato un problema grave ancora all’ordine del giorno, perché si stima che la maggior parte della popolazione getti gli assorbenti usati in grandi fosse a cielo aperto, dove è inevitabile che si depositino batteri a causa del sangue stagnato, come l’escherichia coli, che può provocare infezioni all’apparato digestivo, e alle vie urinarie e respiratorie. È per questo che le mestruazioni sono considerateun indicatore critico della vitalità e della salute delle donne sopra ogni altro indicatore”.

Allo stesso tempo, non si possono omettere i miti e i tabù che, a braccetto con l’inaccessibilità ai servizi essenziali, provocano dei disagi di natura psicologica e colpiscono con violenza la dignità delle donne, assoggettando la propria condizione biologica e i suoi diritti civili e sociali per tutto il corso dell’esistenza. Durante i giorni della sterilità e dei dolori addominali, le restrizioni che le donne devono affrontare arrivano al divieto di toccare acqua, cucinare, partecipare a cerimonie religiose, a  momenti di socialità, fino all’allontanamento dalla propria dimora. In Ethiopia, le adolescentinon hanno neanche il permesso di utilizzare il bagno delle proprie abitazioni poiché secondo i loro padri non sarebbe igienicamente adeguato.

Con un’analisi che risale al 2016, il Sistema Nazionale di Valutazione scolastica e l’ong Dignity Period denunciarono l’assenza di informazione nel contesto educativo riguardo la salute mestruale delle donne, lasciando intendere che l’istituzione scolastica in Ethiopia non permettesse l’argomentazione di temi strettamente connessi alla sessualità femminile. E mentre un Consiglio della popolazione nella regione di Amhara quantificava che il 71% delle ragazze prese in spose non avevano ancora vissuto il primo ciclo mestruale, e che il 16% avevano annunciato avvenire il primo ciclo mestruale nell’anno del proprio matrimonio, le statistiche della FSG smascheravano che il 60% delle adolescenti erano spaventate dal rivelare il primo ciclo mestruale, poiché rischiavano di incorrere  in severe punizioni da parte della famiglia. Lo stesso studio rilevava che su 650 ragazze, il 48.8% era stato isolato dopo le prime mestruazioni e il restante delle ragazze erano state discriminate o insultate poiché ritenute “sporche”.

In Ethiopia, circa l’80% delle donne e ragazze che vivono nelle periferie non hanno accesso ad assorbenti per proteggersi dal flusso mestruale. E i più comuni “tampax” dell’occidente, in Africa vengono banditi soprattutto perché, a sentire le leggende popolari, causerebbero la perdita della verginità per le bambine. Il 25% di queste, si protegge solo lavandosi o isolandosi in foresta, deserto, o fra le mura di casa.

Oltre allo stigma per tante donne, qualora vivessero nei centri urbani, i costi per i prodotti igienici sono troppo elevati. Le aziende che producono gli assorbenti mestruali in Ethiopia sono la Eve sanitary pads, la Comfort pads e la Lady Style pads. Nel 2016 il governo ethiope ha incentivato una riduzione delle tasse per le aziende manifatturiere e una regolazione dei prezzi per le aziende importatrici, come la Procter & Gamble’s Always, che di conseguenza, ha escluso dal suo mercato tutte le aree rurali dove i market non potrebbero sostenerne la spesa all’ingrosso.

Il problema delle mestruazioni comprende un ventaglio di disagi. Il corpo fertile delle donne diventa un grembo di discriminazione, biologica e di classe, che nell’ESA cresce sul piano dell’umiliazione nei contesti sociali come quello della scuola e del lavoro, e nella negazione di un diritto tanto naturale quanto fondamentale, diventa oppressione della propria identità di genere, anche sotto forma di disturbo fisico e psicologico.

Basti pensare quante adolescenti e donne sviluppano disordini mestruali, irregolarità, amenorrea, dismenorrea, polimenorrea, e problemi riproduttivi come l’endometriosi o fibromi all’utero, malattie legate anche a condizioni genetiche, ma anche a scarse opportunità socio-economiche, di malnutrizione e di grave stress psicologico. Uno studio statunitense, constatava addirittura l’enorme incidenza dei patimenti mestruali per le donne nere e le adolescenti vittime di mutilazioni, vertiginosamente superiori e incontrollabili rispetto alle donne e bambine nel resto del mondo.

La  definizione di “diritti umani” delle nazioni unite non dovrebbe permettere discriminazioni razziali né di genere di fronte ad una necessità come l’accesso alle mestruazioni. Nel Settembre 2018, il Consiglio dei diritti umani adottava una risoluzione che chiamava gli stati a “affrontare lo stigma diffuso e di vergogna che circonda le mestruazioni e l’igiene mestruale, garantendo l’accesso alle informazioni effettuali al riguardo, affrontando le norme sociali negative intorno al problema e assicurando accesso universale ai prodotti igienici e alle strutture sensibili al genere, comprese le opzioni di smaltimento per prodotti mestruali”.  

Anche la Carta Africana sulle persone e sui diritti umani delle donne in Africa richiama negli articoli 2, art. 3, art.12, art. 14 e art. 18 rispettivamente l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne, il diritto alla dignità, il diritto all’educazione, alla salute e riproduzione, e il diritto alla sostenibilità ambientale. Se tutti questi articoli significassero qualcosa, la femminilità non sarebbe per le donne malattia, sofferenza, morte che  l’atterrisce. Simone de Beauvoir scriveva che l’adolescente “sarebbe orgogliosa del suo corpo sanguinante, se non perdesse la sua dignità di essere umano.” 

 

Fonti:

https://reproductive-health-journal.biomedcentral.com/articles/10.1186/s12978-020-0896-1

https://www.health.go.ke/wp-content/uploads/2020/05/MHM-Policy-11-May-2020.pdf

https://menstrualhygieneday.org/wp-content/uploads/2016/04/FSG-Menstrual-Health-Landscape_Ethiopia.pdf

https://esaro.unfpa.org/sites/default/files/pub-pdf/UNFPA%20Review%20Menstrual%20Health%20Management%20Final%2004%20June%202018.pdf